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Cannes 2016. Il futuro della Realta' Virtuale secondo Google

Clay Bavor (nella foto), vice president VR di Google, ed Eric Schmidt, executive chairman di Alphabet, hanno illustrato in due diversi seminari quanto, come e perché la loro azienda stia investendo e scommettendo sulla Realtà Virtuale, e i riflessi che la diffusione di questa tecnologia avranno per il mondo della comunicazione.
(Cannes - dal nostro inviato Tommaso Ridolfi) Nei primi due giorni del Festival, Google è stata protagonista per ben due volte di altrettanti seminar.
Il suo Vice President VR, Clay Bavor (foto 1), ha approfondito ieri pomeriggio come, quanto e perché l’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin stia puntando sulla Realtà Virtuale: “Fino a oggi - ha esordito - non esistevano alternative realmente valide alle esperienze dirette provate da ciascuno di noi. Sappiamo da tempo che la sensazione di ‘presenza’ che proviamo nel reale è di per sé identica a quella sperimentabile nel mondo virtuale: sono tutte reazioni elettrochimiche che avvengono nel nostro cervello, che risponde agli stimoli sensoriali visivi e uditivi nello stesso modo. Se fino a ieri era particolarmente difficile sostituire e rendere questi stimoli realistici in un ambiente virtuale, ormai grazie all’avanzare della tecnologia e in particolare di quella mobile, con l’alta risoluzione degli schermi e la velocità dei processori, è cambiato tutto”.

Anche in termini economici, ha sottolineato Bavor: “Negli ultimi due anni, grazie a Google Cardboard (foto 2), abbiamo fatto provare a milioni di studenti viaggi virtuali educativi. Oggi con Jump, una VR Camera che semplifica l’acquisizione di immagini a 360 gradi, e con Daydream, una piattaforma per esperienze virtuali immersive attraverso lo smartphone, siamo solo all’inizio di un viaggio che entro 10 anni ci porterà a creare nuovi mondi indistinguibili da quello reale, e questo grazie ad apparecchi poco più grandi di un paio di occhiali da sole”.

Le implicazioni di tutto ciò, ha proseguito, riguarderanno inizialmente tre ambiti particolari: l’arte, la memoria e lo storytelling. “Ci sono già molti artisti che utilizzano la Realtà Virtuale per le loro opere - ha detto - ma possiamo anche pensare alle fotografie dei nostri cari che tutti conserviamo come ricordo: in futuro non solo potremo riguardare l’immagine che ci riporta alla mente il passato, ma letteralmente riviverlo anni dopo ‘rientrando’ nella scena virtuale che magari abbiamo filmato quando nostro figlio aveva 3 anni. Senza contare che lui stesso, una volta trentenne, potrebbe ‘incontrare se stesso’ 27 anni prima…”.

Naturalmente, questa tecnologia avrà un impatto enorme anche sul modo in cui in futuro si disegneranno e costruiranno brand experience anch'esse 'virtuali': “La differenza fra lo storytelling odierno, utilizzato per centinaia di anni per farci sentire, vedere o leggere un racconto, e quello che verrà sarà enorme: la realtà virtuale renderà gli autori costruttori di mondi, non di storie, perché le storie le costruiranno le persone stesse che si immergeranno in quei mondi”.

Eric Schmidt: dove troveremo la realtà virtuale? Su YouTube, naturalmente!

Intervistato lunedì pomeriggio da Mark Thompson, President-CEO del New York Times, l’Executive Chairman di Alphabet (la holding cui fa capo Google) Eric Schmidt (foto 3) aveva già spiegato nel corso di un seminar organizzato da IPG Mediabrands quanto Google stia puntando sulla VR technology: “YouTube 360 è la nuova piattaforma dedicata alla Realtà Virtuale, che insieme al video è ciò sul quale oggi stiamo puntando di più - ha detto Schmidt -. Personalmente non smetto mai di sorprendermi della potenza del video: ma oggi siamo solo agli inizi, e anche se a 360 gradi la maggior parte delle storie ‘virtuali’ sono ancora statiche. Ma dinamismo e interattività arriveranno molto presto: il fotorealismo di alcuni grandi giochi strategici multiplayer ci sta indicando la strada, e sono certo che la sua influenza sarà enorme anche nella trasformazione dell’adverting”.

Restando a YouTube e alle sue ‘star’, Schmidt ha fatto notare come rispetto alle star delle generazioni precedenti il loro successo sia sempre accompagnato da un alto grado di interattività attraverso i social e soprattutto di autnticità.

Cosa succederà con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, ha chiesto Thompson?
“Sono convinto che non ci troveremo mai di fronte a scenari da ‘Terminator’ in cui le macchine impazzite domineranno o distruggeranno l’umanità - ha risposto Schmidt -, anche perché in quel genere di film mi sembra che gli uomini siano sempre tutti disattenti e non si accorgano mai di quanto sta succedendo prima che il disastro sia avvenuto. Ci saranno problematiche legate ad aspetti economici e di sicurezza, ma non alla ‘presa di coscienza’ e all’indipendenza creativa dei calcolatori. L’altra faccia della medaglia è che l’AI e il machine learning potranno aiutarci a risolvere molti problemi: già oggi un computer ‘vede meglio’ di un uomo - e da questa premessa sta nascendo, per esempio, la Google Car. Stiamo lavorando perché lo stesso accada nell’area del linguaggio, ma ancora non ci siamo riusciti: all’interno di Google, per esempio, abbiamo sperimentato un programma capace di leggere la mail e di fornire risposte automatizzate ‘intelligenti’, ma nella maggior parte dei casi tale risposta era ‘I love you’, ed evidentemente qualcosa non funzionava!”

In ogni caso, attraverso l’analisi di una sempre maggior quantità di dati, in particolare voce e testi, secondo Schmidt, nel giro di 5 anni, “I computer svilupperanno il senso dell'intuizione - che per gli umani è la conoscenza di qualcosa che si conosce ma che non si sa perfettamente articolare - diventando davvero nostri ‘assistenti’ virtuali”.