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LO STORYTELLING DI FILMGOOD: MILANO FILM FESTIVAL Je ne suis pas un grand acteur
Nel video di oggi del servizio di FILMGOOD sullo storytelling nell’audiovisual content, la tecnica del racconto al servizio della storia.
MILANO FILM FESTIVAL Je ne suis pas un grand acteur
Scritto e diretto da Jean-Guillaume Bastien (2013, Quebec, Canada)
Tra i film partecipanti al Milano Film Festival, che si è concluso il 14 settembre, spicca un cortometraggio che è un impeccabile esempio di come due tecniche cinematografiche (‘macchina a mano’ e ‘piano sequenza’) mettono in evidenza il tema centrale della storia: la fragilità di un attore di teatro.
Con la regia del franco-canadese Jean-Guillaume Bastien, Je ne suis pas un grand acteur è un piano sequenza di venti minuti. La durata del racconto coincide con il tempo della storia e comunica una sensazione angosciante di stage fright (paura del palcoscenico). Thomas ogni sera recita la parte di Arlecchino in una pièce della Commedia dell’Arte. Si presenta in teatro venti minuti prima dell’inizio dello spettacolo per vestirsi, truccarsi ed andare in scena. Ma allo stesso tempo, è oppresso dalla sensazione di essere un attore mediocre e dalla percezione della solitudine che sente mentre è sul palco e nella vita di tutti i giorni.
Il piano sequenza, con cinque tagli invisibili, è girato interamente handheld (macchina a mano) e la macchina da presa segue Thomas dal suo arrivo al teatro al suo inchino alla platea fino a quando si alza il sipario. Con la sua instabilità e urgenza, la tecnica del handheld trasmette lo stress e la tensione del protagonista. E’ una sorta di ‘soggettiva ribaltata’, sempre seguendo Thomas e mai anticipando l’azione.

Guarda il video su http://www.adlab.tv
Spesso, la tecnica del piano sequenza è esibizionismo travolgente, mentre la storia rimane secondaria. Il balletto tra attore e cameraman diventa la sua ragione di essere. Invece Bastien lo utilizza per sottolineare l’aspetto countdown all’alzata del sipario. Dopo qualche minuto dall’inizio della storia lo spettatore si rende conto che non ci sono tagli e che non c’è modo di sfuggire alla tensione che condivide con il protagonista, respirando il suo stato d’animo. Thomas manca di autostima. Si sente un impostore. E’ solo quando indossa la maschera di Arlecchino che diventa più sicuro di sé.
Allo stesso tempo, e malgrado la sensazione di malinconia alla superficie della storia, il filmato è una dichiarazione d’amore del regista per il teatro ed i suoi interpreti. “Actors are courageous and fascinating people. Performance is a very fragile art. Each actor has his own way to find the right balance between emotions and physicality. I simply admire them. I find them brave and beautiful.”
Richard Ronan.jpg)
FILMGOOD
rronan@filmgood.sm
Scritto e diretto da Jean-Guillaume Bastien (2013, Quebec, Canada)
Tra i film partecipanti al Milano Film Festival, che si è concluso il 14 settembre, spicca un cortometraggio che è un impeccabile esempio di come due tecniche cinematografiche (‘macchina a mano’ e ‘piano sequenza’) mettono in evidenza il tema centrale della storia: la fragilità di un attore di teatro.
Con la regia del franco-canadese Jean-Guillaume Bastien, Je ne suis pas un grand acteur è un piano sequenza di venti minuti. La durata del racconto coincide con il tempo della storia e comunica una sensazione angosciante di stage fright (paura del palcoscenico). Thomas ogni sera recita la parte di Arlecchino in una pièce della Commedia dell’Arte. Si presenta in teatro venti minuti prima dell’inizio dello spettacolo per vestirsi, truccarsi ed andare in scena. Ma allo stesso tempo, è oppresso dalla sensazione di essere un attore mediocre e dalla percezione della solitudine che sente mentre è sul palco e nella vita di tutti i giorni.
Il piano sequenza, con cinque tagli invisibili, è girato interamente handheld (macchina a mano) e la macchina da presa segue Thomas dal suo arrivo al teatro al suo inchino alla platea fino a quando si alza il sipario. Con la sua instabilità e urgenza, la tecnica del handheld trasmette lo stress e la tensione del protagonista. E’ una sorta di ‘soggettiva ribaltata’, sempre seguendo Thomas e mai anticipando l’azione.

Spesso, la tecnica del piano sequenza è esibizionismo travolgente, mentre la storia rimane secondaria. Il balletto tra attore e cameraman diventa la sua ragione di essere. Invece Bastien lo utilizza per sottolineare l’aspetto countdown all’alzata del sipario. Dopo qualche minuto dall’inizio della storia lo spettatore si rende conto che non ci sono tagli e che non c’è modo di sfuggire alla tensione che condivide con il protagonista, respirando il suo stato d’animo. Thomas manca di autostima. Si sente un impostore. E’ solo quando indossa la maschera di Arlecchino che diventa più sicuro di sé.
Allo stesso tempo, e malgrado la sensazione di malinconia alla superficie della storia, il filmato è una dichiarazione d’amore del regista per il teatro ed i suoi interpreti. “Actors are courageous and fascinating people. Performance is a very fragile art. Each actor has his own way to find the right balance between emotions and physicality. I simply admire them. I find them brave and beautiful.”
Richard Ronan
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FILMGOOD
rronan@filmgood.sm

