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Space Available Here. Se Demostene fosse qui, sarebbe un ottimo Presidente ADCI
Il 22 Febbraio di 5 anni fa ci lasciava Giancarlo.
Lo ricordo perchè, da Presidente della Sua Livraghi, Ogilvy & Mother, aveva molto insistito che venissi formato con gli standard del network. Devo alla sua testardaggine, e ai corsi che mi ha obbligato a fare in Ogilvy New York, se sono diventato Direttore Creativo a 31 anni. Devo soprattutto a quella visione anticipatrice se sono ancora attivo e tonico su un mercato della creatività sempre più competitivo, globale e tecnologico.
Lo ricordo come Demostene perchè, all'ingresso dell'agenzia, campeggiava un copyAd, un poster di new business, che riportava uno dei suoi titoli più famosi:
Quando parlava Eschine,
gli ateniesi dicevano:
”Senti come parla bene.”
Quando parlava Demostene,
dicevano: “Uniamoci contro Filippo.”
Noi siamo della Scuola di Demostene.
L'ultima battuta era relativa alla capacità dell'agenzia di produrre lavoro esteticamente impeccabile, ma il cui obiettivo era muovere i consumatori all'azione. Né più né meno quello che proclamano come grande novità i giovani guru del digitale. In realtà, rispetto a qualche anno fa, i presupposti strategici non sono cambiati. Ma la rivoluzione ha prodotto tanta fuffa, tanti finti fenomeni, tanti scivoloni giustificati dal fatto che “sul web tutto corre veloce, anche i fallimenti si dimenticano in fretta.”
La celebrazione della scomparsa di Giancarlo non è solo un obbligo. E' soprattutto il miglior incipit per commentare la recente competizione alla Presidenza del Club che un tempo era conosciuto come quello “dei migliori creativi pubblicitari italiani”.
Ho l'orgoglio di essere socio ADCI da lunga pezza (nel primo annual, quello del 1986, c'erano ben 3 pagine dedicate ad un mio lavoro), di aver lavorato per il club (da consigliere con Franco Moretti, da proboviro con più presidenti, perfino da presidente di giuria) e di esserne uscito sbattendo la porta a causa di un paio di personaggi insulsi che hanno fatto danni gravi (opinione personale, ma supportata da fatti). Sono rientrato da due anni: ho verificato che, dopo la devastazione e grazie all'impegno del nuovo consiglio, si stava ristabilendo lo spirito dell'associazione.
Per questo sono tra quelli che si sono stupiti del fatto che, una decina di giorni fa, a fronte della ricandidatura di Vicky Gitto, che da incumbent rivendica il privilegio di portare avanti il progetto sviluppato negli ultimi tre anni, sia apparsa la candidatura di Paolo Iabichino: rivendica a sé la volontà di portare nel Club un cambiamento, parola parecchio desemantizzata, soprattutto dalla politica.
Ora, non commetterò l'errore di schierarmi qui a favore dell'uno o dell'altro. Conosco bene entrambi, potrei entrare nei particolari della mia scelta meditata per il 9 marzo. Non è il momento giusto. Perché già troppi stanno usando le parole come clave nel tentativo di spaccare la comunità creativa.
E' proprio tutto qui il problema: la divisione. Approfittando della ricorrenza di Livraghi, mi voglio permettere di tirare le orecchie ad entrambi i candidati. Per una serie di ragioni che adesso vado a mettere in fila.
Innanzitutto una questione di opportunità. Sarò ruvido, come mio solito. Tutti sanno che tra i due non scorra buon sangue. Addirittura Iabichino, nel post con cui lancia la candidatura, lo dice apertamente che i due non si stiano simpatici. Gitto in un post successivo non smentisce, né cerca di smussare. Nessuno chiede di negare l'evidenza, ma di sicuro non fa bene alla credibilità di un'associazione, che vuole migliorare la reputazione e la serietà dei creativi, che si manifestino simili infantilismi extra professionali.
A questo aggiungete che entrambi i candidati, per quelle combinazioni che solo la vita offre, sono ad un passaggio molto delicato della loro vicenda lavorativa. Entrambi, negli ultimi mesi, sono usciti in modo “rumoroso” dalle rispettive agenzie, entrambi dallo stesso grande gruppo multinazionale: tutti e due, combinazione, stanno avviando loro avventure imprenditoriali. Conosco il passaggio, quindici anni fa mi sono trovato nella stessa situazione: non è difficile comprendere che anche una carica associativa aiuti a sostenere il proprio prestigio. Io ho scelto freddamente di aprire non quella, ma altre opzioni. Ho combattuto il predominio dei finanziari e ho lavorato per il civil advertising con le pratiche quotidiane, non con la rincorsa a cariche pubbliche.
Certo, Gitto ha il legittimo diritto di continuare un percorso ben gestito negli ultimi tre anni. Iabichino ha l'altrettanto incontestabile diritto di presentare la candidatura proprio in questo momento. Ma, accidentaccio, nessuno dei due ha pensato che esternamente molti, soci e non soci, stiano pensando “Che brutto momento per il club, con due ex di multinazionali, che si accapigliano come candidati per quella visibilità”?
Non sostengo che abbiano ragione a dirlo. Ma è chiacchiera ricorrente tra i colleghi e, cosa grave, anche con qualche cliente più attento alle dinamiche del nostro mondo.
E qui si passa dalla questione di opportunità a quella di stile.
Mi permetto di dire ad entrambi i contendenti che forse sarebbe stato più intelligente, e da veri leader, evitare questa situazione. Di Iabichino candidato presidente si sente parlare da fine novembre, cioè più o meno da quando è diventato ufficiale il suo allontanamento dal network. Nessuno si è stupito della ricandidatura di Gitto. Forse i due avrebbero potuto ragionare in termini di opportunità per il Club, superando con un minimo di signorilità le antipatie ed i metodi da asilo d'infanzia. Organizzare un incontro pacificatorio e propiziatorio non sarebbe stato difficile soprattutto se, attorno ad essi, i due candidati avessero collaboratori, amici e sostenitori pronti a spendersi per trovare un punto di contatto e di incontro. Per il bene di tutti.
Invece sta proprio qui la crisi del club e della sua reputazione. Nel fatto che, dalla parte di Iabichino (che continua ossessivamente a ripetere “me l'hanno chiesto”), ci sia una pattuglia di sostenitori che godrebbero nella sconfitta della linea che negli ultimi tre anni ha fatto letteralmente rinascere il club in visibilità e reputazione (cito solo il fatto che ADCI sia diventato rappresentante locale dei Cannes Lions). E che, dalla parte di Gitto, nessuno dei suoi abbia provato ad evitare lo scontro frontale e divisivo tra due “Fronti Inconciliabili”.
Quanto questo sia pericoloso e irrituale, sia in termini di contenuti che di stile, lo dimostra il fatto che mai, in oltre trent'anni di storia del Club, ci sia stato una candidatura contrapposta fra soci. (Per dovere di cronaca, mi tocca ricordare che l'elezione di Panzeri nacque con un blitz all'ultimo minuto in assemblea contro un candidato solitario, ma di poca credibilità. Al punto che Lele vinse plebiscitariamente dichiarando: “Eleggete con me il consiglio che si candida con l'altro presidente, tanto a me van bene tutti.” Ripeto, non era un testa a testa, ma solo una situazione da commedia grottesca.)
Insomma, per dirla ancor più ruvidamente, in un Club in cui si fronteggiavano Padri di questo mestiere come Mignani, Pirella, Sanna, Moretti, Pogliani, Barbella, in continua competizione di Business (e di Visione), non si arrivò mai allo scontro in assemblea per antipatia e divergenze d'opinione. E Dio sa che caratterini avessero le persone che ho citato sopra. Invece, con signorilità e intelligenza, si trovava ogni volta la sintesi su un candidato. E all'esterno passava la certezza che “i creativi sono uniti attorno al loro presidente”. In un Club di Vere Prime Donne, non era mai successo che qualcuno dicesse: “Io sono meglio di te”. Purtroppo, Iabichino e Gitto cascano nella buca dove gli Storici e Vari Grandi Ego non si sono mai fatti intrappolare: la finta scelta tra Negroni e Sbagliato.
All'assemblea del 9 Marzo, quindi, arriva un club spaccato. Volutamente diviso da chi, sopratutto tra i sostenitori, sta trasferendo su questa elezione obiettivi personali, ambizioni non professionali, visioni piccole e meschine. Non parlo solo dei due candidati, colpevoli di essersi lasciati trascinare in un gioco in cui tutti perderanno, anche chi vince. Ma di tutti quei poveretti che stanno cercando di approfittare di un momento di poca lucidità dei due leader (si mettano in evidenza le debite eccezioni, ovviamente).
A conferma di questa certezza, il ricordo di un momento molto buio della storia di una altra associazione, Assocomunicazione. Lì l'abitudine alla retorica dei due candidati esisteva, ma si trattava di elegante finzione. Gli accordi pre assemblea portavano sempre all'elezione plebiscitaria del candidato programmato. Avvenne in una sola occasione che la dura contrapposizione tra Testa, il candidato degli indipendenti, e Masi, l'uomo indicato dalle multinazionali, portò ad un sanguinoso scontro preventivo tra insulsi agitatori di popolo. La caccia al voto fu senza pietà, con metodi che ricordarono la peggior politica. Vinse Testa per un voto (e, per la cronaca, quel voto fu il mio). Però non ne ero felice. Fui facile profeta: nonostante il triennio di presidenza di Marco fosse più che egregio, l'associazione si avvitò in una crisi identitaria e di partecipazione. Negli anni successivi uscirono quasi tutte le multinazionali, e cominciò un declino risolto solo una decina di anni dopo, con l'unificazione delle due sigle del mercato: avviene proprio in questi giorni.
Ecco, questo testa a testa tra Gitto e Iabichino già visualizza i sintomi di una prossima, insanabile, spaccatura: si vive, da giorni, una caccia all'iscrizione, e al voto, senza confini. Si parla di soci che non avevano più pagato la quota e che adesso rientrano precipitosamente: alcuni per sostenere il challenger, altri per compattare il campo dell'incumbent. E molti di quelli che eserciteranno il diritto di voto dichiarano che, se non vincerà il loro protetto, usciranno definitivamente dal Club.
E visto che se ne parla apertamente, senza filtri anche sui social, credo che sia una pessima pubblicità per ADCI. Perfino Iabichino ha ammesso pubblicamente che molti giovani soci stiano abbandonando il club proprio per la violenza dello scontro in corso.
E' per questo che mi sono messo a scrivere: voglio ricordare ai due contententi la saggezza, l'intelligenza e la signorilità di Livraghi. Per fare un solo esempio, quando Giancarlo venne eletto presidente di Assap (allora Assocom si chiamava così), venne in agenzia ed informò i responsabili del New Business che, per tutto il periodo della sua reggenza, l'agenzia non avrebbe approfittato di quella visibilità: tutte le nuove presentazioni venivano cancellate, ad eccezione dei progetti on going e di quelli che arrivavano dal'internazionale. Era nel suo programma elettorale. Non riesco così a spiegarmi perchè Vicky e Paolo si ritrovino, quasi loro malgrado, in una competizione che non fa bene a loro, non fa bene ai soci, non fa bene a tutto il mercato. Non capisco perchè Incomparabili Grandi Creativi del passato, Talenti Assoluti per Titoli ed Individualismo, negli ultimi trent'anni siano riusciti a trovare dei Gentelmen Agreements. E loro invece si lascino trasportare, immagino dai rispettivi sostenitori, in un match che non sarà mai win win.
Non capisco perchè non possano vedersi in un buon ristorante, senza tifosi al seguito, e con un mediatore che aiuti a trovare la convergenza su una delle tante, quasi infinite soluzioni di buonsenso.
Visto che sono entrambi nel delicato e costoso momento della start up, sono disposto ad offrire il pranzo. Ma, se mi toccherà pagare, mi prendo il lusso di lanciare anche la provocazione di chiusura.
E' possibile che voi due, Vicky e Paolo, strenui difensori della Gender Equality, non siate capaci di trovare un candidato presidente che sappia mediare? Magari, chissà, proprio una donna, che porti unità, buon senso, equilibrio ai due vicepresidenti vicari, Gitto e Iabichino, ognuno con la sua precisa e concordata missione? E' da vent'anni, quando il Club lo dirigeva Milka Pogliani, che una donna non viene eletta Presidente. Potrebbe essere una bella medaglia per entrambi i contendenti.
Lo ricordo ad entrambi. Si può parlare bene finchè si vuole. E compiacersi del proprio eloquio alla Eschine.
Ma le uniche parole che contano sono quelle che producono buone azioni collettive.
Quelle che uniscono contro il nemico esterno, non quelle che creano contrasti interni.
Lo diceva Demostene 2300 e passa anni fa.
E' un principio ancora valido oggi, per chi sa ascoltare.
E solo i veri leader sanno applicare la lezione di Demostene.
Pasquale Diaferia (twitter @pipiccola)

