Evento b2c

Banca Investis alla Milano Design Week con Piano B dà voce ai giovani e ridisegna il proprio futuro. Matera: "Continueremo a parlare di passaggio generazionale anche nei nostri prossimi eventi’”

Con oltre 800 visitatori e un forte coinvolgimento interno, l’iniziativa segna un’evoluzione nel modo in cui una banca interpreta il proprio ruolo culturale e sociale. L’installazione si sviluppa all’interno degli spazi della banca, completamente riconfigurati: dal tunnel introduttivo alla sala del consiglio trasformata in “casa nomade”, fino al cortile che mette in relazione natura e digitale. Tra le opere più significative emergono “Flux”, esperienza sensoriale tra caos e armonia, il “-1”, che riflette criticamente sul ruolo della tecnologia, e la “wearable house”, espressione del nomadismo contemporaneo.

Alla Milano Design Week 2026 anche il mondo bancario sceglie di interrogarsi sul futuro, partendo da una delle sue sfide più complesse: il passaggio generazionale. 

"Siamo partiti dalla Milano Design Week con un’idea chiara: il nostro progetto più grande è il passaggio generazionale", spiega ad e20express Isabella Matera (in foto) Head of Brand & Communication di Banca Investis. "Come banca di investimento ci occupiamo di grandi patrimoni, quindi questo tema riguarda non solo le famiglie, ma anche le aziende e, in alcuni casi, i percorsi individuali".

Ma l’approccio va oltre la dimensione finanziaria. "Ci siamo detti anche un’altra cosa: abbiamo una responsabilità sociale", aggiunge Matera. "Durante la Design Week è fondamentale fermarsi ad ascoltare cosa pensano davvero le nuove generazioni, quelle a cui stiamo affidando un’eredità fatta di valori e responsabilità".

Per costruire questo confronto, il progetto ha coinvolto Raffles, che ha selezionato 20 studenti provenienti da tutto il mondo. "La Raffles ci ha dato un gruppo straordinario di ragazzi, coordinati da tutor come Andrea Colamedici, Massimo Temporelli e Sam Baron, con Chiara Alessi come curatrice della mostra", racconta Matera. "Hanno lavorato per mesi, partendo da progetti individuali per poi trovare connessioni comuni e costruire visioni condivise".

Un progetto diverso rispetto alle edizioni precedenti, più immersivo e sperimentale, che ha già restituito segnali concreti in termini di partecipazione e impatto. "È un’installazione decisamente diversa da quella dell’anno scorso", afferma Isabella Matera. "E possiamo già fare un primo bilancio".

I numeri confermano l’interesse generato. "Abbiamo avuto più di 400 visitatori su invito e, nella giornata di apertura al pubblico, altri 400", spiega. "Per una location privata, e soprattutto per una banca private, l’unica che ogni anno realizza un evento proprietario durante la Design Week, è un grandissimo risultato".

Ma il valore del progetto non si esaurisce nei numeri. La vera eredità riguarda il posizionamento futuro della banca, soprattutto nel dialogo con le nuove generazioni.

"Vogliamo continuare a parlare di passaggio generazionale", dichiara Matera. "Sarà il tema centrale anche nei nostri eventi privati con i clienti e probabilmente nelle prossime iniziative legate alla Design Week".

Agli studenti è stato chiesto di proiettarsi nel 2051, immaginando il proprio futuro tra 25 anni. "Quello che colpisce", osserva Matera, "è che su temi come la fiducia, la casa e la tecnologia emerge sempre il bisogno di equilibrio. In particolare, la tecnologia è vissuta con una certa ambivalenza: affascina, ma allo stesso tempo spaventa molto".

Un elemento che apre riflessioni importanti anche per chi oggi gestisce patrimoni e investimenti. "Queste paure e queste speranze ci riguardano direttamente", continua. "Perché il futuro che loro immaginano è lo stesso in cui noi stiamo costruendo oggi".

Un percorso articolato che ha portato a una sintesi chiara. "La keyword che emerge da tutti i progetti è una sola: equilibrio", sottolinea la manager.

Per ospitare il progetto, la banca ha scelto di trasformare radicalmente i propri ambienti affidando la produzione a Piano B. "Abbiamo disallestito alcuni spazi interni per creare un vero e proprio percorso", racconta Matera. "Il tunnel, ad esempio, è stato pensato come uno spazio di decompressione rispetto a quello che accade fuori e come un passaggio verso le visioni dei ragazzi".

Il percorso guida i visitatori attraverso diversi ambienti fino a raggiungere un luogo simbolico. "Siamo arrivati fino alla sala del consiglio, uno spazio istituzionale per eccellenza, che è diventato una casa", spiega. "Una casa però senza radici fisse, perché i ragazzi si immaginano come nuovi nomadi nel 2051".

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Tra i momenti più suggestivi del percorso c’è il cortile, dove prende forma in modo concreto il concetto di equilibrio. "Il cortile è il momento in cui i ragazzi esprimono in una maniera molto affascinante questo desiderio di equilibrio", racconta Matera. "Hanno progettato un’installazione fatta di natura, con più di 50 piante, all’interno della quale sono inseriti schermi e specchi".

Un gioco percettivo che coinvolge direttamente il visitatore. "Ci sono schermi che non soltanto riprendono le vere piante che si trovano dietro, ma che in alcuni casi confondono il video con la pianta stessa", spiega. "Questo perché ci sarà sempre più una relazione seamless tra natura e tecnologia, ed è proprio questo l’auspicio dei ragazzi".

Il progetto si configura così come un ponte tra presente e futuro. "Questi ragazzi sono veri costruttori di idee», conclude Matera. «Non si limitano a immaginare, ma strutturano visioni concrete. E per noi è fondamentale ascoltarli, perché il passaggio generazionale non è solo un trasferimento: è una trasformazione che dobbiamo costruire insieme".

Un altro passaggio chiave del percorso è rappresentato dal cosiddetto “-1”, uno spazio del building reinterpretato in chiave installativa. "Per la prima volta utilizziamo anche un ambiente del nostro edificio che è una sorta di pozzo", racconta Isabella Matera. "Qui i ragazzi hanno volutamente “relegato” la tecnologia".

L’installazione si sviluppa attraverso una sequenza di video ripetitivi, quasi ipnotici, accompagnati da un suono costante e disturbante. "Sono contenuti volutamente ridondanti, quasi soffocanti", spiega Matera. "C’è un rumore tecnologico di fondo che crea disagio, perché l’intento è molto chiaro: i ragazzi vogliono prendere le distanze da un eccesso di tecnologia".

Un messaggio netto, che riflette una consapevolezza spesso sottovalutata nelle nuove generazioni. "Quello che emerge è il bisogno di riappropriarsi di un equilibrio", sottolinea. "La tecnologia deve essere un abilitatore, non il sostituto dell’uomo. E i ventenni di oggi, anche se li etichettiamo come Gen Z, lo hanno capito perfettamente".

Per accogliere questo percorso, la banca ha scelto di ripensare radicalmente i propri spazi. 

Il lavoro non si conclude con l’esposizione. Al contrario, rappresenta un punto di partenza. "Studieremo tutto questo materiale", afferma Matera. "Vogliamo tirarne fuori degli insight concreti per capire che cosa desiderano davvero questi ragazzi guardando al 2051 e, soprattutto, cosa possiamo fare noi per loro".

Un cambio di prospettiva significativo anche per il mondo bancario, abituato a cercare risposte certe. "In questi giorni non stiamo raccogliendo risposte", conclude Matera. "Stiamo raccogliendo domande".

E proprio in queste domande si trova forse il valore più autentico del progetto: la capacità di ascoltare, prima ancora di definire soluzioni. Un approccio che, alla Milano Design Week, trasforma una banca in uno spazio di ricerca, dove il futuro non si impone, ma si costruisce insieme.

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Tra le installazioni più immersive del percorso emerge “Flux”, un’opera che traduce in esperienza sensoriale il concetto di equilibrio. "“Flux” è un’installazione del collettivo francese Collectif Scale", spiega Isabella Matera. "Questo gruppo ha messo a disposizione dei designer della Raffles la propria struttura, lasciando loro la libertà di reinterpretarla".

Il risultato è un lavoro corale, in cui i giovani progettisti hanno costruito una vera e propria narrazione fisica ed emotiva. "I ragazzi hanno creato un percorso fatto di suoni, luci e movimento", racconta Matera. "Un percorso che rappresenta in modo molto chiaro il tema dell’equilibrio".

L’esperienza si sviluppa come una transizione graduale tra opposti. "Si parte da una forte polarizzazione, dal caos e da una sorta di nevrosi tecnologica", continua. "Per poi arrivare progressivamente a una dimensione più morbida, quasi una danza, accompagnata da colori bianchi che riportano a una sensazione di calma".

All’ultimo piano dell’edificio, dove normalmente si trova una sala istituzionale con un grande tavolo grigio, prende forma una delle visioni più intime del progetto: la “wearable house”. "È una casa nomadica", racconta Isabella Matera. "Abbiamo trasformato uno spazio estremamente formale in un nuovo concetto di abitare, che è trasportabile, fluido".

Un’idea che nasce direttamente dall’immaginario dei giovani. "I ragazzi non si vedono vivere nello stesso posto nel 2051", spiega Matera. "Per questo hanno progettato uno spazio quasi onirico, in cui i ricordi e le cose essenziali li accompagnano mentre attraversano il mondo".

All’interno dell’installazione trovano posto elementi profondamente personali. "Hanno portato le loro vere fotografie, i loro ricordi più importanti", continua. "C’è una dimensione molto autentica: due ragazze moldave gemelle, ad esempio, hanno già un brand di abbigliamento; un altro studente che ha progettato tutta la parte tecnologica è anche un batterista".

Un lavoro che è andato ben oltre la progettazione. "Abbiamo indagato nelle loro vite", racconta Matera. "Siamo diventati un gruppo che per sette mesi ha lavorato gomito a gomito, conoscendo davvero chi sono queste persone che abiteranno il mondo di domani"

Da questa immersione è nato anche uno degli oggetti più simbolici dell’intero percorso: la “sedia della fiducia”. "I ragazzi si sono interrogati sul tema della fiducia in un mondo fatto di fake news, tecnologia e intelligenza artificiale", spiega Matera. "E hanno progettato una sedia molto semplice, sia nei materiali che nei colori, ma con un funzionamento particolare".

L’esperienza è tanto fisica quanto concettuale. "Funziona solo se ci si siede in due", racconta. "Se sei da solo, cadi. Devi fidarti dell’altro. E allo stesso tempo l’altro deve fidarsi di te".

Un meccanismo che diventa metafora immediata delle relazioni contemporanee. "Se uno dei due si alza all’improvviso, l’altro perde l’equilibrio", aggiunge. "È un gesto semplice, ma potentissimo".

L’oggetto ha colpito anche per un altro motivo, più legato al contesto della manifestazione. "La Design Week nasce dal Salone del Mobile", sottolinea Matera. "Negli anni è diventata sempre più un momento creativo e di grande visibilità per i brand".

Ma con la “sedia della fiducia” si torna all’essenza. "Questo progetto ci ha riportato all’origine: il mobile», conclude. «E infatti è un oggetto che porteremo con noi, in modo itinerante, nei nostri percorsi futuri".