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Canone per chi possiede un pc: scoppia la polemica, e la Rai fa marcia indietro

Si accende il dibattito in merito alla richiesta della Rai a imprenditori e liberi professionisti di pagare il canone se possiedono un computer con connessione Internet. Si ribella il popolo della rete, che su Twitter crea una campagna ad hoc, ma anche Confindustria Digitale, Confapi e le Associazioni dei consumatori non sono d'accordo. Così l'azienda di viale Mazzini ci ripensa e precisa che "il mero possesso del  pc e delle altre apparecchiature non comporta il pagamento del canone speciale".
Appellandosi al decreto legge del 21 febbraio 1938, numero 246, che stabiliva che "chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento", la Rai ha fatto richiesta a imprenditori e liberi professionisti di pagare il canone se possiedono un computer, un tablet o uno smartphone con connessione Internet.

Si calcola che sarebbero oltre 5 milioni gli utenti che si vedrebbero così costretti al pagamento del canone, che va da un minimo di 200 a un massimo di 6.000 euro all'anno, per un totale di circa 1 miliardo di euro che annualmente potrebbe finire nelle casse di Viale Mazzini.

Una decisione che ha scatenato fin da subito reazioni accese. Il primo a insorgere è stato il popolo della rete; basta fare un giro su Facebook o Twitter per farsi un'idea di ciò che i navigatori pensano di questa 'proposta'. Su Twitter, in particolare, se ne parla in centinaia di post, tanto che, come riporta Corriere.it, sul social network è stata creata una vera e propria campagna ad hoc sull'argomento.

Critiche anche dal mondo politico e dalle Associazioni dei consumatori, in primis Adusbef e Federconsumatori, che senza troppi giri di parole comunicano che si tratta dell'"ennesima vergogna, l'ennesimo tentativo di scippo con destrezza che deve essere respinto al mittente per evitare l'ennesimo salasso".

D'accordo anche Rete Imprese Italia che considera la richiesta assurda poichè "vengono tassati strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai".

"Un'assurda forzatura giuridica, ma soprattutto un'iniziativa fuori dal tempo e in totale contrasto con gli obiettivi dell'agenda digitale e gli sforzi che si stanno mettendo in atto per rilanciare la crescita del Paese", è invece il commento che Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale ha rilasciato a margine del Consiglio Direttivo.

"Innanzitutto va chiarito - ha continuato Parisi - che i Pc non sono stati concepiti per la ricezione di trasmissioni radiotelevisive, ma per innovare l'organizzazione del lavoro e la comunicazione. Il fatto che possano ricevere segnali televisivi lo si deve al processo evolutivo del mondo digitale, di cui lo stesso settore radio tv ha fortemente beneficiato per il suo sviluppo. Quindi l'estensione del canone Rai agli apparati dell'Ict, la pretesa di associarlo alla titolarità di un abbonamento a banda larga, il richiamarsi a una legge del ‘38 per tassare tecnologie del duemila, sono frutto di un'interpretazione del tutto arbitraria non supportata da alcun riferimento legislativo. Come settore dell'Ict ci preoccupa di essere oggetto di continui tentativi di aumentare il carico fiscale, già molto pensante, sui prodotti dell'innovazione tecnologica, invece di essere valorizzato come chiave per lo sviluppo e la crescita del Paese".

Confindustria digitale, nella persona del suo presidente, non si limita a criticare la decisione della Rai, ma chiede il blocco di questa immediato dell'iniziativa: "Consideriamo la visione miope e arretrata che affiora da parte di un importante ente pubblico tecnologico come la Rai, un segnale molto negativo e chiediamo che quest'iniziativa, in netta contraddizione con la politica del Governo avviata con il Dl semplificazioni che punta all'attuazione dell'agenda digitale in Italia, venga bloccata".

Severa anche l'opposizione di Confapi e Confapi Milano (l’associazione delle piccole e medie imprese di Milano, Monza, Lodi, Pavia).  "Si tratta di una richiesta ingiusta e priva di fondamento; dopotutto parliamo del ripescaggio di una norma del 1938, epoca in cui certo non si conoscevano i personal computer - ha commentato il presidente Paolo Galassi -.Questa iniziativa non fa altro che deprimere i consumi, nonostante la conclamata deducibilità dal reddito d’impresa. E’ stata varata un’ulteriore misura depressiva là dove si dovrebbero attivare meccanismi di incentivazione per l’acquisto di strumenti tecnologici per uso aziendale peraltro le cifre richieste, che arrivano fino a 6.000 euro, appaiono abnormi e prive di giustificazioni. Chiediamo quindi la sospensione del canone per chi possiede pc o smartphone in via immediata e l’eliminazione di questa misura dalla legislazione vigente".

Detto, fatto. I dirigenti Rai non ci hanno pensato due volte e, considerate le polemiche, hanno subito precisato che "il mero possesso del pc e delle altre apparecchiature non comporta il pagamento del canone speciale". In breve, questo significa che la norma non avrà alcun impatto sui device collegati alla rete, ma riguarderà solo i possessori degli apparecchi adattati alla ricezione effettiva dei canali televisivi (ovvero quelli abilitati al digital signage). Insomma, una bella marcia indietro.

SP