
Foreign Office
I grandi delle holding della pubblicità contro il decreto anti-immigrati di Trump
I capi di Interpublic, di Omnicom Media Group e di WPP non sono affatto d'accordo con il decreto anti-immigrazione voluto dal neo presidente Donald Trump, che limita l'ingresso di immigrati negli Stati Uniti.
"Il talento è un elemento centrale del nostro business e abbiamo lavorato a lungo per fare della diversità e dell'inclusione valori fondamenatli della nostra azienda - ha detto Michael Roth, presidente e Ceo di Interpublic Group -. Vogliamo proteggere i nostri colleghi e assisteremo in ogni modo loro e le loro famiglie, continuando a considerarli una parte fondamentale della nostra organizzazione, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo religioso".
D'altra parte, non potrebbe non essere così, dal momento che IPG è basata a New York, ma ha agenzie e dipendenti in oltre 100 Paesi del mondo.
Anche John Wren, Ceo di Omnicom Media Group, si è espresso in merito. "Le nostre persone sono l'asset più importante e ora la nostra priorità è proteggere e supportare i nostri dipendenti e le loro famiglie", ha dichiarato il manager.
Martin Sorrell, Ceo di WPP, ha preso le distanze dalle misure di Trump. Riflettendo sulle possibili conseguenze che il decreto anti-immigrati può avere sui dipendenti di WPP ha affermato: "Siamo molto preoccupati dell'impatto che potrebbe avere sulle nostre persone e sulle loro famiglie sia dentro che fuori dagli Stati Uniti e sulle persone innocenti in generale".
"I miei nonni venivano dall'Europa dell'Est ed erano stati ammessi nel Regno Unito alla fine del 19esimo secolo, quindi ho un'avversione istintiva per questo genere di provvedimenti", ha aggiunto Sorrell.
Non sono soltanto i capi delle principali holding del settore della comunicazione ad aver espresso chiaramente il proprio dissenso rispetto alle idee di Trump. Tra le aziende che si sono dette chiaramente contro il decreto anti-immigrati ci sono anche Nike, Google, Twitter ed Apple.
Ricordiamo che il decreto limita l'immigrazione da sette Paesi a maggioranza musulmana e ha innescato una serie di proteste in tutti gli Stati Uniti.
SP