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Il futuro del giornalismo tra micropagamenti e bollini
Si è svolta quest’oggi la seconda edizione del convegno sul futuro del giornalismo organizzato dall’OdG della Lombardia. I lavori hanno preso spunto dall’indagine di AstraRicerche, curata da Enrico Finzi, sugli internauti e sul consumo di informazioni tramite media nuovi e classici. Micropagamenti per accedere alle news online e ipotetici 'bollini' per certificare gli articoli, tra gli argomenti più dibattuti.
L'indagine, realizzata nel mese di luglio, è basata su 805 interviste somministrate a un campione rappresentativo degli italiani 15-55enni regolari utilizzatori di internet, pari a un universo di 16.2 milioni di adulti, corrispondenti al 49.2% della popolazione totale in quella fascia d’età. Come spiegato da Finzi, i risultati dell’indagine cancellano una serie di luoghi comuni che, da sempre, accompagnano lo sviluppo di internet. Innanzitutto, le variabili ‘genere’ ed ‘età’ non sembrano più granchè rilevanti per classificare gli internauti regolari italiani. Con questo si vuole dire che le donne hanno quasi annullato il gap che le penalizzava sino a qualche tempo fa, raggiungendo il 47% del totale contro il 53% dei maschi; e che internet non è più un fenomeno solo o prevalentemente giovanile. Per la precisione il 20% ha tra i 15 e i 24 anni, il 27% tra i 25 e i 34 anni, il 29% è 35-44enne e il 24% è 45-55enne (vedi grafico 1). Facendo i calcoli si ricava che i 35-55enni con il loro 53% battono i 15-34enni fermi al 47%.
Le differenze risultano invece molto evidenti quando si prendono in considerazione altre variabili. Due in particolare: il titolo di studio e i ruoli professionali. Se la stragrande maggioranza degli internauti regolari sono diplomati (59%) e laureati (32%), coloro che possiedono solo la licenza media si fermano appena al 9% (vedi grafico 2). Quanto ai ruoli professionali, l’analisi mostra la leadership del ceto medio impiegatizio (inclusi gli insegnanti, 45%), seguito dagli studenti (con i giovani inoccupati, 20%), dagli imprenditori/dirigenti/professionisti (14%) e dai salariati (con gli agricoltori, 11%). Contano poco le casalinghe (6%) e i commercianti/esercenti/artigiani (4%).
La questione chiave è che tra gli internauti regolari il web, con una percentuale dell’82%, è il canale leader per l’accesso alle informazioni. Seguito dalla tv (nazionali 63% e locali 32%), dal cellulare e dalla radio (entrabi al 48%), dai quotidiani (locali e regionali 23%, nazionali 22%, specializzati 11%). I periodici non specializzati - in genere settimanali - sono ‘consumati’ per informarsi più volte al mese dal 46%, mentre quelli specializzati - per lo più mensili - lo sono dal 45%.
Un altro tema molto interessante toccato da Finzi e ripreso dai relatori nel corso del convegno di quest’oggi, è quello del ricorso a servizi di pagamento. Fenomeno che, dati alla mano, si dimostra tutt’altro che irrilevante, pur se ancora minoritario. Per la precisione: 2,3 milioni di navigatori accedono a notizie a pagamento senza doversi abbonare, per esempio scaricando un arretrato da un archivio o leggendo approfondimenti e commenti non gratuiti; 700.000 pagano un abbonamento per avere notizie, per esempio scaricando ogni giorno un quotidiano in formato pdf; e altri 700.000 sono iscritti a servizi internet che inviano news, per esempio sotto forma di sms contenenti notizie appena pubblicate.
Quanto invece alla disponibilità complessiva nei confronti dei servizi online a pagamento, Finzi sottolinea che si registra un considerevole 21% di internauti che si dichiara favorevole al versamento di soldi per avere notizie di qualità e approfondite. Un’ottima notizia, secondo Carlo Malinconico, presidente Fieg, che conferma la necessità di avviare un dibattito serio sul tema per elaborare formule e modelli innovativi. Di parere opposto Marco Pratellesi, caporedattore Corriere.it, secondo il quale è bene mettersi d’accordo su cosa si intende per news a pagamento. Se ci si riferisce ai servizi aggiuntivi, come quelli legati al mobile, allora si parla di un fenomeno che già esiste e gode di ottima salute. Se invece si pensa di far pagare per l’accesso alle versioni online dei quotidiani, allora diventa tutto un altro discorso. Sbagliato e soprattutto perdente, secondo Pratellesi.
Altra questione interessante emersa dall’indagine di AstraRicerche è quella relativa ai ‘profili di immagine’ dei vari media. Secondo gli intervistati, internet e il cellulare hanno una forte leadership per ciò che riguarda i seguenti elementi: brevità, facile reperibilità in ogni momento, agevole archiviabilità, divertimento, originalità, assenza di censure e manipolazioni, indipendenza dai poteri, continuo aggiornamento, e pluralità delle voci e tesi a confronto. La stampa risulta dominante per: serietà/affidabilità, ampiezza e approfondimento, precisione documentata, veridicità, competenza/professionalità, commenti autorevoli e qualificati, qualità dei testi. Infine, la tv e la radio appaiono leader per aspetti come la vivacità, l’aggressività, la non provincialità e la non ‘ristrettezza’ d’orizzonte.
Le conclusioni non potevano che vertere sul giornalismo e sul suo futuro. È ormai evidente che quello tradizionale deve fare i conti con il cosiddetto ‘post giornalismo’, in parte diffuso e ‘dal basso’, che già oggi da molti è ritenuto utile e valido. Dalla ricerca emerge infatti che secondo il 42% degli intervistati “esistono alcuni siti/blog/communities dove si può trovare un’informazione seria e affidabile”, e che per il 32% “in internet le informazioni/notizie fornite da comuni cittadini spesso sono più affidabili di quelle giornalistiche (asservite al potere politico, economico, ecc.)”.
Ma è forte anche la tendenza opposta: per il 36% le news “sul web sono numerosissime ma alla fine si rischia di non capire affatto quali sono vere e importanti”; per il 34% “molte non sono serie e affidabili”; e per il 24% “in moltissimi casi sembrano fornite da comuni cittadini ma non sono affidabili perché vengono in realtà da aziende e partiti interessati solo a diffondere informazioni di parte, incomplete o false”. Il risultato è che per il 29% le web news sono inaffidabili, per il 34% sono dubbie e solo per il 37% risultano valide. Da qui la domanda elevata (47%) di ‘giornalismo fatto da giornalisti’ sul web, con solo l’11% ostile. I motivi prevalenti sono tre: la maggiore chiarezza/comprensibilità delle notizie fornite dai giornalisti (16%); la loro superiore affidabilità, legata al fatto che i giornalisti sono più informati, esperti e competenti (13%); e soprattutto la garanzia che gli iscritti all’Ordine siano formati, addestrati, selezionati e obbligati a rispettare le norme della deontologia professionale (37%).
La conseguenza di questo discorso è lo stesso Finzi a suggerirla attraverso un risultato della ricerca: per sei milioni di intervistati “le informazioni/notizie fornite da giornalisti iscritti all’Ordine dovrebbero essere indicate con un piccolo simbolo, un’icona, un bollino” quale marchio e garanzia di ‘origine controllata’. Alla faccia di chi diceva che in epoca di rivoluzione digitale, la storia dell'Ordine era ormai agli sgoccioli.
Mario Garaffa

