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Come proteggere i contenuti originali senza perdere la libertà digitale

Di fronte alla convergenza multimediale e multipiattaforma le industrie creative (tv e cinema in primis) si trovano ad affrontare il problema della salvaguardia della proprietà intellettuale e del diritto d'autore anche in contesti, come la rete, dove il modello free sembra farla da padrone. Un importante incontro-dibattito a Roma ha fatto il punto della situazione con i principali protagonisti del l'industria culturale italiana.
(Roma. Dal nostro inviato Andrea Gervasi). L'incontro-dibattito "Italia Audiovisiva: diritto d'autore e creatività" svoltosi a Roma nella sala settecentesca della Biblioteca Casanatense di proprietà del Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibac) è stata l'occasione per presentare un'interessante ricerca commissionata da Mediaset al centro di ricerca indipendente IsICult - Istituto Italiano per l'Industria Culturale e intitolata significativamente "Italy: a media creative nation".

Lo studio dimostra la centralità della televisione nell'era della multimedialità: nel mondo infatti la tv continua a essere di gran lunga il mezzo più seguito con oltre 3,7 miliardi di spettatori ogni giorno e un trend di crescita nel consumo televisivo che ha visto passare il numero dei telespettatori in Italia da 8,9 milioni a 9,8 milioni nel decennio 2000-2010, ovvero il decennio della consacrazione dei new media.

Sebbene il rapporto tra tempo dedicato alla tv e tempo dedicato al web sia ancora a tutto favore della tv (13 a 1 in Italia) si assiste a fenomeni di convergenza crescente perché la tv è sempre più sul web e quest'ultimo registra momenti di picco di utenza proprio nel "discorso" che ruota intorno alla tv. Questo ha portato alla nascita della "social television" ovvero la fruizione in contemporanea di programmi tv commentati in rete su migliaia di siti web.

Tv e web sono dunque fenomeno convergenti ma, mentre il modello di business dell'industria televisiva ha garantito cospicui investimenti per la produzione di contenuti di qualità (nell'arco di un decennio Rai e Mediaset hanno investito 4,5 miliardi di euro producendo oltre 7.200 ore di fiction nazionale) gran parte degli aggregatori della rete, quelli che più utilizzano i contenuti video, non investono nella produzione e usufruiscono di quelle che vengono definite "rendite parassitarie" utilizzando contenuti di qualità coperti dal diritto d'autore.

Questa deriva rischia di mettere in crisi il modello di business che ha permesso all'industria culturale di svilupparsi, un modello basato sulla remunerazione della proprietà intellettuale e sulla possibilità di acquisire prodotti in esclusiva. I risultati della ricerca hanno fornito numerosi spunti di discussione al successivo dibattito moderato da Maurizio Costanzo a cui hanno preso parte il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri (nella foto), il vicedirettore generale della Rai Giancarlo Leone, il critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso, il giornalista economico Oscar Giannino e il presidente dell'Anica Riccardo Tozzi.

Per Grasso la battaglia sulla tutela del diritto d'autore non può essere una battaglia di retroguardia che tuteli posizioni acquisite ma deve essere piuttosto una battaglia innovativa fondata sulla considerazione che qualsiasi prodotto tv ormai ha un ciclo di vita che va oltre la fruizione televisiva perché negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale le opportunità di accesso ai contenuti. Il punto di partenza di qualsiasi iniziativa volta a tutelare la proprietà intellettuale non può che essere quindi l'accettazione del fatto che non esistono più barriere tra i media.

I due broadcaster presenti, Rai e Mediaset, hanno posto l'accento sull'importanza che le due aziende hanno avuto e continuano ad avere nella crescita dell'industria creativa e culturale italiana garantendo occupazione, reddito e crescita economica, basti pensare al mercato pubblicitario.

Per Fedele Confalonieri (Mediaset) in particolare la salvaguardia della produzione originale e creativa è un valore imprescindibile che va istillato soprattutto nei cosiddetti "nativi digitali" che sono abituati ad associare il concetto di digitale con quello di free. In questa direzione gioca un ruolo chiave la politica che finora ha tutelato maggiormente le infrastrutture produttive rispetto ai produttori di contenuti.

Giancarlo Leone (Rai) ha sottolineato la necessità di combattere la pirateria attraverso l'elaborazione di offerte legali che, come si sta iniziando a fare con il prodotto cinematografico, prevedano nuove modalità pay di distribuzione dei contenuti su tutte le piattaforme esistenti; queste nuove strategie distributive infatti dovrebbero essere in grado di disinnescare i principali vantaggi competitivi dei "pirati" che sono costituiti da un time to market e un pricing estremamente competitivo a scapito della qualità del prodotto offerto.

Concorde sulla necessità di un'accelerazione nell'utilizzo di nuove strategie distributive dei contenuti anche Riccardo Tozzi (Anica) il quale ha sottolineato come il modello di business dei grandi player online (Google in primis) sia molto evoluto tecnologicamente ma poco dal punto di vista imprenditoriale visto che si fonda sulla logica della disintermediazione che uniforma e svilisce le peculiarità dei singoli mercati e delle differenti creatività.

Una possibile exit strategy al complicato tema della remunerazione del diritto d'autore online è arrivata con l'intervento di Oscar Giannino che ha sostenuto la necessità per le autorità di regolamentazione (nazionali ed europee) di trovare delle formule assimilabili a quelle già utilizzate con i broadcaster televisivi e fondate sul rapporto tra risorse (revenues pubblicitarie) e infrastrutture (frequenze). Per fare ciò è necessario però che i player online siano tenuti alla massima trasparenza nella rendicontazione delle proprie attività sia in termini di occupazione di banda (infrastrutture online) sia in termini di proventi (utili pubblicitari).

Andrea Gervasi