Evento pubblico
In Triennale la mostra 'Trasfigurazione' di Emilio Cavallini
Un percorso di 30 opere realizzate negli ultimi dieci anni, frutto di una vicenda espressiva iniziata negli anni Settanta, e che avrà come punto centrale la performance che il pubblico potrà ammirare nel suo divenire. Il progetto grafico e di allestimento è stato curato da Nick Bellora e Francesco Carli del gruppo creativo TOP TAG Milano.
“Se voglio essere me stesso devo cercare uno uguale a me dentro di me”, queste parole di Emilio Cavallini accoglieranno le persone che visiteranno la sua mostra performance alla Triennale di Milano dal 16 febbraio 2011.
Un percorso di 30 opere realizzate negli ultimi dieci anni, frutto di una vicenda espressiva iniziata negli anni Settanta, e che avrà come punto centrale la performance che il pubblico potrà ammirare nel suo divenire; Cavallini infatti inizierà a costruire questa installazione, dal titolo Trasfigurazione, alcuni giorni prima dell’inaugurazione e la completerà durante il periodo di apertura.
Così spiega Cavallini il suo approccio all’installazione: “Trasfigurazione è creata utilizzando il MODULOR, la scala di proporzioni basate sulla misura dell’uomo inventate da Le Courbusier, ricavata dalla lunga tradizione di Vitruvio. Una stanza immaginaria - 4 metri per 4, montata su una struttura in plexiglass alta 2 metri e 39 centimetri - il cui spazio frazionato da kilometri di filo matematicamente distanziati, lascia all’interno spazio al proprio corpo per muoversi come l’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci”.
Una costruzione che nasce da una riflessione su quanto Cavallini ha visto e vissuto non solo nell’arte, ma nell’accadere di ogni giorno e nella natura, dallo studio della matematica e dell’architettura. Il filo rappresenta la strada, la lunghezza infinita: il percorso necessario per realizzare il sogno della vita.
“L’assenza del colore - continua Cavallini - rappresentato da diversi tonalità di grigio, mostra l’oggetto che si vede ma non si raffigura, si può solo cogliere per intuizione, in una forma diafana. Si realizza così l’oggetto, che rappresenta l’arte che si fa uomo, l’uomo che si rappresenta come arte; l’oggetto stesso diventa l’immagine unica e imprescindibile del suo esistere come persona”.
L’idea dell’artista è che questo cubo reticolato, realizzato in mezzo al visitatore, indichi un percorso esistenziale senza limiti, dove è possibile fare tutto ma è necessario sapere la strada che si deve fare. Il lavoro fa parte di un nuovo suprematismo e costruttivismo astratto revisionato e attualizzato con i tempi imposti del nuovo secolo. Si realizza così l’oggetto al di fuori dell’arte pronto a comunicare con chi si trova sulla stessa lunghezza d’onda, dove l’arte è l’uomo e l’opera è l’imprescindibile rappresentazione della sua persona.
Il progetto grafico e di allestimento è stato curato da Nick Bellora e Francesco Carli del gruppo creativo TOP TAG Milano che dal 2008 si occupa di progetti di exhibition e graphic design.
In occasione della mostra Skira, pubblica il volume Emilio Cavallini a cura di Benedetta Barzini con testi di Laura Cherubini, Silvia Pegoraro, Yuri Primarosa e Sergio Risaliti.
Un percorso di 30 opere realizzate negli ultimi dieci anni, frutto di una vicenda espressiva iniziata negli anni Settanta, e che avrà come punto centrale la performance che il pubblico potrà ammirare nel suo divenire; Cavallini infatti inizierà a costruire questa installazione, dal titolo Trasfigurazione, alcuni giorni prima dell’inaugurazione e la completerà durante il periodo di apertura.
Così spiega Cavallini il suo approccio all’installazione: “Trasfigurazione è creata utilizzando il MODULOR, la scala di proporzioni basate sulla misura dell’uomo inventate da Le Courbusier, ricavata dalla lunga tradizione di Vitruvio. Una stanza immaginaria - 4 metri per 4, montata su una struttura in plexiglass alta 2 metri e 39 centimetri - il cui spazio frazionato da kilometri di filo matematicamente distanziati, lascia all’interno spazio al proprio corpo per muoversi come l’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci”.
Una costruzione che nasce da una riflessione su quanto Cavallini ha visto e vissuto non solo nell’arte, ma nell’accadere di ogni giorno e nella natura, dallo studio della matematica e dell’architettura. Il filo rappresenta la strada, la lunghezza infinita: il percorso necessario per realizzare il sogno della vita.
“L’assenza del colore - continua Cavallini - rappresentato da diversi tonalità di grigio, mostra l’oggetto che si vede ma non si raffigura, si può solo cogliere per intuizione, in una forma diafana. Si realizza così l’oggetto, che rappresenta l’arte che si fa uomo, l’uomo che si rappresenta come arte; l’oggetto stesso diventa l’immagine unica e imprescindibile del suo esistere come persona”.
L’idea dell’artista è che questo cubo reticolato, realizzato in mezzo al visitatore, indichi un percorso esistenziale senza limiti, dove è possibile fare tutto ma è necessario sapere la strada che si deve fare. Il lavoro fa parte di un nuovo suprematismo e costruttivismo astratto revisionato e attualizzato con i tempi imposti del nuovo secolo. Si realizza così l’oggetto al di fuori dell’arte pronto a comunicare con chi si trova sulla stessa lunghezza d’onda, dove l’arte è l’uomo e l’opera è l’imprescindibile rappresentazione della sua persona.
Il progetto grafico e di allestimento è stato curato da Nick Bellora e Francesco Carli del gruppo creativo TOP TAG Milano che dal 2008 si occupa di progetti di exhibition e graphic design.
In occasione della mostra Skira, pubblica il volume Emilio Cavallini a cura di Benedetta Barzini con testi di Laura Cherubini, Silvia Pegoraro, Yuri Primarosa e Sergio Risaliti.

