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Marco Ferri (Consorzio Creativi): Il prezzo della pubblicità e lo sprezzo del mercato

In un mercato della comunicazione in cui vige da anni la cattiva consuetudine a un ribasso dei prezzi che inquina il sistema delle agenzie e la qualità creativa italiana, Consorzio Creativi lancia una provocazione e apre online su http://www.consorziocreativi.com/  il 'negozio della buona pubblicità', pubblicando i prodotti, ovvero le prestazioni d’agenzia, con tanto di prezzi e tariffe. Marco Ferri, socio del consorzio, spiega ad ADVexpress le ragioni di questa iniziativa.
In un mercato della comunicazione in cui vige da anni la cattiva consuetudine a un ribasso dei prezzi, in un continuo tiro alla fune tra clienti e agenzie che inquina il sistema delle agenzie e la qualità creativa italiana, ecco una provocazione.

A lanciarla, è Consorzio Creativi, il network composto da Marco Ferri, Agostino Reggio, Paolo del Bravo Pubblicità, Alice Tomaselli (responsabile desktop operativo), Francesca Schiavoni (art), Fabrizio Sabbatini (consulente di marketing), Paolo Costa (art) e Leandro Casini (consulente), che ha aperto online il “Negozio della buona pubblicità” visitabile su http://www.consorziocreativi.com/ dove, sugli scaffali, compaiono i prodotti, ovvero le prestazioni d’agenzia, con tanto di prezzi e tariffe.

Ecco come Marco Ferri spiega le motivazioni all’origine di questa iniziativa attraverso un intervento che gli abbiamo sollecitato. E' disponibile anche un video cliccando qui:

http://consorziocreativi.com/blog/2011/11/07/la-vera-provocazione-e-continuare-a-considerare-la-creativita-la-cenerentola-della-pubblicita/



Il fatto è che il prezzo per la pubblicità italiana è un tabù. Ogni cliente pensa di fare ottimi affari, spendendo sempre meno; ogni agenzia, media o creativa, pensa di tenere alla concorrenza abbassando i prezzi. Ma le cose stanno proprio così?

Se prendiamo ad esempio le gare convocate dai committenti per scegliere la migliore agenzia, queste ormai non si svolgono più sul terreno della competenza, ma sul piano inclinato della convenienza. Talmente inclinato che i prezzi sono scivolati sempre più in basso, e i margini per le strutture di comunicazione hanno subito una tale contrazione da diventare ingestibili non solo all'interno, ma anche difficili da spiegare ai rispettivi headquarters internazionali.

La situazione è sfuggita di mano a tutti i soggetti. Nella seconda metà degli anni Ottanta, le agenzie si remuneravano con il 15% che per legge gli editori dovevano riconoscere alle agenzie che vendevano spazi e messaggi ai loro clienti. La produzione dei materiali era remunerata con il 17,65% del budget.

Di pari passo con l'espansione del mercato della comunicazione commerciale che contrassegnava quegli anni, si pensò di favorire la crescita rinunciando via via a porzioni di quel 15%. Su pressante richiesta di grandi compagnie americane, che assegnavano budget multinazionali, i reparti media delle agenzie furono scorporati, per diventare agenzie a loro volta. In Italia, la nascita e lo sviluppo supersonico della tv commerciale e l'aumento dell'offerta di spazi televisivi hanno favorito la rapida agonia del 15%.

Quel 15%, che in origine remunerava per il 7% la creatività; per il 5% il servizio di contatto commerciale; per il 3% il planning e il buying dei mezzi; quel 15%, dunque, cominciava a dissolversi. Le agenzie media, cioè chi compra spazi per conto dei clienti e le concessionarie di pubblicità, cioè chi vende spazi per conto degli editori trovarono la via di disinnescare l'obbligo, tutt'ora vigente, di riconoscere all'agenzia il 15%: alle agenzie media un meccanismo di remunerazione basato su quantità di spazi trattati, per i quali scattano premi da parte delle concessionarie; per le agenzie creative l'istituzione del fee, praticamente sganciato dalla percentuale di spesa pubblicitaria.

Venendo ai giorni nostri, il budget che una azienda investe in pubblicità non dice più nulla a proposito del fatturato della agenzia di pubblicità che ne cura l'immagine. L'agenzia media viene pagata in un modo, l'agenzia creativa in un altro, le ricerche in un altro ancora, la grafica, gli eventi, le promozioni in altri modi ancora.

Il combinato disposto di questa giungla remunerativa è stato solo apparentemente il maggior vantaggio per il committente, che è convinto di tenere sotto controllo la spesa pubblicitaria; e non è ormai più neppure il vantaggio competitivo dei grandi gruppi verso le piccole strutture: l'illusione che la massa critica compensasse i minori introiti derivati dai forti sconti si basava sulla previsione di un costante investimento da parte dei clienti. Le crisi economiche che si sono succedute negli anni, al contrario, hanno segnato una costante diminuzione degli investimenti sui mezzi classici, stampa e televisione, per esempio.

Anche senza contare l'odierna gravissima situazione economica e finanziaria in cui versa il mercato italiano, i grandi gruppi hanno da tempo cominciato a boccheggiare per mancanza di fatturati adeguati alle loro dimensioni. Vistosi e profondi tagli di personale hanno costretto le grandi agenzie a dimagrire. Col risultato di impoverire la capacità propositiva nei confronti dei clienti. I quali, dopo aver favorito in tutti i modi la corsa al controllo della spesa pubblicitaria, si trovano oggi a fare i conti con l'impoverimento dell'offerta creativa all'altezza delle durissime sfide proposte in continuazione dal mercato globale.

Così, come fossimo in una commedia di Goldoni, succede che Pantalone dice "non ti pago perché mi hai fatto un brutto servizio", e Arlecchino dice "ti ho fatto un brutto servizio perché tanto non mi paghi".

L'aspetto grottesco, però, è che tutti si lamentano, ma nessuno dice la verità. Negli ultimi anni le associazioni delle agenzie e quelle dei committenti hanno prodotto migliaia di ore di convegni e tavole rotonde, alcune tonnellate di carta imbrattata di buoni propositi senza che questo ribollire di intelligenze venisse a capo di alcunché: neppure l'obiettivo minimo, quello della remunerazione almeno delle spese per le gare, è stato raggiunto. E sì che si sono fatti proclami e stilato decaloghi, che nessuno ha mai preso in considerazione, a cominciare proprio dagli associati medesimi. Questo, tuttavia, non ha impedito che, per esempio, il sabato al convegno si tuonasse contro il dumping che il lunedì successivo si applicava senza troppi scrupoli.

In questi anni il valore sul mercato di alcuni budget pubblicitari è stato letteralmente portato vicino allo zero. Per esempio, a una grande banca che nel 2000 riconosceva all'agenzia il 7,5%, oggi è stato offerto un fee che si aggira tra il 2 e il 3 per cento, a scalare sugli importi investiti. Oppure, a una importante istituzione pubblica è stato offerto, non più tardi di tre anni fa, un fee equivalente allo 0,9% del budget. E può succedere, come è successo, che una rinomata agenzia abbia proposto al suo cliente un listino nel quale un annuncio pubblicitario senza immagini costava meno della metà di uno con una foto: la creatività non conta, contano le figure. Per non dire di quella agenzia che per acquisire un importante cliente editoriale, è arrivata a offrire uno sconto del 75%.

La spirale del dumping si avvita su se stessa quando viene messa in gara l'agenzia che aveva stracciato il prezzo, la quale perde comunque il cliente. Il quale convoca la gara proprio per non dover rinegoziare il prezzo stracciato che gli era stato precedentemente offerto. Col risultato che implicitamente la base di partenza è proprio il ribasso del ribasso precedente: è su quello si scontreranno le agenzie convocate. Ecco che da Carlo Goldoni si passa ad Harold Pinter: cioè siamo in pieno teatro dell'assurdo.

Tutto questo succede mentre i committenti si lamentano, quando non cercano agenzie di pubblicità altrove, come è successo recentemente per un grande gruppo bancario e per una grande compagnia telefonica. E mentre nelle agenzie si lavora male, con stipendi bassi o un uso diffusissimo di lavoro precario, e il costante clima da stillicidio di licenziamenti.

In questo quadro, al tempo stesso desolato e desolante, in cui il prezzo della pubblicità è stato usato con sprezzo del mercato e delle sue regole, l'unica via d'uscita è rompere il tabù dei prezzi e dichiararli apertamente. E accettare che la negoziazione tra le parti faccia il resto. Senza trucchi, senza inganni, senza piccole bugie o grossolane mezze verità.


Dopo l'intervento abbiamo voluto rivolgere qualche domanda a Marco Ferri per chiarire meglio il senso della proposta del Consorzio Creativi.

Stando a quello che ha appena scritto l’agenzia si trasforma a tutti gli effetti in una sorta di ‘supermercato della pubblicità’, non le pare? A legittimazione di un meccanismo che porta i clienti a scegliere i servizi prima per la convenienza che per la competenza dei professionisti.

“E’ quello che già succede oggi, ribadisce Ferri -. Nelle gare private come in quelle pubbliche l’elemento discriminante è il prezzo. Tanto che, spesso, si convocano gare per il semplice obiettivo di giocare al ribasso. In un mercato in cui sono state create e accettate logiche di dumping sfrenato, noi abbiamo deciso di mettere in chiaro le nostre tariffe, ovviamente disponibili a negoziazioni sulla base dei budget che i clienti decidono di investire.
Certo, il tutto fa pensare a un supermercato della pubblicità, ma non siamo stati noi a ridurre la contrattazione cliente-agenzia a qualcosa di molto simile a una vendita all’ingrosso. D’altra parte in molti conoscono la nostra storia professionale e questo sposta i criteri di decisione dal miglior prezzo al miglior rapporto qualità - prezzo. La nostra iniziativa, comunque, è certamente provocatoria, ma è almeno una presa di posizione concreta in un contesto in cui, nella nostra industry, ci sono più polemiche che fatti.
Più in là discuteremo se resta una provocazione o se sarà il futuro”.

Come funziona esattamente il modello di business di Consorzio Creativi?

"Siamo un network di persone e società con una propria autonomia professionale, che si consorziano per lavorare sui clienti. Il capo commessa del desk operativo, di cui è responsabile Alice Tomaselli, decide quante professionalità attivare e in quanto tempo deve essere svolto il lavoro e sulla base di questi criteri decide la porzione di compenso.
In questo modo, grazie a un’attivazione di competenze sulla base di specifiche esigenze, c’è la possibilità di ridurre i costi fissi e di definire prezzi più vantaggiosi rispetto a una grande agenzia.

Ad esempio?

Ad esempio la formula Consorzio BASIC propone una campagna pubblicitaria  atl su stampa e radio a partire da  11.900 euro. La formula Consorzio PLUS prevede  una campagna pubblicitaria atl su stampa, radio, televisione a partire da  14.900 euro. Il Consorzio PREMIUM invece offre una campagna pubblicitaria atl su stampa, radio, televisione, esterna, web e btl a partire da 19.990 euro. Siamo attivi anche sugli eventi con il pacchetto SPECIAL EVENTS:  una campagna mob, viral,  affissioni speciali, realtà aumentata a partire da 24.990 euro. Alle aziende start up, inoltre, offriamo abbonamenti (consulenza, strategia e creatività) annuali, biennali e triennali a partire da 6.500 euro al mese. Tra i nostri clienti attuali ci sono Unicredit, Unicef, I diritti alzano la voce, Auser e Regione Toscana.



Viene spontaneo chiederle quali effetti pensate di suscitare sul mercato.

"Siamo arrivati al punto in cui, saltando un meccanismo a percentuale, l’agenzia vende un prodotto con un prezzo. E’ la realtà dei fatti, vediamo cosa succede.
Qualche azienda si è già fatta sentire. Evidentemente la trasparenza ha un elemento attrattivo.
Probabilmente si aprirà un dibattito, ma vorremmo soprattutto venisse fatto, da parte delle agenzie, un salto di intelligenza verso i committenti, per tornare a parlare di regole condivise con cui agire sul mercato della comunicazione. In questo momento c’è una totale deregulation: vince il più forte, al limite il più furbo, ma in questo modo non si crea un buon mercato. Serve un nuovo ragionamento che porti a ridefinire il rapporto con il media, il valore della creatività e della produzione di materiale pubblicitario".


AssoComunicazione è impegnata da tempo a difesa del comparto delle agenzie. Come vede il ruolo dell’Associazione che, tra l’altro, a breve sarà impegnata a votare il nuovo Consiglio Direttivo e il nuovo Presidente, carica per la quale è candidato Massimo Costa?

"L’associazione è parte in causa di questa deregulation e staremo a vedere cosa succederà con le nuove elezioni. Non conosco esattamente le dinamiche interne ad AssoComunicazione, ma, con il massimo rispetto per Costa, credo non sia più tempo di pensare che una sola persona possa risolvere i problemi.
Come in una bocciofila, per usare una metafora, se viene eletto un presidente, ma non ci sono le bocce, ovvero le regole, come si fa a giocare?
Serve una politica condivisa, di cui naturalmente il nuovo presidente dovrà farsi promotore, con la quale mettere in moto un circolo virtuoso. In questi anni, in Italia, c’è bisogno di progetti concreti, in pubblicità e non solo".


EC