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Space available here/4: Un robot vincerà un Leone a Cannes? Soprattutto, ci riusciranno gli italiani?

Nella sua rubirica da Cannes, Pasquale Diaferia riflette sul rapporto tra creatività e tecnologia, partendo dagli spunti provenienti dai Lions Innovation.  "Se è certo che “Ogni settore, ogni industry, ogni professione verrà automatizzata nelle parti più banali,  Ford ci manda in brodo di giuggiole ricordando che l’arte di interpretare i dati si chiama pensiero strategico. E questo lo fanno i cervelli sofisticati, non i robots.“

clicca per ingrandireKevin Kelly, cofondatore di Wired e autorevole opinion maker sui temi del Futuro, era ospite ieri ad un seminar dal titolo ambizioso “Un robot vincerà un leone a Cannes?”. Come dichiarazione preliminare, secondo lui la cosa avverrà presto perché è solo questione di motivazione. E l’Intelligenza Artificiale che si sta sviluppando permetterà ai robot di migliorarsi e desiderare di migliorarsi sempre più, quindi anche di sviluppare creative skills. Perché la Creatività, testuali parole, “non è mistica, bensì solo meccanica.” Onestamente, sembrava di Sentire Martin Sorrel, più che un grande profeta del pensiero digitale. 

Al che mi sono permesso, con il piccolo vantaggio di conoscere i risultati della giuria, (al momento mentre scrivo ancora sotto embargo) di fargli pubblicamente una domanda molto maliziosa, che suonava più o meno così: “Ma se il Grand Prix Cyber stasera lo vincesse la campagna della JWT olandese per ING “The Next Rembrandt”, dove un algoritmo ha creato un quadro digitale di Rembrandt che più Rembrandt non si può, chi deve andare a ritirare il premio, l’algoritmo o Rembrandt?”

Piccolo brivido sul palco, perché Kelly non conosceva la campagna. In suo aiuto arriva Mike Yapp, Founder dello ZOO di Google e grande conoscitore del mercato creativo: “Nessun dubbio, si tratta comunque di una copia, niente di originale. Quindi il premio va tutto a Rembrandt.”

Nell’attesa che i robot dipingano meglio di Michelangelo, benvenuti nel mondo dei Lions Innovation . Dove,tra affascinanti body scanning offerti da Accenture, test per trovare il tuo dna creativo di un ‘assicurazione giapponese, un laboratorio a cielo aperto dell’R&D della UNILEVER e perfino uno stand pieno di mattoncini della Lego, si celebra la definitiva crescita di questa sezione che è arrivata a incrociare la parte di Web Advertising  con la tecnologia pura e le neuroscienze. Qui al Festival il suo successo, a tre anni dalla creazione, si misura con il raddoppio dei metri quadrati dedicati e la certezza che ormai si stia mangiando tutta la parte di Palais che guarda verso il mare. Ancora pochi anni e il festival della Creatività sarà solo questo. Non lo diciamo noi, ma i centri media che stanno investendo pesante su questa sezione.

E, per dire la verità, c’è più gente qui, in proporzione, che ai seminar negli immensi auditorium Debussy e Lumiere, dove sono sfilati Oliver Stone, Iggy Pop e Gwynet  Paltrow. Se fai la tara, e misuri l’età media, allo star system ormai si appassionano solo i vecchi. I ragazzini, tanti asiatici ma altrettanti giovani wasp americani del nord e del sud, sono tutti qui a cercare di capire come noi creativi si conviverà con il codice, gli algoritmi, l’oculus, il programmatic e via slangando.

Ma proprio chi ha inventato la mitologia dei cyborg che ci porterà via il lavoro, il Martin Ford di “Rise of Robots”, riesce a farci ritrovare il sorriso. Infatti alla domanda del giorno “Chi sarà il vero artista nel futuro? “ lui risponde senza dubbi: “Non il data analyst o il programmatore. Entrambi dovranno lavorare con i creativi, con i produttori di contenuto (e di mitologia, aggiungo io). Dovranno lavorare insieme sulla base dei dati, sui quali poter fare previsioni sulla società e sui singoli con cui entreremo in contatto.” Ma anche gli analisti dovranno continuare a fidarsi di chi le storie le scrive, come hanno fatto gli account per decenni.

E se è certo che “Ogni settore, ogni industry, ogni professione verrà automatizzata nelle parti più banali. Full Stop.”, Ford ci manda in brodo di giuggiole ricordando che “L’arte di interpretare i dati si chiama pensiero strategico. E questo lo fanno i cervelli sofisticati, non i robots.“

Metà dei convegni continuano però ad essere concentrati sul rapporto tra creativi e uomini del codice.  Havas ci ha presentato il sofà interattivo, e perfino Jacques Séguéla si è sdraiato per dimostrare che anche lui ci crede. Da Videology proprio Bas Kosten, il direttore creativo di JWT Amsterdam che ieri sera ha ritirato il Grand Prix Cyber, esibisce il Vero Rembrandt realizzato usando il codice, e svela il dipinto digitale come se fosse un originale (potete vederlo nella foto) nessuno in sala ha il coraggio di chiedergli che bisogno c’è di ripercorrere con la tecnologia la cultura che abbiamo già elaborato. Ha comunque ragione lui, che si sta portando a casa il premio che vale una carriera.  Ed è stato più creativo di qualunque robot.

Il tutto avviene senza alcuna presenza italiana. Publicis ed il mio amico Bedeschi sbancano con l’operazione Heineken all’Olimpico per Roma Real Madrid, e di questo sono sinceramente felice: in tempi non sospetti avevo vaticinato facile. Ma nel mondo del digitale, dell’innovazione e di quello che una volta chiamavamo futuro, pare proprio che il tricolore sia stato ammainato da tempo. In giro incontri  Marco Tinelli, con cui abbiamo fatto Grey Interactive e Barchetta Web vent’anni fa: è sorridente, entra nel gruppo Havas con la sua FullSix Media. Vive a Parigi e frequenta ormai pochissimo la sede di Milano. 

Per il resto, pochissimi colleghi italiani in giro, che aspettano ansiosi la sezione film. Mi sa che hanno più chanches di andare a premio i robot, in un futuro neanche così lontano. E spero, come sempre, di sbagliarmi. 

Pasquale Diaferia