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AI Festival. Scorza: “La raccolta indiscriminata di dati e contenuti da parte dei giganti tecnologici non produce innovazione né progresso. Ciò che è online è accessibile a tutti, ma non è di tutti”
Nonostante sia finito nell’occhio del ciclone per il quale ha da pochi giorni lasciato il suo incarico di membro del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, Guido Scorza, avvocato che da 30 anni si occupa di diritto e tecnologia, ha voluto comunque essere presente all’Università Bocconi in occasione della prima giornata dell’AI Festival, proponendo una riflessione critica sulla raccolta – indiscriminata e indisciplinata – di dati e contenuti presenti online grazie ai quali i giganti tecnologici hanno addestrato e continuano ad addestrare gli algoritmi alla base dell’AI.
Di fatto oggi è impossibile stabilire se tale raccolta sia lecita oppure no. «L’unica risposta giuridicamente onesta è: dipende. Dipende dall’uso che se ne fa e dalla natura di quei dati».
Fanno eccezione solo i contenuti privi di diritti di proprietà intellettuale e non riferibili a persone. Per tutto il resto, occorre interrogarsi sulle finalità.
Nel caso dell’AI la risposta, secondo Scorza, è tutt’altro che neutrale. I dati personali, infatti, non sono trattati per fare informazione, come nel caso del giornalismo, né per indicizzare contenuti, come fanno i motori di ricerca. Vengono raccolti perché, accumulando quantità enormi di informazioni, le aziende dell’AI rafforzano i propri asset tecnologici e si arricchiscono.
Da qui un principio chiave: nessun fornitore di servizi di intelligenza artificiale ha, in linea di principio, il diritto di trattare i dati personali di qualcuno senza il suo consenso. In Europa, grazie alla tutela dei diritti fondamentali, il singolo cittadino è giuridicamente più forte del colosso tecnologico. Può decidere se e come i propri dati possano essere utilizzati. Non perché l’AI sia “cattiva”, ma perché non ha un titolo legittimo per farlo.
L’equivoco di fondo, secondo l’analisi di Scorza, è l’idea diffusa di Internet come di un “all you can eat” di dati e contenuti, cioè di uno spazio dove chiunque possa entrare, prelevare tutto ciò che vuole e trasformarlo in valore privato. «In realtà – puntualizza Scorza –, ciò che è online non è “di tutti”, ma solo “accessibile” a tutti, e per scopi diversi. Per appropriarsene serve un titolo giuridico: una licenza, un consenso, un’autorizzazione».
Così com’è strutturato oggi, il sistema non è sostenibile: consentire a pochi di raccogliere i dati di tutti per poi rivendere servizi costruiti su quei dati significa trasformare le persone in un ingranaggio della filiera produttiva. Non era inevitabile che andasse così: modelli alternativi erano possibili, anche se più costosi, più complessi e più lenti da realizzare.
Due alibi, in particolare, vanno respinti con decisione: il primo è quello dell’innovazione a ogni costo, perché l’accaparramento non autorizzato dei dati di miliardi di persone non ha nulla a che vedere con il progresso. «I dati diventano la materia prima di un processo di arricchimento e concentrazione del potere economico e geopolitico nelle mani di una manciata di individui» ha commentato Scorza.
Il secondo alibi è l’idea che rispettare regole e diritti avrebbe reso impossibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Non è così, perché le regole esistevano già: ignorarle non è stata una necessità, ma una scelta. Ricordando quanto diceva Stefano Rodotà, primo presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati, Scorza ha ribadito che quando il diritto non arriva in tempo, la tecnologia diventa essa stessa regola e finisce per plasmare la società.
«Questo è ciò che sta accadendo oggi. Ma sono fermamente convinto che dobbiamo smettere di vedere la regolamentazione e la tecnologia una contro l'altra, perché in realtà un'altra strada è assolutamente possibile, ed è la strada del bilanciamento, per esempio applicando all’AI modelli simili a quelli delle intermediazioni dei diritti d’autore, creando uno o più soggetti terzi in grado di negoziare l’accesso ai dati e ai contenuti, restituendo valore alle persone e agli autori da cui quei dati e contenuti provengono».
TR

