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Space Available in Cannes/6. La Questione Femminile e il Circo delle Ipocrisie

Nella sua rubrica da Cannes, Pasquale Diaferia riflette su come il tema delle questioni di genere abbia tenuto banco al Festival con una serie di iniziative e incontri. Ma, conclude: "Quello che portiamo a casa da questa controversa edizione del festival, su questi temi etici, è la convinzione che se la comunicazione predica uguaglianza, ma non sa dare l'esempio, come potranno altri mondi cambiare le proprie visioni?"

Il primo magazine internazionale che abbiamo trovato al Palais, venerdì scorso, era un numero speciale di Campaign, con una controcopertina che dichiarava apertamente il tema del monografico del Festival: Diversity. E per tutta la settimana la capitale mondiale della pubblicità si è trasformata in un enorme laboratorio delle questioni di genere, un grande palco per le dichiarazioni roboanti da Festival. Peccato che le buone intenzioni non trovino risposta nella vita quotidiana. Niente di nuovo, la Kermesse della Croisette da sempre ha fatto suoi i temi etici e li ha integrati con il concorso. Ma quest'anno stiamo assistendo a qualcosa di davvero poderoso.

L'uguaglianza di genere, infatti, tiene banco ovunque. Si parte con iniziative indipendenti come The Girls Lounge di The Female Quotient ed i Breakfast for Girl al Martinez, dove quotidianamente un gruppo di professioniste internazionali indipendenti dibattono davanti ad un croissant delle differenze di remunerazione in rosa.

Poi, mediamente un seminar su due, ecco che la questione femminile trova spazio con voci di grande spessore. Abbiamo visto Halle Berry portare il suo contributo di attrice di successo che oggi si occupa di produzione con grande energia: “Si puo dire che una donna sia una brava madre o una brava moglie. Ma questo non ha niente a che vedere con il giudizio che si può dare di lei come professionista. E ancor meno sul suo stipendio.”

Abbiamo visto Madonna Badger, l'inventrice dell'iniziativa sociale #womennotobject, segnalata d AD Age come Donna Esempio, salire più volte su palchi e palchetti a ribadire che non ha senso che un'industria che ha le donne al centro come consumatrici, oltre che come impiegate nelle aziende, non riesca ad esprimere una significativa presenza nelle stanze in cui si prendono le decisioni.

Abbiamo visto anche le aziende prendersi a cuore il tema. La Procter & Gamble ha organizzato un frequentatissimo show al Lumiere Theatre sul tema “Creatività e responsabilità: come usare la nostra voce per promuove l'uguaglianza di genere”. Ma sono statee almeno altre dieci le occasioni brandizzate in cui le grandi aziende hanno esibito, come piccoli panda, le loro dirigenti in posizioni di rilievo.

A tutto questo orgoglio femminile esibito però non corrispondono altrettante figure apicali. E le poche che ce l'hanno fatta, hanno remunerazioni comunque inferiori a quelle degli uomini. 

Poi c'è tutto il rumore delle tante campagne, premiate con Grand Prix ed ori, dedicate ai temi delle differenze di genere. Basti pensare ai due ori nel categoria Glass (dove non è stato assegnato il grand prix) ad campagna indiana sulle mestruazioni e a quella di Tecate, la birra messicana contro la violenza di genere. Rappresentano le decine di premi riservati a sviluppi creativi su temi delicati come questi. Fino ad arrivare alla geniale campagna di Skittles per il movimento LGBT con la colorazione in bianco di un prodotto arcobaleno. Insomma, sono tantissime esecuzioni globali premiate, che  cercano di abbattere le differenze arrivando perfino ad ambiti multigenenre.

Ripeto, abbiamo visto indipendenti, aziende, organizzazioni, campagne, tutti a proclamare il bisogno di rivedere le differenze e stabilire uguaglianza e giustizia.

Peccato che poi arrivi un press release che conferma che meno del 10% dei leader nel mondo sono di sesso femminile. E qui l'enorme sforzo di costruzione di una cultura favorevole si schianta contro la sostanziale misoginia di questo mestiere, in cui CEO e direttori creativi di sesso femminile vengono indicati come rari esempi, esattamente come in tutti gli altri settori lavorativi, nonostante la presenza di lavoratrici in tutta la nostra filiera.

E' qui che si schianta la volontà di cambiare la cultura: contro la routine, la pratica, le abitudini.

Non bastano le Halle Barry che quasi urlano: “Un leader è chi guida, non conta se sia un uomo o una donna.” Non basta nemmeno sir Grainge, Media Person of The Year per la sua UMG, che ricorda su un palco che nella sua compagnia ha molte donne che gli gestiscono il business. Il CEO resta lui, e non pare abbia intenzione di mollare l'osso.

Quello che portiamo a casa da questa controversa edizione del festival, su questi temi etici, è la convinzione che se la comunicazione predica uguaglianza, ma non sa dare l'esempio, come potranno altri mondi cambiare le proprie visioni? Le cose non possono modificarsi, sul tema delle differenze di genere, solo attraverso la leva della comunicazione. Dura da dire occupandoci di questo. MA forse serve altro.

Pasquale Diaferia (twitter @pipiccola)