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UPA - Influencer Marketing 2026/7: oltre i follower, verso una misurazione più evoluta dei creator
Tra gli interventi sul palco dell'Influencer Marketing 2026, anche quello di Beatrice Torre e Matteo Ricci di Outcome, che hanno acceso i riflettori su un tema cruciale: come superare le metriche tradizionali per arrivare a una scelta davvero efficace dei creator.
Dai follower agli algoritmi: come cambia la valutazione dei creator
Per comprendere il presente, è necessario guardare all’evoluzione degli ultimi anni. Come ha spiegato Matteo Ricci, il punto di partenza è un’epoca in cui tutto era più lineare: «Quando il feed era cronologico, il KPI cardine per la valutazione degli influencer era sicuramente il numero dei follower». Con l’introduzione dei feed algoritmici, però, il paradigma cambia radicalmente e non basta più misurare la dimensione della fanbase, ma diventa centrale la qualità delle interazioni: «Oltre al numero di follower si incominciano a considerare molto anche i dati di engagement, quindi like, commenti e interazioni in generale».
L’arrivo di nuove piattaforme e logiche di distribuzione dei contenuti ha reso lo scenario ancora più articolato. «L’algoritmo propone agli utenti anche contenuti di persone che non seguono: i contenuti e le aree di interesse hanno sempre più rilevanza», ha sottolineato Ricci, evidenziando come oggi i creator abbiano la capacità di intercettare pubblici anche al di fuori della propria community.
Nonostante questa evoluzione, molte aziende continuano a basarsi su metriche consolidate. «Rimangono validi come driver di scelta i KPI quantitativi, quelli che definiamo vanity metric», ha spiegato Beatrice Torre. Accanto a questi, si stanno affermando anche indicatori qualitativi, che però presentano un limite strutturale: «Gli indicatori qualitativi sono per loro natura soggettivi e quindi generano bias, portando a risultati poco confrontabili e difficili da replicare nel tempo».
È proprio in questo spazio che si inserisce la necessità di un approccio più strutturato. Secondo Outcome, per rendere davvero efficace la selezione dei creator è fondamentale lavorare su tre direttrici: oggettivare anche gli indicatori qualitativi, costruire benchmark condivisi e introdurre una valutazione concreta del cosiddetto brand match. «Non è detto che un profilo solido vada bene per qualsiasi attività o campagna», ha sottolineato Torre, mettendo in evidenza quanto l’affinità tra creator e brand sia un fattore determinante.
Per rispondere a questa complessità, Outcome ha sviluppato un indicatore sintetico in grado di integrare diversi livelli di analisi. «Il nostro AOQS (Advanced Outcome Quality Score) è un KPI sintetico da 1 a 100, dove 100 rappresenta il risultato ottimale», ha spiegato Torre, evidenziando l’obiettivo di rendere queste valutazioni più accessibili e confrontabili anche all’interno delle aziende. Una semplificazione necessaria, come ha aggiunto Ricci: «È importante che non soltanto gli addetti ai lavori riescano a fare questo tipo di analisi, ma che sia intellegibile da tutte le figure coinvolte nelle decisioni».
In questo percorso, il ruolo dei dati è centrale, così come quello della tecnologia. L’intelligenza artificiale, per esempio, viene utilizzata per analizzare grandi quantità di informazioni, come nel caso dei commenti sotto i contenuti: «Analizziamo i commenti sotto i post per capire non solo se sono positivi o negativi, ma anche i temi ricorrenti e cosa viene detto davvero delle collaborazioni». Allo stesso tempo, resta fondamentale mantenere un controllo diretto sui processi più strategici: «Abbiamo scelto di non basare tutto sull’intelligenza artificiale perché è importante poter controllare, verificare e confrontare i dati nel tempo».
Un approccio che riflette un’esigenza sempre più evidente nel mercato: affiancare all’innovazione tecnologica un rigore metodologico capace di adattarsi a un contesto in continua evoluzione. Anche sul fronte economico, infatti, la lettura dei dati diventa uno strumento decisivo per guidare le scelte: «Riusciamo a isolare i costi, distinguendo la visibilità media pura da tutto il resto, dando così maggiore potere negoziale agli advertiser».
In un ecosistema in cui i contenuti sono sempre più centrali, ma anche sempre più difficili da valutare, superare le metriche tradizionali non è più un’opzione, ma una necessità per costruire strategie realmente efficaci.
FF

