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Digital Summit: Milano come Berlino Valley, ma deve cambiare il sistema Paese

Un cambiamento culturale e normativo che agevoli lo sviluppo digitale è la conditio sine qua non per innescare il processo di innovazione necessaria al nostro Paese per godere di una competitività internazionale al pari di nazioni come la Germania, primatista nel 2011 relativamente a start-up internet finanziate da venture capitalist. Questo quanto emerso dalla tavola rotonda tra gli operatori industriali intervenuti al Summit dei Media Digitali per confrontarsi sui principali trend e opportunità nell'industria digitale in Italia.
A seguire l'intervento di Enrico Gasperini, presidente Digital Magics, in apertura del Summit dei Media Digitali che si è svolto a Milano, la tavola rotonda tra operatori industriali che ha visto Massimo Costa (WPP), Marco Giordani (Mediaset), Giulio Malegori (Aegis Media) e Cesare Sironi (Telecom) confrontarsi sui principali trend e opportunità nell'industria digitale in Italia.

E' opinione comune tra gli addetti ai lavori che le regole che ci sono oggi a livello europeo ed italiano non consentano in un mercato globale come quello digitale di competere con i grandi gruppi internazionali. Un cambiamento normativo che agevoli lo sviluppo digitale è dunque la conditio sine qua non per innescare il processo di innovazione necessaria al nostro Paese per godere di una competitività internazionale al pari di nazioni come la Germania primatista nel 2011 relativamente a start-up internet finanziate da venture capitalist. E Milano ha tutte le caratteristiche per diventare la nostra Berlino Valley, come affermato da Enrico Gasperini, presidente Digital Magics, in apertura lavori del Summit.

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Berlino dunque come benchmark per lo sviluppo digitale ma non certo per superiorità in termini di creatività web, secondo Massimo Costa, Country Manager WPP. Per il manager la città tedesca sta vivendo un momento di grande splendore complessivo, terreno fertile per il successo di una strategia di sviluppo digitale. Se non cambiano i presupposti culturali del nostro Paese, inutile ogni tentativo di emulazione. 

L'Italia è un paese vecchio, poco incline al cambiamento, privo di family company e con una presenza mediatica troppo sbilanciata sulla televisione. Gli italiani preferiscono importare l'innovazione piuttosto che crearla. Non hanno mai sviluppato una visione globale, fondamentale per la competizione internazionale. Questo il cambiamento necessario allo sviluppo digitale del nostro Paese.

Rimane comunque il grande problema di un modello di sistema aziendale italiano poco flessibile che non si adegua ai nuovi modelli di business in cui le grandi aziende potrebbero investire. Come puntualizzato da Marco Giordani, CEO Rti e CFO Mediaset, se il sistema Italia non si adegua è difficile che le aziende del settore promuovano investimenti. Il momento strutturale è tale per cui gli anziani detengono la riccchezza, i giovani non hanno soldi e lavoro e vivono sulle spalle dei genitori. È quindi difficile adottare modelli innovativi.

Ai già ricordati problemi di regole e attitudine della nostra industria, Cesare Sironi, Head of Innovation & Industry Relations Telecom Italia, aggiunge una problematica di ecosistema. Perchè si possa dare vita nel nostro Paese ad alleanze strategiche di successo è fondamentale la collaborazione di tutti i soggetti della filiera. E questo non avviene in Italia, ne è un esempio la difficoltosa implementazione del sistema di micro pagamenti di Telecom inizialmente osteggiato perché percepito come minaccia dal sistema bancario. Facebook potrebbe essere un'azienda italiana? Questa è la provocazione di Sironi. La risposta ovviamente è no. Facebook permette una profilazione degli utenti attentissima. In Italia pensare a un utilizzo di questi dati sarebbe impensabile. Il problema, ancora una volta, sono le regole, ancora troppo rigide nel nostro Paese.

Da non trascurare infine che l'Italia sta correndo a due velocità, secondo Giulio Malegori CEO Aegis Media Italia. Con un mercato, quello della comunicazione che flette del 10/12% e un mercato digitale che continua a crescere a doppia cifra. La situazione per il manager non è così drammatica. Le aziende non hanno smesso di investire, ma lo fanno più sul trade che sul consumatore. Occorre affiancarle perchè continuino ad investire, guidandole verso un impegno ottimale delle risorse in un ambiente che si è modificato. Le agenzie media veicolano l'80/85% del mercato e non sono broker. La novità è che in questi hanno i clienti non chiedono più soltanto i servizi classici ma anche un approccio strategico su come muoversi nello scenario dei media.

Non solo le agenzie, continua Giordani, ma anche gli opinion leader e l'informazione, come pure le istituzioni, devono fare la loro parte nell'educare il mercato al cambiamento necessario alla ripresa. Cosa succederebbe ad esempio se Mediaset e Telecom si mettessero d'accordo per creare una piattaforma comune? L'Antitrust si scatenerebbe, quindi il sistema si deve adeguare all'innovazione se la si vuole davvero percorrere.

"A livello mondiale Wpp," conclude Costa, "si occupa di acquisizioni sulle aree geografiche in espansione, sul digitale e sulla ricerca. Purtroppo l'Italia non è un mercato appealing per via dello scarso ritorno sugli investimenti. Il Belpaese sta uscendo dalla mappa mentale dei Paesi che guidano l'economia della comunicazione. Il mercato del lavoro è troppo rigido, di conseguenza i talenti scappano, vanno all'estero. Molte multinazionali stanno riducendo la loro presenza in Italia con un conseguente impoverimento delle capacità manageriali. Inoltre i consumatori più giovani stanno sovvertendo il modo di informarsi e di intrattenersi. Scelgono mezzi e canali diversi. Ma nessuno è deciso ad affrontare seriamente il problema. Occorre trovare un sistema Italia e una via italiana per l'innovazione. Il nostro è un grande Paese manifatturiero, su questo dobbiamo puntare. Siamo molto specializzati in settori quali Design o meccanica di precisione. Comparti con cui il mondo della comunicazione non ha alcun dialogo. Il mondo della comunicazione deve instaurare un rapporto più profondo con l'industria manifatturiera italiana perchè ha la credibilità che manca al nostro sistema finanziario e di servizi."

Maria Ferrucci