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'Kill the referee' debutta su Premium Calcio

Il 15 novembre 2009 alle ore 21.00 sul canale di Mediaset Premium dedicato allo sport 24 ore su 24, in onda in esclusiva televisiva il docu-film nella sezione Ici et Ailleurs della 62° edizione del Festival del Film di Locarno. Diretto da Yves Hinant, girato durante i campionati Europei del 2008 in Austria e Svizzera, svela i retroscena del lavoro arbitrale e ha come protagonisti Roberto Rosetti (Italia), Peter Fröjdfeldt (Svezia), Massimo Busacca (Svizzera), Howard Webb (Regno Unito) e Manuel Enrije Mejuto Gonzalez (Spagna).
Domenica 15 novembre 2009 alle ore 21.00 su Premium Calcio, canale di Mediaset Premium dedicato allo sport 24 ore su 24, andrà in onda in esclusiva televisiva 'Kill the referee', il docu-film inserito nella sezione Ici et Ailleurs della 62° edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno dove è stato presentato con il titolo francese 'Les Arbitres'. E dove qualcuno l’ha battezzato 'Il Grande Fratello in campo'. Oggi a Milano la conferenza stampa di presentazione.

Diretto da Yves Hinant, girato durante i campionati Europei del 2008 in Austria e Svizzera, svela i retroscena del duro e delicato lavoro arbitrale e ha come protagonisti cinque tra i migliori 'fischietti' internazionali: Roberto Rosetti (Italia), Peter Fröjdfeldt (Svezia), Massimo Busacca (Svizzera), Howard Webb (Regno Unito) e Manuel Enrije Mejuto Gonzalez (Spagna). (Nella foto Alberto Brandi, Marco Leonardi, Paolo Casarin).

Per una volta le telecamere non sono state puntate solo sui giocatori in campo, ma sugli arbitri e sulle loro famiglie. Un 'Grande Fratello' che ha messo in luce il lato umano degli arbitri. Grazie ad alcuni microricevitori, possiamo ascoltare i fitti dialoghi tra arbitri, guardalinee e quarto uomo, assistere ai processi decisionali che si svolgono in campo, prestare attenzione a quello che si dicono con i giocatori durante i match, e rivivere così la suspence della gara da un punto di vista inedito.

Oltre ai microfoni, ci sono le telecamere, che osservano i riti pre-partita negli spogliatoi (fra abbracci, baci scaramantici, crocifissi, virili pacche sulle spalle), i trasferimenti verso gli stadi, il tempo libero in hotel, le riunioni dove i designatori giudicano la loro prestazione in campo del giorno prima, fino a testimoniare la tensione vissuta durante le partite dalle famiglie degli arbitri, spettatrici dal divano di casa.

Viene svelata, inoltre, anche un’altra realtà: gli arbitri, con guardalinee e assistenti, formano una squadra, i cui componenti si conoscono molto bene, si sostengono e si aiutano. Ovviamente, con una componente di rivalità, perché ognuno vorrebbe arbitrare la finale.
Il sogno di ciascuno, infine, è che al termine della partita non si parli mai di loro: vuol dire che tutto è filato liscio. Ma, al contrario, il silenzio è molto raro.

Il titolo inglese del film, 'Kill the referee' ('Uccidi l’arbitro') fa riferimento, in particolare, al caso dell’arbitro inglese Howard Webb.
Durante la partita “Austria-Polonia”, giocata in casa austriaca, un’azione d’attacco molto confusa porta a convalidare una rete segnata in fuorigioco. Webb e i guardalinee, successivamente, se ne rendono conto, ma è troppo tardi. A due minuti dal fischio finale, avviene un fallo da parte di un giocatore polacco, che fa cadere un avversario prendendolo per la maglia. Webb concede un calcio di rigore, realizzato, a favore dei padroni di casa.
Da allora la vita di Webb non è più la stessa. La sua decisione di aver concesso quel penalty, scatena contro di lui un inspiegabile odio sportivo. Anche a causa di un’infelice frase del primo Ministro Polacco che dichiara di avere avuto l’intenzione di “uccidere” qualcuno, l’arbitro sul web viene paragonato a Hitler e minacciato di morte dai supporter. Anche i suoi famigliari hanno ricevuto intimidazioni.

Oltre a raccontare la brutta vicenda di Webb, facendoci vivere da vicino e dall’interno la delusione e la paura vissuta dall’arbitro e dai suoi famigliari, il film  mostra immagini del simpatico e bravo direttore tecnico Massimo Busacca, talmente concentrato sull’azione di gioco da irritarsi con il quarto uomo che lo avvisa durante la partita dell’arrivo di un temporale. Viene descritta l’amarezza dello spagnolo Manuel Enrije Gonzalez Mejuto, costretto a tifare contro la propria nazionale per avere la possibilità di arbitrare la finale.
Tra i principali protagonisti, oltre allo svedese Peter Fröjdfeldt, troviamo anche Roberto Rosetti, inizialmente a dialogo con un autoironico Michel Platini, che ammette di non aver ancora digerito un suo gol annullato durante una finale della Coppa Intercontinentale.

Poi si vede Rosetti dirigere il primo quarto di finale di Euro 2008. È curioso vedere come poi tutti gli arbitri di diverse nazionalità si riuniscano per vedere la partita Olanda-Italia e prendano in giro Rosetti per la sonora sconfitta subita dagli azzurri per 3 reti a 0, o come l’arbitro italiano abbia la meglio su Gonzalez in seguito all’eliminazione della Spagna nei confronti dell’Italia in semifinale. Nel momento dell’assegnazione della finale alla terna italiana, lo svizzero Massimo Busacca, uno dei candidati, abbraccia Rosetti e gli dice “certo che tu cominci proprio a rompere..”.

Roberto Rosetti è quindi il vero protagonista del docu-reality. A lui spetta la responsabilità e l’onore di arbitrare ben 4 partite in Euro 2008, tra cui la finale Spagna-Germania, compito svolto, tra l’altro, alla perfezione. Al termine del match, infatti, nessuno ha parlato di lui, nessuno ha fatto commenti sull’arbitraggio. Incredibile la gioia e la soddisfazione che aleggia negli spogliatoi a fine gara. Anche Rosetti e la sua squadra hanno vinto la loro partita.
In questo spaccato della vita arbitrale, vediamo anche Pierluigi Collina dare consigli agli arbitri italiani tra una designazione e l’altra.

Ciò che emerge dal film è il lato umano degli arbitri. I direttori di gara svolgono un lavoro impegnativo, sono sottoposti a tante pressioni e, così come i calciatori, anche loro possono sbagliare.
L’arbitro è una persona come tutte le altre, con moglie, figli, amici. Lo scopo del documentario è quello di far esplorare il terreno di gioco dal punto di vista inedito dei tecnici di gara, facendoci vivere anche la loro paura di commettere degli errori sotto gli occhi di milioni di tifosi. Sbagli che, come nel caso di Webb, possono avere gravi conseguenze.

L’obiettivo è quello di riconciliare il pubblico di tifosi con la figura più discussa e contestata dello sport.