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Linkontro. De Rita: La 'restanza' nemica del NOI
Santa Margherita di Pula (Ca). Secondo il famoso sociologo gli italiani sono ancora troppo legati all'arte individuale dell'arrangiarsi, la restanza. Mentre per uscire dalla crisi occorro comportamenti concreti ispirati alla cultura del noi. Gli interventi degli altri docenti.
Molti i contenuti di interesse emersi nella seconda giornata de Linkontro, venderdì scorso, dedicato al valore NOI, nuova frontiera del cambiamento.
Sul tema del Noi, contrapposto alla dimensione dell'Io la mattinata ha visto protagonista una delle menti più brillanti della sociologia italiana, Giuseppe De Rita del Censis. L’Italia oltre la sopravvivenza è il titolo del suo intervento).
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“Le identità sono frutti di comportamenti e processi. Il noi si costruisce nella storia, nella vita quotidiana. E' un processo storico, collettivo, nato da grandi e piccole azioni nel corso degli anni. Questo processo nasce dalla spinta dell'io, dell'individuo imprenditore, di chi si fa la casa, di chi decide per la propria vita. Quel ciclo dell'io, del mio, è finito, non ha più la forza esplosiva che ha avuto dal dopo guerra in poi. Il rapporto con gli altri oggi diventa importante. Ma l'uscita dell'io richiede la coscienza della cultura dell'altro, con i suoi diritti. Se non la si riconosce non si entra nella cultura del noi. Questa cultura ancora in Italia non c'è, perché ognuno di noi se ne frega dell'altro. Si crea una cultura del noi artificiale, fatto di sottoinsiemi, che possono essere le associazioni, corporazioni o altro. Ci emoziona il 'Va pensiero' di Verdi diretto da Riccardo Muti in un video presentato dall'intervento precedente di Vincenzo Perrone (Bocconi) ma in fondo degli altri non ci interessa troppo. Dalla crisi non si esce con i sottoinsiemi casuali ed emozionali ma da comportamenti di insieme”.
Come reagisce la gente di fronte a questa crisi? “Reagisce ancora spinta dell'io. La sopravvivenza deriva dalla 'restanza', da quello che rimane in termini di risparmi, di apparato, di patrimonio personale, di conoscenze, ecc.. Oggi l'ars combinatoria con cui si sopravvive è individuale, non condivisa o collettiva. La specificità degli italiani è il riposizionamento, la capacità di trovare un nuovo equilibrio per sopravvivere alla crisi”.
Quindi l'uscita dell'io per andare verso il noi non è facile. Ma l'Italia, per De Rita, è un paese che sa legarsi a processi e comportamenti attacati ancora oggi a una dimensione egoica, soggettiva, di riposizionamento e di restanza della società. Dovremo forse aspettare una seconda generazione dopo quella uscita dalla seconda guerra”.
Vincenzo Perrone, professore di Organizzazione Aziendale dell’Università Bocconi, ha preceduto l'intervento di De Rita e ha parlato su Il senso del “noi” tra società ed economia. Per il docente l'identificazione con il concetto di “noi” dipende dal prestigio, dalla distintività, dalla condivisione degli obiettivi, dalla frequenza di interazione e cooperazione tra i membri, dal numero di bisogni dell’individuo soddisfatti all’intern e dall’assenza di eccessiva competizione. Secondo il professore bisogna trovare un bilanciamento tra il collettivismo e l’individualismo per uscire da una crisi che proietta davanti a noi un futuro di opportunità decrescenti. Una parte cospicua della popolazione vede messi a rischio sia la soddisfazione dei propri bisogni primari che la propria sicurezza. In queste condizioni i bisogni di appartenenza cessano di essere motivanti e ciascun individuo lotta per la sopravvivenza isolatamente e cercando di sopraffare gli altri. Bisogna impegnarsi a correggere queste distorsioni figlie della disuguaglianza, trovando un un equilibrio tra l’io e il noi. “Non basta però solo l’interesse comune a tenerci insieme” ha aggiunto il professore. “Servono invece luoghi intermedi di aggregazione dove si impara a stare insieme e dove è più facile sviluppare l’identificazione con il gruppo. L’avvenire - ha concluso Perrone - ha sempre una dimensione sociale”.
Salvatore Sagone
La prima metà della sessione del mattino è stata chiusa da Francesco Daveri. Secondo il professore “L’Italia è un Paese che non cresce perché è un Paese VERDE: VEcchio, dove il 21% della popolazione ha più di 64 anni, Ricco perché, malgrado tutto, gli italiani sono 2 volte più ricchi che nel 1970, DEnsamente popolato perché ci sono 201 abitanti per kmq contro i 37 della media dei Paesi OCSE ad alto reddito”. “E’ normale - ha aggiunto il professore - che un Paese verde non cresca perché è ostile all’innovazione. Sceglie un certo tipo di Stato, dove la spesa pubblica è elevata, e tende a proteggere ciò che c’è, senza pensare al futuro e quindi agli investimenti, alla riqualificazione e all’innovazione”. La Germania, che secondo il professore è un Paese verde, è la dimostrazione che anche questi Stati possono crescere; il “noi” infatti è una pratica pubblica e istituzionale quotidiana, mentre in Italia c’è deficit di “noi”. “Ma anche l’Italia - conclude Daveri - ce la può fare. Per esempio, spostando il finanziamento sanità dall’Irap alla tassazione generale oppure facendo diventare lo Stato più amico delle imprese, mediante una semplificazione delle procedure che riducono le differenze tra amministrazione pubblica e imprese-cittadini, senza dimenticare l’aumento della concorrenza nei servizi per rigenerare il potere d’acquisto. Sono convinto che un’altra opportunità per crescere sia rappresentata dal rating di filiera: il rating della grande impresa verso i suoi fornitori diventa garanzia che può aprire il rubinetto del credito bancario”.
Sul tema del Noi, contrapposto alla dimensione dell'Io la mattinata ha visto protagonista una delle menti più brillanti della sociologia italiana, Giuseppe De Rita del Censis. L’Italia oltre la sopravvivenza è il titolo del suo intervento).
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“Le identità sono frutti di comportamenti e processi. Il noi si costruisce nella storia, nella vita quotidiana. E' un processo storico, collettivo, nato da grandi e piccole azioni nel corso degli anni. Questo processo nasce dalla spinta dell'io, dell'individuo imprenditore, di chi si fa la casa, di chi decide per la propria vita. Quel ciclo dell'io, del mio, è finito, non ha più la forza esplosiva che ha avuto dal dopo guerra in poi. Il rapporto con gli altri oggi diventa importante. Ma l'uscita dell'io richiede la coscienza della cultura dell'altro, con i suoi diritti. Se non la si riconosce non si entra nella cultura del noi. Questa cultura ancora in Italia non c'è, perché ognuno di noi se ne frega dell'altro. Si crea una cultura del noi artificiale, fatto di sottoinsiemi, che possono essere le associazioni, corporazioni o altro. Ci emoziona il 'Va pensiero' di Verdi diretto da Riccardo Muti in un video presentato dall'intervento precedente di Vincenzo Perrone (Bocconi) ma in fondo degli altri non ci interessa troppo. Dalla crisi non si esce con i sottoinsiemi casuali ed emozionali ma da comportamenti di insieme”.
Come reagisce la gente di fronte a questa crisi? “Reagisce ancora spinta dell'io. La sopravvivenza deriva dalla 'restanza', da quello che rimane in termini di risparmi, di apparato, di patrimonio personale, di conoscenze, ecc.. Oggi l'ars combinatoria con cui si sopravvive è individuale, non condivisa o collettiva. La specificità degli italiani è il riposizionamento, la capacità di trovare un nuovo equilibrio per sopravvivere alla crisi”.
Quindi l'uscita dell'io per andare verso il noi non è facile. Ma l'Italia, per De Rita, è un paese che sa legarsi a processi e comportamenti attacati ancora oggi a una dimensione egoica, soggettiva, di riposizionamento e di restanza della società. Dovremo forse aspettare una seconda generazione dopo quella uscita dalla seconda guerra”.
Vincenzo Perrone, professore di Organizzazione Aziendale dell’Università Bocconi, ha preceduto l'intervento di De Rita e ha parlato su Il senso del “noi” tra società ed economia. Per il docente l'identificazione con il concetto di “noi” dipende dal prestigio, dalla distintività, dalla condivisione degli obiettivi, dalla frequenza di interazione e cooperazione tra i membri, dal numero di bisogni dell’individuo soddisfatti all’intern e dall’assenza di eccessiva competizione. Secondo il professore bisogna trovare un bilanciamento tra il collettivismo e l’individualismo per uscire da una crisi che proietta davanti a noi un futuro di opportunità decrescenti. Una parte cospicua della popolazione vede messi a rischio sia la soddisfazione dei propri bisogni primari che la propria sicurezza. In queste condizioni i bisogni di appartenenza cessano di essere motivanti e ciascun individuo lotta per la sopravvivenza isolatamente e cercando di sopraffare gli altri. Bisogna impegnarsi a correggere queste distorsioni figlie della disuguaglianza, trovando un un equilibrio tra l’io e il noi. “Non basta però solo l’interesse comune a tenerci insieme” ha aggiunto il professore. “Servono invece luoghi intermedi di aggregazione dove si impara a stare insieme e dove è più facile sviluppare l’identificazione con il gruppo. L’avvenire - ha concluso Perrone - ha sempre una dimensione sociale”.
Salvatore Sagone
La prima metà della sessione del mattino è stata chiusa da Francesco Daveri. Secondo il professore “L’Italia è un Paese che non cresce perché è un Paese VERDE: VEcchio, dove il 21% della popolazione ha più di 64 anni, Ricco perché, malgrado tutto, gli italiani sono 2 volte più ricchi che nel 1970, DEnsamente popolato perché ci sono 201 abitanti per kmq contro i 37 della media dei Paesi OCSE ad alto reddito”. “E’ normale - ha aggiunto il professore - che un Paese verde non cresca perché è ostile all’innovazione. Sceglie un certo tipo di Stato, dove la spesa pubblica è elevata, e tende a proteggere ciò che c’è, senza pensare al futuro e quindi agli investimenti, alla riqualificazione e all’innovazione”. La Germania, che secondo il professore è un Paese verde, è la dimostrazione che anche questi Stati possono crescere; il “noi” infatti è una pratica pubblica e istituzionale quotidiana, mentre in Italia c’è deficit di “noi”. “Ma anche l’Italia - conclude Daveri - ce la può fare. Per esempio, spostando il finanziamento sanità dall’Irap alla tassazione generale oppure facendo diventare lo Stato più amico delle imprese, mediante una semplificazione delle procedure che riducono le differenze tra amministrazione pubblica e imprese-cittadini, senza dimenticare l’aumento della concorrenza nei servizi per rigenerare il potere d’acquisto. Sono convinto che un’altra opportunità per crescere sia rappresentata dal rating di filiera: il rating della grande impresa verso i suoi fornitori diventa garanzia che può aprire il rubinetto del credito bancario”.

