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Food: fare business in modo sostenibile? Si deve, con la collaborazione di tutti

Questo il messaggio emerso dal seminario 'La filiera dell’industria agroalimentare. Sviluppo sostenibile e comunicazione', organizzato da Upa a Milano, a cui esponenti del mondoi accademico e del mondo delle imprese si sono confrontati per parlare di sostenibilità. Un concetto ormai imprescindibile per le aziende di oggi e per quelle di domani. Ma serve anche il contributo dei consumatori, che devono rendersi conto che avere coscienza civica non solo è giusto, ma anche 'figo'.
Accademici e imprenditori a confronto oggi, 11 aprile, al Seminario 'La filiera dell’industria agroalimentare. Sviluppo sostenibile e comunicazione', organizzato da Upa a Eataly Milano. Un incontro che, come ha ricordato Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente Upa, in apertura, testimonia quanto il tema dell'impatto ambientale, prima considerato marginale, sia ormai diventato centrale, dal momento che l'unica economia dello sviluppo possibile è quella che pone le sue radici nella sostenibilità.

"La green economy è il solo modello attraverso cui potremo veder continuare a crescere la nostra economia - ha affermato Sassoli de Bianchi (nella foto a sx)-. Dopo lo sviluppo portato dall'information technology, ora è l'economia sostenibile a rappresentare una grande opportunità: per raggiungere questo traguardo però sono necessari tempo, fiducia e investimenti a lungo termine. La strada non è facile, tuttavia stato dimostrato che i benefici derivanti dallo sviluppo di prodotti e progetti sostenibili sono di gran lunga superiori ai costi chee è necessario sostenere per la lorro realizzazione, dunque ne vale la pena. Anche perchè l'ambiente è il nostro azionista più importante e si trova in difficoltà non può che trascinare in difficoltà anche noi".

Sostenibili, però, non ci si improvvisa, tanto che, mette in guardia Sassoli de Bianchi, sono almeno tre gli errori da evitare: l'analfabetismo di ritorno, ovvero il green washing, fare finta di essere sostenibili quando in realtà non lo si è affatto; la specializzazione perversa, cioè fingersi esperti in materia senza esserlo in realtà, e la sindrome dell'infarinatura, ovvero fare uso di quel poco che si conosce della sostenibilità per colpire positivamente gli stakeholder.

Inciampare in questi errori può essere facile, ma non mancano gli esempi virtuosi di chi ce l'ha fatta, facendo della sostenibilità uno dei pilastri della propria azienda. Parliamo ad esempio di Oscar Farinetti (nella foto a dx), fondatore di Eataly, che fa del rispetto, a 360 gradi, un must. "E' compito dell'imprenditore avere obiettivi poetici e utilizzare un metodo matematico per raggiungerli, è da questo mix che nasce il senso del rispetto più alto - ha esordito il manager -. Eataly, che non è una catena ma una grande famiglia, dove i figli hanno gli stessi valori ma caratteri differenti, ha fatto molte scelte poetiche: zero mattoni, ad esempio, poiché ogni Eataly nasce per ridare vita a luoghi dimenticati; la quindicesima ai dipendenti e lo stipendio minimo fissato a 1000 euro, la decisione di rivolgersi a tutti, che implica molte più difficoltà del restringere il campo a un solo target. Tutto questo si combina con una gestione attenta dei costi che, alla fine, devono tornare".

"Comunque adottare comportamenti sostenibili, anche per i consumatori, che hanno alle spalle 30 anni di cattivo esempio, non è facile - ha aggiunto Farinetti - . Eppure perché parta la rivoluzione serve ridare il buon esempio, far passare il messaggio che comportarsi bene non solo è giusto, ma anche 'figo', facendo formazione nelle scuole e rimettendo al centro le imprese, più che la politica".

A un incontro dedicato al tema della sostenibilità non poteva non essere presente Barilla, il cui claim da qualche tempo è 'buono per te, buono per il pianeta'. Anche Luca Virginio (nella foto a sx), direttore comunicazione dell'azienda, ha portato all'attenzione della platea il tema della formazione, ambito dove l'Italia è ancora carente. "Nel nostro Paese non si fa educazione alimentare nelle scuole e non vi è comunicazione rispetto a un corretto stile di vita - ha affermato il manager - . La sostenibilità è una responsabilità dell'intero sistema, non soltanto delle aziende".

Barilla, intanto, fa la sua parte, in primis promuovendo un'alimentazione sana attraverso il modello della piramide alimentare, dal quale si evince tra l'altro che i cibi che vanno consumati in quantità minore sono anche quelli che hanno un maggior impatto ambientale, e in secondo luogo lanciando, in occasione di Expo 2015, al Protocollo di Milano (www.milanprotocol.com), volto a porre l'attenzione sulla necessità che tutti gli attori si impegnino per salvaguardare il pianeta e lottare contro la fame nel mondo. 

Lavazza, dal canto suo, ha deciso di fare formazione in prima persona, addirittura nei Paesi lontani dove avviene nasce il caffé. "Quello verso la sostenikbilità è un percorso tortuoso che richiede sacrifici da parte delle aziende ma anche dei consumatori - ha detto Alessandra Bianco (nella foto a dx), responsabile relazioni pubbliche Lavazza - . Noi ci siamo impegnati nei Paesi dove ha origine il nostro caffé: abbiamo aperto in Africa una scuola dove i ragazzi studiano in inglese e imparano a rivalutare ciò che hanno e, insieme al celebre fotografo Steve Mccurry, abbiamo anche avviato un progetto culturale, che ci ha permesso di dare un volto alle persone che raccolgono il caffè".

Dunque la sostenibilità può avere molti volti, come ha sottolineato anche Andrea Panzani, direttore generale Valsoia. "Non c'è un modello assoluto, ogni azienda trova la sua modalità di essere sostenibile, l'importante è che lo sia - ha dichiarato il manager - . Valsoia ha la sostenibilità nel suo dna e da sempre fa della salute, unita alla bontà, le due leve fondamentali dei suoi prodotti. D'altra parte, i consumatori oggi chiedono sempre più prodotti sani, sostenibili e che rispettino l'ambiente e noi cerchiamo con la nostra offerta di garantire tutte queste caratteristiche".

Certo, a considerare queste aziende, verrebbe da dire che dunque fare business in modo sostenibile non è poi così complicato. Ma a far tornare con i piedi per terra ci pensa Massimiliano Bruni, Professore Associato in Strategia e Politica aziendale allo IULM. "C'è ancora parecchio da fare - ha esordito Bruni - . In particolare mi vengono in mente cinque ambiti che richiedono un'attenzione particolare: l'efficienza energetica, ovvero valutare con attenzione le fonti energetiche da utilizzare, l'impiego delle risorse, altro tema fondamentale, dal momento che esse sono limitate; il packaging, i prodotti biologici, che nella maggior parte dei casi arrivano da Paesi molto lontani dal nostro e dunque sono ben lungi dall'essere a chilometro zero, e lo scarto alimentare". 

"La sostenibilità è un tema prima di tutto culturale, nei confronti del quale anche la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamenatale - ha aggiunto Bruni - . Bisogna lavorare in una logica di filiera, poiché solo così si possono ottenere dei risultati concreti".

Le opportunità da cogliere sono molte, ma a queste si accompagnano anche dei rischi, come ha sottolineato Fausto Colombo, Direttore Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell'Università Cattolica di Milano. "Pensiamo ad esempio al ruolo che in questo può avere l'informazione: oggi le informazioni a nostra disposizione sono moltissime, ma questo comporta anche la difficoltà di selezionare quelle di qualità e il fatto che per le aziende sia più difficile essere credibili - ha affermato Colombo - . Ciò non toglie che la comunicazione digitale permetta modalità di interazione nuove: grazie ad esempio al QR Code, attraverso una semplice etichetta è possibile comunicare molto di un prodotto. Dobbiamo impegnarci a far evolvere l'informazione in conoscenza, anche grazie alle nuove tecnologie. E poi, considerato il trionfo della cucina e degli chef in senso spettacolare, perché non sfruttare questa occasione per legare la sostenibilità al food.".

D'altra parte questo legame acquista più che mai significato in un Paese come l'Italia, che ha proprio nel cibo uno dei suoi pilastri identitari. "Insieme al fashion e al design il food rappresenta un elemento fondamentale del made in Italy, ma l'impressione è che non venga valorizzato al pari degli altri due - ha dichiarato Roberto Grandi, Professore Ordinario di Comunicazioni di Massa e di Comunicazione Pubblica
dell'Università di Bologna - . Invece l'Italia deve recuperare questo elemento della propria identità, attraverso cui può essere trasmessa e valorizzata la storia delle imprese italiane".

E' della stessa opinione anche Andrea Segrè, Direttore Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-alimentari Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, che ha spiegato: "Il cibo è un valore e può creare valore per i giovani, per le imprese e per il Paese. Il tema della sostenibilità, vista nei suoi tre aspetti, ovvero economico, sociale e ambientale, è strettamente correlato a questo aspetto. Dunque ridare al cibo la centralità che merita è importante".

E' proprio in quest'ottica che si inserisce il progetto che vedrà protagonista la città di Bologna. "Realizzeremo un grande parco alimentare che si chiamerà Eataly World Bologna, dove tutti potranno vedere come nasce il cibo che rende l'Italia famosa in tutto il mondo", ha anticipato Segrè. 

Si tratterà di un parco tematico dedicato all'agroalimentare italiano d'eccellenza, alle porte di Bologna. 80.000 metri quadrati per vivere un vero e proprio itinerario della produzione e del gusto e per apprezzare l'enogastronomia italiana in tutta la sua bellezza. 

Perché è anche da qui, dall'amore verso le nostre risorse, che parte la strada verso la sosteniblità .

Serena Piazzi