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Linkontro/Il voto nel portafoglio può cambiare l'homo economicus

(Dal nostro inviato Salvatore Sagone). Due punti di vista decisamente diversi quelli di De Felice (Intesa San Paolo) e l'economista 'alternativo' Becchetti. Per il primo serve maggiore fiducia, capacità di export, formazione e ricerca. Per il secondo, il consumatore può cambiare un sistema troppo 'Pil centrico' premiando con l'acquisto le aziende responsabili nei confronti dell'ambiente e della società.
(Dal nostro inviato Salvatore Sagone). Non è tutto nero quello che è accaduto in questi ultimi anni, secondo Gregorio De Felice (nella foto a sx), Head of Research and Chief Economist di Intesa San Paolo. A fronte di un Pil aumentato del 2%, negli ultimi 10 anni sono aumentate l'innovazione e l'industria di qualità. Il peso dei mercati emergenti aumenta e i paesi più avanzati perdono quote di mercato in termini di esportazione. Questo nonostante lo scarsissimo appoggio ricevuto dai politici italiani. Quindi i successi italiani sono per lo più individuali. Ma l'Italia è il paese che insieme alla Germania perdono di meno in termini di esportazione. La mancata crescita dell'Italia è un problema soprattutto di domanda domestica. Per quanto riguarda il presente, i nodi sono venuti al pettine. Il debito pubblico, le mancanze di riforme strutturali. La manovra finanziaria di 80 miliardi hanno senza dubbio un impatto negativo sulla crescita.

Quest'anno è quindi ipotizzabile una contrazione del PIL dell'1,5%. Ma quello che è più preoccupante è la crisi di fiducia dei consumatori a causa del ridotto potere di acquisto delle famiglie. Questi due acquisti hanno, di conseguenza un impatto sui consumi. Spread e fiducia dei consumatori, afferma De Felice vanno di pari passo. L'unica variabile che ci aiuta nella crescita sono le esportazioni. Proprio dall'export verrà la ripresa come sta avvenendo in Usa e nei paesi emergenti.  Quella che stiamo vivendo, quindi, è una crisi soprattutto europea, visto che il Pil di Stati Uniti e Giappone sta crescendo (rispettivamente del 2,3% e del 2,2%). Quali sono, dunque, i driver di successo che possono portare l'Italia fuori da questa fase? Dobbiamo assolutamente migliorare l'impegno delle imprese sulla formazione, dove siamo all'ultimo posto tra i paesi più sviluppati in Europa. Altro aspetto riguarda l'innovazione che da noi avviene in maniera spontanea, senza registrazione dei brevetti, ad esempio.

Ancora una volta gli investimenti in ricerca e sviluppo, effettuati in maniera più strutturata, ci vedono molto indietro, soprattutto nell'ambito dell'impresa privata. Semplicemente ce la caviamo con lo spontaneismo. Altro aspetto importante è la capacita di andare all'estero ed essere capaci di produrre in loco. Anche su questo terreno abbiamo un ritardo da colmare rispetto agli altri paesi.

Per quanto riguarda i nostri punti di forza, invece, dobbiamo evolverci. Pur essendo flessibili sulla quantità dobbiamo essere capaci di adattarci alla varietà dei prodotti richiesti dal mercato. Siamo innovativi, ma l'innovazione deve essere distribuita sul territorio in modo che anche in Italia possano nascere i vari Steve Jobs o Zuckerberg.
Tra gli spazi di miglioramento la dimensione delle nostre imprese: deve crescere la dimensione media delle aziende: “negli ultimi anni non è venuta fuori nessuna grande azienda. E sono poche, rispetto agli altri paesi, quelle che hanno aumentano il proprio capitale. Sono quindi necessari più patrimonio e meno debito”.

In conclusione? “Non crediamo che l'euro sia la causa di tutti i mali. il boom degli anni 60 è stato possibile grazie alla creazione del debito pubblico e alle periodiche svalutazioni della lira. Gli ultimi 10 anni non sono stati sprecati ma hanno permesso di avere più innovazione. Dobbiamo puntare sulla formazione, sulla ricerca e sviluppo, su una maggiore patrimonializzazione delle imprese”.

Quello che ha colpito molti di partecipanti al convegno di Santa Margherita di Pula è stato l'assenza di qualsiasi riferimento alle responsabilità delle banche e degli istituti finanziari nella crisi che attanaglia il mondo occidentale dalla seconda metà del 2008 a oggi. Davvero imbarazzante.

Becchetti: I consumatori possono cambiare il sistema grazie al voto nel portafoglio

Per fortuna, alla mancanza di De Felice ci ha messo una pezza l'economista Leonardo Becchetti (nella foto a dx), ordinario di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata e membro del comitato etico di Banca Etica. Il quale ha affermato che stiamo vivendo 4 crisi: economica, ambientale, finanziaria ed esistenziale, intesa come ricerca della felicità e del senso della vita. Quindi occorre un approccio multi dimensionale e l'economia mondiale deve tornare a una visione meno egoistica, autoreferenziale e distruttiva verso l’ambiente e la felicità del genere umano che riguardano in misura più o meno evidente tutto il pianeta, alle quali gli esperti non riescono a dare risposte complessive, ma singole misure inefficaci ad aggredire la complessità.

L'Italia è il paese meno attrezzato per affrontare le quattro crisi. Becchetti ha puntato quindi il dito contro una visione “Pil-centrica” dell’economia che comprime la vita degli uomini in una continua rincorsa all’incremento del reddito dove i rapporti sociali sono misurati unicamente con il metro dell’homo economicus che punta alla sua unica soddisfazione materiale. “Non basta alzare il Pil - conclude - per assicurare la felicità agli uomini. Occorre aggiornare l’economia con un nuovo patto tra produzione e consumo in virtù di un autointeresse lungimirante che metta ambiente, responsabilità sociale e lotta alla speculazione finanziaria spregiudicata ai primi posti. Senza pensare solo a una produzione di profitti che corrode l’ambiente, distrugge le relazioni sociali e deprime la felicità degli uomini, costretti a lavorare sempre più per avere sempre meno reddito e, di conseguenza, a indebitarsi sempre più. Un dato è illuminante: negli Usa l’1% della popolazione detiene il 24% della ricchezza complessiva, oggi come nel 1929”.

La riforma della finanza non arriva alla gente. Per salvare le banche sono stati investiti ben 7,1 trilioni di dollari, il triplo del nostro pil. Come evitare che questo accada?
Il voto nel portafoglio, ossia premiare le imprese efficienti che producono in maniera responsabile socialmente e ambientalmente.
Per Nielsen il 46% dei consumatori è disposto a pagare di più per un prodotto sostenibile e responsabile.