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Comunicazione sociale 'a rischio di buonismo' nel convegno di Pubblicità Progresso

Negli interventi di stamattina si è analizzato il concetto di 'politicaly correct', la sua storia e le sue implicazioni sulla comunicazione di oggi. Sono intervenuti, tra l'altro, il filosofo e scrittore francese Bernard Henry-Lèvy e Franco Bechis, direttore di 'Italia Oggi'.

Oggi, 17 ottobre 2006, si è svolto all'Università degli Studi di Milano il convegno organizzato da Pubblicità Progresso dal titolo 'Politically un-correct: la comunicazione sociale oltre il buonismo e la provocazione'. Tema principale dell'incontro era capire se, quando si parla di temi 'delicati' come dolore, sofferenza e diversità, sia meglio utilizzare una comunicazione 'politically correct', che attenui la realtà con eufemismi e giochi di parole, o 'politicaly un-correct', in cui le cose vengano chiamate con il proprio nome, affrontando con coraggio le diversità.

L'incontro si è aperto con gli interventi di saluto di Alberto Contri (nella foto), presidente della Fondazione Pubblicità Progresso, di Enrico Decleva, Rettore dell'università, e degli assessori Daniela Gasparini e Mariolina Maiori, in rappresentanza, rispettivamente, della Provincia e del Comune di Milano. A seguire, un breve discorso di Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e Acri, tra i più stretti collaboratori di Pubblicità Progresso.  

La conferenza è entrata nel vivo con il filosofo e scrittore francese Bernard Henry-Lèvy, che parlato del 'politically correct e i suoi effetti collaterali'. "Il concetto di politically correct ha origini storiche, risalenti agli anni '60, quando negli Usa, con la rivoluzione per i diritti civili, i neri hanno rivendicato il loro diritto di uguaglianza rispetto ai bianchi, e filosofiche, con lo strutturalismo francese. Le parole non sono neutrali e la lingua non è solo uno strumento, ma è qualcosa di vivo. Non ci sono opinioni che, a priori, risultano più difendibili o condannabili rispetto ad altre, ma bisogna tener conto del fatto che alcune parole possono essere portatrici di infamia, possono far male e minare la dignità di chi le ascolta; ci sono termini e aggettivi che non devono essere concessi. È fondamentale che ci sia una libertà di espressione, ma è altrettanto importante utilizzare il senso critico; non si possono legittimare tutte le idee alla stessa maniera. Non è giusto porre dei limiti all'espressione di una persona, ma il rischio è di sconfinare in attacchi precisi, che possono anche sfociare nel razzismo. La frontiera è decisamente fragile, e il dibattito tra opinione 'ricevibile' e 'non ricevibile' è tuttora molto vivo. Le parole hanno un loro peso e bisogna scelglierle con cura, utilzzando la razionalità che deve essere preservata in ognuno di noi per non cadere nell'eccesso".

L'incontro è proseguito con l'intervento di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, che ha discusso di 'carità' e 'buonismo'. "La modernità è caratterizzata da una soggetivizzazione del reale. Oggi al centro del mondo c'è il soggetto e gli altri sono solo lo spunto per il benessere del soggetto stesso e per questo la comunicazione è scarsa. Il buonismo, in questo senso, può aprire una nuova prospettiva, perché vuol dire 'prendersi cura degli altri', ma senza la giusta consapevolezza diventa un impianto fragilissimo, senza fondamento e senza destino. C'è bisogno di un'apertuta esistenziale, è necessario prendersi cura della propria umanità ponendosi domande 'importanti' sul senso della vita e sulla realtà. La vera solidarietà nasce da questo, dal fatto di percepire la comunanza di origine e di destino con Dio e con gli altri uomini. Solo all'interno del proprio io profondo l'uomo può riscoprire il senso della verità, per 'amare il prossimo come se stesso'. L'uomo è creato da Dio ed è protagonista della vita di Dio nello spazio e nel tempo; fare carità vuol dire rendere presente l'identità di Dio nel mondo'.

Per concludere la prima parte della conferenza, si è tenuto un dibattito sul tema 'cinismo' e 'buonismo' coordinato da Franco Bechis, direttore di 'Italia Oggi'; protagonisti, la già citata Mariolina Maioli, Giorgio Israel, docente di storia della matematica presso l'università 'La Sapienza' di Roma e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

"Il politically correct oggi è una gigantesca ipocrisia" ha esordito Israel "perché bisogna dire le cose anche quando sono spiacevoli. Mascherare qualcosa con le parole, infatti, vuol dire che al suo interno c'è qualcosa di vergognoso, che va nascosto, perché la società deve essere fatta solo da persone e cose belle. Oggi, poi, in Occidente siamo arrivati al paradosso per cui si può parlare male della propria cultura, ma non di quella degli altri. Il politically correct, quindi, si esercita in una sola direzione e in Occidente sta diventando una sorta di cinismo autodistruttivo che esalta il peggio di sé e tende a distruggere il meglio. "Il politically correct è legato all'esigenza di non turbare la verità che si ha intorno" ha aggiunto Vittadini "ma bisogna trovare il coraggio di comunicare la verità; se questo non avviene, il politically correct è solo una menzogna imposta al popolo, una grande forma di violenza verso la naturale esigenza dell'uomo di ricercare la verità" "Spesso il buonismo è solo un modo per mettersi a posto la coscienza" ha concluso la Maioli "e spesso lo si fa solo per convenienza. L'ipocrisia, in questo caso, accresce i problemi, perché bisogna avere il coraggio di definire i fenomeni per quello che sono. In una realtà come quella di Milano, poi, non basta parlare di solidarietà, ma bisogna interrogarsi sulla costante metamorfosi della realtà urbana, che sta diventando sempre più multiculturale. Oggi l'integrazione è inidspensabile e bisogna impegnarsi per costruire una convivenza civile basata sulla centralità di ogni uomo" .

di Francesca Noemi De Pasquale