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AI Festival. Accoto: “L’intelligenza artificiale sta cambiando la società, trasformando in profondità il modo in cui gli esseri umani producono conoscenza e danno senso al mondo”
Nel corso del suo intervento all’AI Festival (ieri e oggi all’Università Bocconi di Milano), Cosimo Accoto – filosofo della tecnologia e advisor internazionale – ha invitato il pubblico a compiere un passo indietro rispetto alla consueta narrazione intorno all’intelligenza artificiale: prima ancora di essere uno strumento, infatti, l’AI è una “provocazione di senso”, portando l’essere umano a interrogarsi su alcuni aspetti sui quali si è sempre pensato unico e insostituibile: il linguaggio, la visione, l’azione. Ambiti che, fino a poco tempo fa, erano considerati appunto prerogative esclusivamente umane e che oggi vengono invece simulate, replicate, messe in discussione da macchine capaci di generare testi, immagini e decisioni.
Il caso dei modelli linguistici generativi è emblematico. Dal punto di vista ingegneristico – ha ricordato Accoto – si tratta di sofisticati predittori statistici di parole, “calcolatrici probabilistiche” prive di comprensione e di referenza al mondo. Ma per il filosofo questa spiegazione non basta. Quando una macchina scrive, chi parla davvero? Chi è l’autore di un testo generato da un’AI? Il modello, i dati che lo hanno addestrato, l’utente che ha scritto il prompt, o l’insieme di tutti questi elementi? E ancora: chi ha diritto di parola, chi detiene il copyright, dove si produce il senso?
Sono domande che non possono essere liquidate come problemi tecnici. Tocccano il significato stesso di scrittura, di creatività, di responsabilità. Ed è qui che l’AI smette di essere solo un “tool” e diventa una sfida culturale.
Da questa prospettiva, Accoto ha criticato l’uso riduttivo del termine “strumento”, tanto ricorrente nel dibattito pubblico. Anche riconoscendo all’intelligenza artificiale il ruolo di tecnologia general purpose – capace di diffondere innovazione in tutti i settori dell’economia – resta qualcosa di più profondo da cogliere. Le tecnologie che stiamo costruendo oggi non si limitano ad aumentare efficienza e produttività: cambiano le regole del gioco, le forme di coordinamento tra attori economici e sociali.
Per spiegarsi, Accoto ha richiamato un esempio classico: la divisione del lavoro descritta da Adam Smith. Non fu un’innovazione tecnologica, ma un’innovazione istituzionale, perché trasformò il modo in cui le persone si organizzavano per produrre beni. Allo stesso modo, modelli linguistici su larga scala, blockchain, protocolli digitali e persino la computazione quantistica non sono soltanto insiemi di algoritmi, ma nuove infrastrutture di coordinamento socioeconomico.
I modelli linguistici, per esempio, non si limitano a generare testi: producono e fanno circolare conoscenza all’interno delle organizzazioni, fino a diventare potenziali creatori di mercati. Interagire con un’AI significa coordinarsi con un nuovo tipo di agente, non umano, ma attivo nei processi economici. Diversamente dagli strumenti tradizionali o dai macchinari che invecchiano o si consumano, queste tecnologie apprendono, si adattano, assumono compiti che prima erano svolti dalle persone, costringendo a ridefinire continuamente i ruoli.
In questo quadro, l’intelligenza artificiale non è sola. Accoto ha individuato almeno quattro grandi traiettorie tecnologiche che stanno ridisegnando le istituzioni: AI, criptosistemi, biotecnologie e nanotecnologie, computazione quantistica. Tre di queste, in particolare, agiscono direttamente sul modo in cui le società si organizzano.
La conclusione è insieme filosofica e politica. I problemi tecnici dell’AI – errori, allucinazioni, bias – potranno essere in parte risolti dagli ingegneri. Ma le domande di senso no. Che cos’è l’autorialità? Che cos’è il significato? Che cosa vuol dire coordinarsi con agenti non umani? A queste questioni non rispondono né il codice né la regolazione da sole. Serve un’innovazione culturale.
Secondo Accoto, il dibattito sull’intelligenza artificiale deve quindi spostarsi oltre automation e augmentation. Il terzo pilastro è la coordination: la capacità di ripensare i modi in cui umani e macchine co-agiscono, producono valore e costruiscono istituzioni. È una sfida che chiama in causa filosofia, umanesimo e pensiero critico, perché – come ha concluso – ogni innovazione tecnologica porta con sé una domanda fondamentale: perché innoviamo, e per chi.
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