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Cannes. Digital power to the people
Amr Salama, Jehane Noujaim e Fisher Stevens sono tre filmmaker e attivisti che, invitati da JWT, prendendo spunto dal ruolo dei social media nella cosiddetta 'Primavera Araba' hanno portato a Cannes la propria testimonianza nel corso di un seminario in cui si è parlato poco di marketing e molto di comunicazione nel senso più ampio e più alto del termine.
(Cannes. Dal nostro inviato Tommaso Ridolfi) Come è stato reso ancora più evidente da tutto ciò che è successo negli ultimi mesi in Medio Oriente, la trasformazione innescata dalle tecnologie digitali va assai oltre la pubblicità e riguarda qualsiasi processo di comunicazione, toccando quindi non solo la sfera commerciale ma a anche quella più propriamente sociale e politica. Le immagini riprese con uno smartphone trasformano chiunque si trovi sulla scena di una manifestazione in un reporter. Il filmato postato su YouTube o su Facebook e anticipato e diffuso via Twitter si trasforma così automaticamente in una notizia, immediatamente ripresa dai canali informativi tradizionali.
Di tutto questo hanno parlato stamattina al Festival di Cannes due protagonisti e testimoni diretti di alcuni di questi eventi, i filmmaker Amr Salama e Jehane Noujaim, egiziano il primo, americana ma di origini mediorientali la seconda. Insieme a loro un altro attore, regista e produttore, l’americano Fisher Stevens, vincitore di un Academy Award per il documentario ‘The Cove’ sulle stragi di delfini.
Il compito di coordinare gli interventi è stato assunto da David Eastman, ceo Nord America e worldwide digital director di JWT (foto a dx): “Grazie alla tecnologia - ha osservato - viviamo in un mondo in cui l’iperconnessione è la nuova normalità e la trasparenza non è negoziabile. La società si è ‘orizzontalizzata’ e le scale gerarchiche ne sono uscite sconfitte. E i network - quando i governi non spengono l’accesso a internet grazie a provider compiacenti - superano qualsiasi confine geografico. Non voglio banalizzare, ma sono convinto che quanto è successo in quella che è stata definita la ‘Primavera Araba’ possa insegnare qualcosa anche ai brand”.
Eastman ha quindi provato a capire insieme ai suoi tre ospiti che cosa i marketer abbiano da imparare dagli attivisti e come potrebbero dar vita, attraverso i social media, a movimenti ‘culturali’ di altrettanto valore.
La storia di Amr
Amr Salama (foto a sx) ha raccontato la sua esperienza il giorno della grande rivolta avvenuta al Cairo lo scorso gennaio: “Era la prima volta che scendevo in piazza - ha testimoniato - e stavo facendo delle riprese con il mio iPhone quando un gruppo di miliziani mi ha bloccato e ha iniziato a pestarmi con i manganelli. E’ arrivato un ufficiale che mi ha strappato di mano il telefono, lo ha distrutto e ha dato ordine ai soldati di smettere perché in quel luogo c’erano troppe telecamere in giro. Poi mi ha fatto portare in un vicolo più nascosto e ha dato loro l’ordine di ammazzarmi di botte…”.
Sotto i colpi di quei soldati, Amr ha trovato la forza di spiegare che lui era sceso in piazza per difendere i diritti suoi e di quegli stessi poliziotti. Uno di questi lo ha ascoltato e ha fatto fermare il pestaggio, permettendogli di fuggire.
“Quando sono tornato a casa ho scritto immediatamente tutto ciò che mi era successo. Ho cercato di farlo in modo divertente, ma avevo una paura enorme, e al momento di cliccare il bottone per inviare il post al mio blog e su Facebook mi sono bloccato per più di un’ora. Poi ho capito che dovevo comunque farlo, perché come i social media erano stato lo strumento grazie al quale ci eravamo organizzati e dal quale aveva preso il via la protesta, così doveva servirmi a far sapere la verità, e ho cominciato a twittare i dettagli. In pochissimo tempo il mio articolo ha raggiunto centinaia di altre persone”.

Da questa storia così drammatica e personale si capisce perfettamente perché, alla domanda di Eastman su cosa pensi Amr delle aziende che cercano di avvicinare il proprio brand alle ‘giuste cause’, vuoi su un piano finanziario vuoi copiandone lo stile e il tono comunicativo - la risposta è stata particolarmente negativa: ““In Egitto ci sono stati diversi casi di brand che hanno provato a ‘sostenere’ la rivoluzione in atto, ma è stata una cosa totalmente sbagliata. Cercare di costruirsi un’immagine o vendere più prodotti cavalcando la protesta è stato un errore gravissimo: hanno dimostrato di comportarsi esattamente nel modo in cui si comportava il governo autoritario che stavamo cercando di abbattere: gli atteggiamenti caritatevoli, l’aiuto ai più poveri, sono proprio ciò che fanno i politici, in tutto il mondo, al momento di farsi eleggere”.
Questa sfiducia verso i governanti e le aziende, ha domandato Eastman, nasce forse da una sfiducia di fondo nei confronti del mezzo televisivo?
“Non è una questione di medium - ha replicato Amr Salama - ma di approccio da ‘predicatore’ che si rivolge a un gregge di pecore… Un atteggiamento paternalistico - nelle sue apparizioni televisive chi ci governava si autoproclamava il ‘padre dell’Egitto’ e non mancava mai di chiamarci i suoi ‘figli’ - che la gente ormai ha imparato a riconoscere e a rifiutare. Le persone si sono svegliate, e attraverso i social media sa che ormai, come si possono far cadere i governi, ci si può rivoltare anche contro le corporation”.
Se però una di queste corporation gli chiedesse di collaborare, Salama, che nel suo portfolio da regista ha anche alcuni spot, sarebbe disposto a farlo?
“Certo che lo sarei, è il mio lavoro. Ma a due precise condizioni: il pieno controllo creativo e la certezza che quel brand non sia dannoso in alcun modo verso le persone, l’ambiente o qualsiasi altra cosa…”.
Verità e autenticità
Meno drammatica ma anch'essa significativa la storia di Jehane Noujaim (a dx nella foto), che è nata e vive negli Stati Uniti, perché anche a lei è capitato di essere arrestata: al momento del suo ingresso in Egitto, nel suo bagaglio è stato trovato il dvd di un documentario da lei diretto e che parla di democrazia, e questo è stato ritenuto sufficiente a fermarla e sottoporla a un interrogatorio di 8 ore…
Qual è stata la sua esperienza dei movimenti sociali in Medio Oriente?
“Le persone hanno imparato a esprimere il loro desiderio di autenticità e di verità - ha risposto - e ormai sanno distinguere perfettamente quando chi parla con loro sta mentendo o ha un secondo fine. Le persone vogliono essere trattate come si fa con gli amici, non essere guardate dall’alto in basso, in modo paternalistico, come diceva Amr. E questo vale anche per l’advertising: se un brand è davvero ‘buono’ nessuno ha problemi, lo supportano e spesso lo raccomandano, citandolo come esempio… Ma questa ‘bontà’ deve essere dimostrabile e dimostrata dai fatti, non dagli slogan e dalle parole”.
Per il suo lavoro di filmmaker, Jehane ha capito inoltre che la gente più che mai ha bisogno di storie per capire e interpretare quel che succede: “Quando ero in piazza a filmare - ha raccontato - ho visto che intorno a me c’erano centinaia e forse migliaia di altre persone che stavano facendo la stessa cosa. E tutti quei filmati sarebbero stati postati internet in pochissimo tempo. Il che va benissimo, perché sono testimonianze importanti. Ma il mio lavoro è prendere le immagini di quei fatti e renderle ‘irresistibili’ attraverso la narrazione di una storia”.
“Sono d’accordo - è intervenuto Fisher Stevens (foto a sx) -: anche nella mia esperienza la sfida più grande è quella di trovare il giusto bilanciamento fra desiderio di cambiare il mondo e necessità di intrattenere gli spettatori”.
Stevens in realtà non si considera un attivista: il suo coinvolgimento nella causa dei delfini - ha spiegato - è nata dopo essere stato chiamato dal suo amico Jim Clarke (uno dei fondatori di Netscape) che stava finanziando il progetto di un documentario sulle stragi di delfini che continuano ad avvenire in Giappone, per le cui riprese ci sono voluti 4 anni. “Il mio intervento sul documentario ‘The Cove’ (che nel 2010 ha vinto un Oscar e moltissimi altri premi: ndr) è stata quella di dargli lo stile e il trattamento di un thriller. Lavorando a quel progetto - ha proseguito Stevens - mi sono appassionato al problema e ho cominciato a pensare che i documentari potessero diventare anche una leva per stimolare un cambiamento nella società”.
Passione che lo scorso anno lo ha portato a fondare con alcuni soci Insurgent Media, casa di produzione dedicata proprio ai new media e ai documentari.
Di tutto questo hanno parlato stamattina al Festival di Cannes due protagonisti e testimoni diretti di alcuni di questi eventi, i filmmaker Amr Salama e Jehane Noujaim, egiziano il primo, americana ma di origini mediorientali la seconda. Insieme a loro un altro attore, regista e produttore, l’americano Fisher Stevens, vincitore di un Academy Award per il documentario ‘The Cove’ sulle stragi di delfini.Il compito di coordinare gli interventi è stato assunto da David Eastman, ceo Nord America e worldwide digital director di JWT (foto a dx): “Grazie alla tecnologia - ha osservato - viviamo in un mondo in cui l’iperconnessione è la nuova normalità e la trasparenza non è negoziabile. La società si è ‘orizzontalizzata’ e le scale gerarchiche ne sono uscite sconfitte. E i network - quando i governi non spengono l’accesso a internet grazie a provider compiacenti - superano qualsiasi confine geografico. Non voglio banalizzare, ma sono convinto che quanto è successo in quella che è stata definita la ‘Primavera Araba’ possa insegnare qualcosa anche ai brand”.
Eastman ha quindi provato a capire insieme ai suoi tre ospiti che cosa i marketer abbiano da imparare dagli attivisti e come potrebbero dar vita, attraverso i social media, a movimenti ‘culturali’ di altrettanto valore.
La storia di AmrAmr Salama (foto a sx) ha raccontato la sua esperienza il giorno della grande rivolta avvenuta al Cairo lo scorso gennaio: “Era la prima volta che scendevo in piazza - ha testimoniato - e stavo facendo delle riprese con il mio iPhone quando un gruppo di miliziani mi ha bloccato e ha iniziato a pestarmi con i manganelli. E’ arrivato un ufficiale che mi ha strappato di mano il telefono, lo ha distrutto e ha dato ordine ai soldati di smettere perché in quel luogo c’erano troppe telecamere in giro. Poi mi ha fatto portare in un vicolo più nascosto e ha dato loro l’ordine di ammazzarmi di botte…”.
Sotto i colpi di quei soldati, Amr ha trovato la forza di spiegare che lui era sceso in piazza per difendere i diritti suoi e di quegli stessi poliziotti. Uno di questi lo ha ascoltato e ha fatto fermare il pestaggio, permettendogli di fuggire.
“Quando sono tornato a casa ho scritto immediatamente tutto ciò che mi era successo. Ho cercato di farlo in modo divertente, ma avevo una paura enorme, e al momento di cliccare il bottone per inviare il post al mio blog e su Facebook mi sono bloccato per più di un’ora. Poi ho capito che dovevo comunque farlo, perché come i social media erano stato lo strumento grazie al quale ci eravamo organizzati e dal quale aveva preso il via la protesta, così doveva servirmi a far sapere la verità, e ho cominciato a twittare i dettagli. In pochissimo tempo il mio articolo ha raggiunto centinaia di altre persone”.

Da questa storia così drammatica e personale si capisce perfettamente perché, alla domanda di Eastman su cosa pensi Amr delle aziende che cercano di avvicinare il proprio brand alle ‘giuste cause’, vuoi su un piano finanziario vuoi copiandone lo stile e il tono comunicativo - la risposta è stata particolarmente negativa: ““In Egitto ci sono stati diversi casi di brand che hanno provato a ‘sostenere’ la rivoluzione in atto, ma è stata una cosa totalmente sbagliata. Cercare di costruirsi un’immagine o vendere più prodotti cavalcando la protesta è stato un errore gravissimo: hanno dimostrato di comportarsi esattamente nel modo in cui si comportava il governo autoritario che stavamo cercando di abbattere: gli atteggiamenti caritatevoli, l’aiuto ai più poveri, sono proprio ciò che fanno i politici, in tutto il mondo, al momento di farsi eleggere”.
Questa sfiducia verso i governanti e le aziende, ha domandato Eastman, nasce forse da una sfiducia di fondo nei confronti del mezzo televisivo?
“Non è una questione di medium - ha replicato Amr Salama - ma di approccio da ‘predicatore’ che si rivolge a un gregge di pecore… Un atteggiamento paternalistico - nelle sue apparizioni televisive chi ci governava si autoproclamava il ‘padre dell’Egitto’ e non mancava mai di chiamarci i suoi ‘figli’ - che la gente ormai ha imparato a riconoscere e a rifiutare. Le persone si sono svegliate, e attraverso i social media sa che ormai, come si possono far cadere i governi, ci si può rivoltare anche contro le corporation”.
Se però una di queste corporation gli chiedesse di collaborare, Salama, che nel suo portfolio da regista ha anche alcuni spot, sarebbe disposto a farlo?
“Certo che lo sarei, è il mio lavoro. Ma a due precise condizioni: il pieno controllo creativo e la certezza che quel brand non sia dannoso in alcun modo verso le persone, l’ambiente o qualsiasi altra cosa…”.
Verità e autenticitàMeno drammatica ma anch'essa significativa la storia di Jehane Noujaim (a dx nella foto), che è nata e vive negli Stati Uniti, perché anche a lei è capitato di essere arrestata: al momento del suo ingresso in Egitto, nel suo bagaglio è stato trovato il dvd di un documentario da lei diretto e che parla di democrazia, e questo è stato ritenuto sufficiente a fermarla e sottoporla a un interrogatorio di 8 ore…
Qual è stata la sua esperienza dei movimenti sociali in Medio Oriente?
“Le persone hanno imparato a esprimere il loro desiderio di autenticità e di verità - ha risposto - e ormai sanno distinguere perfettamente quando chi parla con loro sta mentendo o ha un secondo fine. Le persone vogliono essere trattate come si fa con gli amici, non essere guardate dall’alto in basso, in modo paternalistico, come diceva Amr. E questo vale anche per l’advertising: se un brand è davvero ‘buono’ nessuno ha problemi, lo supportano e spesso lo raccomandano, citandolo come esempio… Ma questa ‘bontà’ deve essere dimostrabile e dimostrata dai fatti, non dagli slogan e dalle parole”.
Per il suo lavoro di filmmaker, Jehane ha capito inoltre che la gente più che mai ha bisogno di storie per capire e interpretare quel che succede: “Quando ero in piazza a filmare - ha raccontato - ho visto che intorno a me c’erano centinaia e forse migliaia di altre persone che stavano facendo la stessa cosa. E tutti quei filmati sarebbero stati postati internet in pochissimo tempo. Il che va benissimo, perché sono testimonianze importanti. Ma il mio lavoro è prendere le immagini di quei fatti e renderle ‘irresistibili’ attraverso la narrazione di una storia”.
“Sono d’accordo - è intervenuto Fisher Stevens (foto a sx) -: anche nella mia esperienza la sfida più grande è quella di trovare il giusto bilanciamento fra desiderio di cambiare il mondo e necessità di intrattenere gli spettatori”.Stevens in realtà non si considera un attivista: il suo coinvolgimento nella causa dei delfini - ha spiegato - è nata dopo essere stato chiamato dal suo amico Jim Clarke (uno dei fondatori di Netscape) che stava finanziando il progetto di un documentario sulle stragi di delfini che continuano ad avvenire in Giappone, per le cui riprese ci sono voluti 4 anni. “Il mio intervento sul documentario ‘The Cove’ (che nel 2010 ha vinto un Oscar e moltissimi altri premi: ndr) è stata quella di dargli lo stile e il trattamento di un thriller. Lavorando a quel progetto - ha proseguito Stevens - mi sono appassionato al problema e ho cominciato a pensare che i documentari potessero diventare anche una leva per stimolare un cambiamento nella società”.
Passione che lo scorso anno lo ha portato a fondare con alcuni soci Insurgent Media, casa di produzione dedicata proprio ai new media e ai documentari.

