Poltrone
L'eredità di Umberto Eco alla comunicazione. Manieri: 'Mi sorprendeva la sua capacità di essere informato su tutto, di capire e di fare i collegamenti logici in un batter d'occhio '
Nell'inchiesta avviata da ADVexpress tra i principali professionisti della comunicazione, dopo quella di Bruno Bertelli (Publicis), Agostino Toscana (Saatchi&Saatchi), Stefania Siani (DLVBBDO) e Pasquale Barbella si aggiunge la voce del direttore creativo. "L’eredità più preziosa che Umberto Eco lascia a chiunque operi nel mondo della comunicazione è il metodo di lettura dei fenomeni spontanei. Un metodo in cui rigore dell’analisi e assoluta mancanza di pregiudizi (favorevoli o contrari) si sposano".
Nell'inchiesta avviata da ADVexpress tra i principali professionisti della comunicazione, per conoscere quale eredità ha lasciato Umberto Eco, recentemente scomparso, al mondo della comunicazione, dopo quella di Bruno Bertelli (Publicis), Agostino Toscana (Saatchi&Saatchi), Stefania Siani (DLVBBDO) e Pasquale Barbella si aggiunge la voce del direttore creativo.
Qual è a tuo parere l’eredità di Umberto Eco al mondo della comunicazione e della pubblicità?
L’eredità più preziosa che Umberto Eco lascia a chiunque operi nel mondo della comunicazione è il metodo di lettura dei fenomeni spontanei. Un metodo in cui rigore dell’analisi e assoluta mancanza di pregiudizi (favorevoli o contrari) si sposano.
Autore di celebri opere tra le quali 'Apocalittici e integrati' e 'Manuale di semiotica', oltre ai suoi celebri romanzi, quali dei suoi libri le hanno fornito spunti di riflessione per la sua attività di comunicatore?
Oltre a 'Apocalittici e integrati' e 'Opera aperta', che sono state le due nuove lenti attraverso cui mettere meglio a fuoco i turbinosi mutamenti culturali della seconda metà del Novecento, 'Diario minimo' è stato fondamentale per la mia crescita personale perché dimostra che con intelligenza e leggerezza si può penetrare benissimo la realtà. E ovvio che se l’intelligenza e la leggerezza sono quelle di Umberto Eco, il sistema funziona meglio. Insieme a 'Esercizi di stile' di Queneau, costituisce la base minima di partenza per chiunque abbia iniziato a fare il mio mestiere.
Cosa ricorderai in modo particolare del pensiero di Eco?
L’esperienza molto personale che avuto con lui.
Entrai in contatto con il professore quando ero un copy molto junior, mandandogli alcuni 'Ircocervi' che lui pubblicò nella sua rubrica su l’Espresso (vedi link) e poi ripubblicò nel 'Secondo Diario Minimo'.
Credo che quella pubblicazione mi aiutò a dare valore al mio risicato portfolio di allora, ogni volta che lo mostravo durante un colloquio con un direttore creativo.
Sulla scorta di quell’episodio, ebbi la possibilità di incontrarlo. Quello che mi lascia ancora oggi sorpreso era la sua capacità di essere informato su tutto, di capire e di fare i collegamenti logici in un batter d'occhio e di avere tempo per approfondire un dialogo o riprenderlo anche dopo anni.
Il tutto unito a una grossa dose di empatia e a un sublime senso dell’ironia.
Sono le persone come lui che impediscono di diventare pessimisti sul genere umano.
Sempre controcorrente, ha sempre espresso posizioni critiche riguardo alla comunicazione digitale e ai social media. A Torino, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale, a giugno 2015, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in 'Comunicazione e Cultura dei media'. parlando dei social network, aveva dichiarato “danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Definendoli in occasioni successive anche 'strumenti di sorveglianza'. Uno spirito forse troppo critico o il pensiero di chi riesce a vedere le cose con un maggiore distacco critico?
Se c’era un ottantenne al mondo ben conscio e informato sull’universo web, questi era Umberto Eco.
In un perverso gioco tra significante e significato - che, conoscendolo, lo avrà da una parte divertito e dall’altra fatto incazzare - degno di un suo prossimo saggio che purtroppo non potrà scrivere, la decodifica quasi universale della sua opinione è stata “i social sono la tana degli imbecilli”.
In realtà, il senso del suo pensiero era ovviamente più articolato e meno gretto di quanto purtroppo rimarrà nella memoria di alcuni.
Provo a parafrasare, sperando che Eco non mi fulmini dal Pantheon in cui ora si trova: “I social sono un mezzo potentissimo in grado di amplificare le qualità di ogni essere umano. Quelli intelligenti diventano intelligentissimi. Gli imbecilli, imbecillissimi.”
Quanto a definire i social “strumenti di sorveglianza”, guardi che non è mica una sua teoria. Funzionano perfettamente per quello scopo, se qualcuno li vuole usare in quel senso.
In occasione del Festival della Comunicazione tenutosi lo scorso settembre a Camogli, Eco aveva affermato che comunicare significa attivare nella mente di qualcuno qualcosa che c’è nella nostra mente, il trasporto di un’idea da un emittente a uno o più destinatari conosciuti. Oggi tutto questo ha ancora senso, soprattutto in pubblicità?
Sì, ha senso se si interpreta la sua affermazione come piena comprensione di un messaggio e non come persuasione.
Esiste qualcuno, a livello teorico, che possa in un certo senso raccogliere il testimone di Eco in quanto osservatore attento dell’evoluzione dei media e della comunicazione?
Non saprei. Ma se c’è, mi farebbe molto piacere scambiarci quattro chiacchiere.
SP
Qual è a tuo parere l’eredità di Umberto Eco al mondo della comunicazione e della pubblicità?
L’eredità più preziosa che Umberto Eco lascia a chiunque operi nel mondo della comunicazione è il metodo di lettura dei fenomeni spontanei. Un metodo in cui rigore dell’analisi e assoluta mancanza di pregiudizi (favorevoli o contrari) si sposano.
Autore di celebri opere tra le quali 'Apocalittici e integrati' e 'Manuale di semiotica', oltre ai suoi celebri romanzi, quali dei suoi libri le hanno fornito spunti di riflessione per la sua attività di comunicatore?
Oltre a 'Apocalittici e integrati' e 'Opera aperta', che sono state le due nuove lenti attraverso cui mettere meglio a fuoco i turbinosi mutamenti culturali della seconda metà del Novecento, 'Diario minimo' è stato fondamentale per la mia crescita personale perché dimostra che con intelligenza e leggerezza si può penetrare benissimo la realtà. E ovvio che se l’intelligenza e la leggerezza sono quelle di Umberto Eco, il sistema funziona meglio. Insieme a 'Esercizi di stile' di Queneau, costituisce la base minima di partenza per chiunque abbia iniziato a fare il mio mestiere.
Cosa ricorderai in modo particolare del pensiero di Eco?
L’esperienza molto personale che avuto con lui.
Entrai in contatto con il professore quando ero un copy molto junior, mandandogli alcuni 'Ircocervi' che lui pubblicò nella sua rubrica su l’Espresso (vedi link) e poi ripubblicò nel 'Secondo Diario Minimo'.
Credo che quella pubblicazione mi aiutò a dare valore al mio risicato portfolio di allora, ogni volta che lo mostravo durante un colloquio con un direttore creativo.
Sulla scorta di quell’episodio, ebbi la possibilità di incontrarlo. Quello che mi lascia ancora oggi sorpreso era la sua capacità di essere informato su tutto, di capire e di fare i collegamenti logici in un batter d'occhio e di avere tempo per approfondire un dialogo o riprenderlo anche dopo anni.
Il tutto unito a una grossa dose di empatia e a un sublime senso dell’ironia.
Sono le persone come lui che impediscono di diventare pessimisti sul genere umano.
Sempre controcorrente, ha sempre espresso posizioni critiche riguardo alla comunicazione digitale e ai social media. A Torino, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale, a giugno 2015, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in 'Comunicazione e Cultura dei media'. parlando dei social network, aveva dichiarato “danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Definendoli in occasioni successive anche 'strumenti di sorveglianza'. Uno spirito forse troppo critico o il pensiero di chi riesce a vedere le cose con un maggiore distacco critico?
Se c’era un ottantenne al mondo ben conscio e informato sull’universo web, questi era Umberto Eco.
In un perverso gioco tra significante e significato - che, conoscendolo, lo avrà da una parte divertito e dall’altra fatto incazzare - degno di un suo prossimo saggio che purtroppo non potrà scrivere, la decodifica quasi universale della sua opinione è stata “i social sono la tana degli imbecilli”.
In realtà, il senso del suo pensiero era ovviamente più articolato e meno gretto di quanto purtroppo rimarrà nella memoria di alcuni.
Provo a parafrasare, sperando che Eco non mi fulmini dal Pantheon in cui ora si trova: “I social sono un mezzo potentissimo in grado di amplificare le qualità di ogni essere umano. Quelli intelligenti diventano intelligentissimi. Gli imbecilli, imbecillissimi.”
Quanto a definire i social “strumenti di sorveglianza”, guardi che non è mica una sua teoria. Funzionano perfettamente per quello scopo, se qualcuno li vuole usare in quel senso.
In occasione del Festival della Comunicazione tenutosi lo scorso settembre a Camogli, Eco aveva affermato che comunicare significa attivare nella mente di qualcuno qualcosa che c’è nella nostra mente, il trasporto di un’idea da un emittente a uno o più destinatari conosciuti. Oggi tutto questo ha ancora senso, soprattutto in pubblicità?
Sì, ha senso se si interpreta la sua affermazione come piena comprensione di un messaggio e non come persuasione.
Esiste qualcuno, a livello teorico, che possa in un certo senso raccogliere il testimone di Eco in quanto osservatore attento dell’evoluzione dei media e della comunicazione?
Non saprei. Ma se c’è, mi farebbe molto piacere scambiarci quattro chiacchiere.
SP


