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Tv Locali in ginocchio, a rischio chiusura le più strutturate

Congiuntura economica sfavorevole, recessione del mercato pubblicitario, eccessivo affollamento del panorama televisivo italiano e una poco democratica politica di assegnamento frequenze in seguito al passaggio al digitale terrestre, tra le cause che hanno portato le maggiori tv locali a rischio di sopravvivenza, nonostante un aumento generalizzato delle audience. Alla politica la responsabilità principale per il loro futuro.

"La località è una necessità e l'utente la richiede" ha dichiarato Maurizio Giunco (in foto), presidente Associazione Tv Locali FRT, in occasione del convegno 'Il sistema televisivo dopo lo switch off: problemi e opportunità'.  

A diomostrarlo sono le sempre crescenti audience delle tv locali favorite, almeno relativamente agli ascolti, dal passaggio al digitale terrestre che frammentando l'audience su 300 canali tematici, dalle 30 emittenti generaliste dell'analogico, ha confermato la validità delle programmazioni areali tematizzate per eccellenza.

Quello che ha invece danneggiato il comparto delle emittenti locali è stata la modalità di transizione al Dtt, studiata e attuata dalle Istutuzioni per sfoltire l'eccessivo numero di tv commerciali (550 circa nel nostro Paese, 40 solo in Lombardia). Logica corretta se non fosse andata all'atto pratico a scapito soprattutto delle tv locali più strutturate e che realmente offrono un insostituibile e necessario servizio alle comunità locali, senza toccare l'integrità della miriade di piccole realtà televisive che mandano in onda solo televendite e 'cassettato', e che amplificano un'offerta che dà un immagine negativa della tv locale.

Come spiegato da Giunco nell'intervista video su ADVexpress Tv.

L'ennesima dimostrazione della scarsa attenzione del Governo italiano verso le tv locali, è prorpio da ravvisarsi nell'assegnazione delle frequenze. In Lombardia dopo l'assegnazione, attraverso modalità condivise con operatori del settore e Associazioni, di 27 frequenze come da delibera AgCom, ne sono state requisite 9 dal precedente Governo al comparto televisivo locale che è stato per questo rimborsato con 170 milioni di euro.

Ricordiamo inoltre l'impegno delle Istituzioni perchè nel 2015 con la riunione internazionale di Ginevra vengano sottratte ulteriori 12 frequenze per assegnarle alla telefonia mobile, togliendole con buona probabilità alle tv locali.

Perplessità sul fronte frequenze anche per Fabrizio Berrini, segretario dell'associazione Aeranti Corallo, che ha osservato: "da quando in Abruzzo si sta passando dall'analogico al digitale, nelle Marche molte emittenti sono state oscurate a causa dell'assegnazione delle loro frequenze ad altre tv. Le risorse c'erano ma sono state distribuite in maniera poco democratica. Molte aziende sono state costrette a chiudere per questo motivo e in un Paese civile non dovrebbe accadere, perchè lo Sato deve difendere le imprese."

La digitalizzazione, avvenuta in un momento di crisi mondiale, ha comportato ingenti investimenti seguiti da riduzioni del fatturato, ecco perchè ora più che mai è necessario che il Governo tuteli le imprese editoriali che offrono realmente un servizio al territorio anche sul fronte occupazionale.

I grandi editori locali hanno sfruttato con successo di pubblico la possibilità prodotta dal digitale di ampliare la propria offerta. Ne è un esempio il Gruppo Mediapason, che con i nuovi canali prodotti occupa posizioni importanti nel ranking degli ascolti Auditel. E almeno una decina di editori lombardi hanno fatto altrettanto.

"Noi abbiamo risposto per tempo al cambiamento in atto nel sistema televisivo italiano con prodotti studiati ad hoc per segmentare la nostra offerta editoriale, e nell'ultimo anno abbiamo realizzato il 30% in più di ascolti, ma stiamo peggio di prima in termini di fatturato" ha sottolineato Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia. "Siamo in ginocchio e le istituzioni devono sapere distinguere tra chi fa informazione, cultura e una tv di servizio da emittenti che invece mandano in onda cassette preregistrate o vecchi film. La metà del contributo che abbiamo ricevuto noi, con 150 dipendenti, è ad esempio stato assegnato a un'emittente locale che non esiste in Auditel e che ha 1 dipendente. Le Istituzioni, che concedono i contributi agli editori, devono fare una distinzione seria tra chi si approfitta del sistema e chi realmente fa impresa. La politica se ne deve rendere conto altrimenti molti editori locali rischiano la chiusura in paio di anni. Ci vuole un intervento governativo che lasci sul mercato meno imprese televisive locali, ma selezionate secondo parametri qualitativi altamente qualificanti relativamente al servizio offerto."

La digitalizzazione del sistema televisivo italiano non ha prodotto conseguenze negative solo sull'emittenza locale. Anche le grandi reti nazionali stanno pagando lo scotto di un ingente investimento economico per la transizione al Dtt e l'ampliamento dell'offerta editoriale, che ne ha fatto lievitare i costi a fronte di ricavi in calo a causa della frammentazione degli investimenti pubblicitari sull'eccessiva proliferazione dei canali esistenti.

Per Marco Paolini, direttore marketing strategico di Mediaset: "negli ultimi anni il mercato televisivo ha vissuto due grandi passaggi: l'arrivo di Murdoch e lo switch off. Prima vi erano solo sette reti generaliste, le tre di Mediaset, le tre della Rai e La7 e potevamo contare sul 90% dell'ascolto. Ora si è scesi al 68%. Il nostro taglio e la nostra visione sono ben diversi rispetto a quelli delle tv locali, ma la dinamica di costi perversa che caratterizza il nostro impianto industriale non compensata da un aumento dei ricavi ci ha visti costretti a modificare il modello di business, diversificando con l'ingresso nella pay tv. Anche per fermare la crescita esponenziale di Sky, che avrebbe causato danni a tutto il comparto televisivo italiano. Il digitale terrestre pone problemi all'industria di produzione dei contenuti televisivi principalmente perchè emittenti con l'1% di share con un fatturato pubblicitario tra i 25 e i 50 milioni di euro, non possono sostenere i costi del sistema industriale televisivo classico."

Da quì la necessità per tutti gli editori tv locali e non di rivedere il proprio modello di business alla luce delle mutate condizioni del panorama televisivo italiano. Riuscirà a sopravvivere chi ha maggiore capacità economiche ed entusiasmo per generare nuovi prodotti e modi per rapportarsi al territorio. 

Anche se per il dirigente Mediaset: "Non vorrei che il digitale terrestre fosse già preistoria. Il futuro sarà la connettività alla rete e tra due o tre anni dai 6 agli 8 milioni di apparecchi televisivi saranno connessi ad internet. Qualche anno fa la paura di Mediaset era l'arrivo di Murdoch. Oggi sono Google, Apple e Facebook. Da quì dovremo partire per ridefinire cosa significa essere un broadcaster televisivo nazionale."

Maria Ferrucci