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Space Available in Cannes. 'Fatti licenziare per una buona idea': ovvero come Spike Jonze incanta Cannes, dove Sarah Jessica Parker ha fatto appisolare la audience

 Nella sua rubrica, direttamente dal Festival di Cannes, Pasquale Diaferia racconta dell'intervento di Spike Jonze al Palais, intervistato da Gaston Legoburu, direttore creativo di Sapient Nitro. "La sala sospende la respirazione quando Spike , quasi sussurrando, lancia provocazioni su idee e pratiche produttive per generare immagini originali: "Be willing to get fired for a great idea". Getta la frase in platea e scattano tonnellate di tweet che rilanciano il mantra nel mondo". Diversi contenuti e pubblico per  Sarah Jessica Parker, che dialoga  con la direttrice di Cosmopolitan USA di moda, celebrità, cinema e dell’immancabile sesso
Teatro strapieno, code come se si fosse già a Roma al concerto di domenica degli Stones. Non c’è Mick Jagger, a Cannes, ma uno Spike Jonze (nella foto), che incontra il massimo rispetto del popolo dei creativi. E’ buffo osservare che solo pochi minuti prima, sullo stesso palco, era passata Sarah Jessica Parker. Il pubblico è radicalmente modificato. Segno che anche il super festival della creatività ha diverse anime, tutte felicemente conviventi.

Se la protagonista di Sex&TheCity aveva dialogato con la direttrice di Cosmopolitan USA di moda, celebrità, cinema e dell’immancabile sesso, in una sala piena di clienti ed account tutte con lo stesso vestitino da spiaggia e gli stessi capelli biondi realizzati probabilmente tutti dallo stesso parrucchiere, Spike si presenta al popolo dei creativi globali, giovani, sciabattanti, con zazzere ribelli, ma attentissimi.

Se nella prima conversazione si era indugiato sul colore delle nuove scarpe della Parker, di sua creazione, con gli abiti delle due donne peerfettamente integrati con lo snobissimo bianco e nero della scenografia dell’Auditorium A, quando parla il regista, sceneggiatore, fotografo e produttore di tutto quello che può essere impresso su nastro, pellicola, supporto digitale, in forma di video musicale, spot, o lungometraggio, quest’uomo esibisce un ruvidissimo giubbotto da montagna (che poi si toglierà per non sciogliersi sotto i riflettori) e calzini multicolori da “non me li sono ancora tolti dalla partenza da JFK” (libera interpretazione ma non stiamo sbagliando di molto).

Tanto era fintamente timida l’interprete della metropolitana Carrie Bradshow, altrettanto è realmente e caratterialmente inquieto e balbettante il regista di “being John Malkovich” ed “ Her“.
Non pensate che stia indugiando esageratamente sulle differenze di look e attitude delle due star. Guardate la foto in cui Spike sovrappone i piedi mentre parla: è la dimostrazione che non serve essere uno show man per impressionare il pubblico. Servono storie, contenuti, affabulazione vera e dirompente. Non solo cornice, look e smalto.

Per esempio, la sala sospende la respirazione quando Spike , quasi sussurrando, lancia provocazioni su idee e pratiche produttive per generare immagini originali: "Be willing to get fired for a great idea". Getta la frase in platea e scattano tonnellate di tweet che rilanciano il mantra nel mondo. Il problema è che Gaston Legoburu, direttore creativo di Sapient Nitro che ha promosso l’incontro al grido di “Meet the Disruptors: building Worlds With Technology and Story”, non aiuta un fluire semplice e diretto dei contenuti. Le domande sono spesso lunghissime e le risposte, di conseguenza, inquiete e secche. E questo non è nel manuale del bravo intervistatore. Spike, già di suo, come tutti i talenti maledetti, tende a sfuggire le domande più noiose ed involute. Figuriamoci quando dalla platea una vicepresidente di McDonald USA, che forse si era addormentata con la Parker e si era risvegliata su un altro speech, gli chiede qual è l’impatto dei social media sul suo lavoro esecutivo. Spike annoda ancora di più i piedi, cinguetta con la sua voce acidina che il Lucarelli di Almost Blue catalogherebbe come Verde, e riesce a non dire assolutamente niente di intellegibile, come massimo segno di disprezzo. Tanto prima aveva regalato ciliegine: “Il cinema rende tutto più fluido rispetto alla pubblicità ed ai video”; nonostante questo “la pubblicità per me è magica”; “ci possono essere centinaia di concetti dietro allo script di uno spot, ma alla fine l’idea deve essere una” (e questo andrebbe ricordato con una certa frequenza soprattutto ai clienti italiani); “Anch’io devo pagare il mutuo, ma per questo cerco gente che non si spaventa davanti alle idee, che capisca quello che dico. Non prendo un lavoro che è appeso, pieno di indecisioni”. Alla fine, davanti a Gaston che lo incalza sul rapporto tra storie e tecnologia, si lascia scivolare fuori un “Un’idea è un’idea. Non c’è tecnologia che la generi, anche se io uso molta tecnologia nel mio lavoro”.

Alla fine la gente, dopo aver applaudito, sussurrato ooohhhhh alle battute più felici, essersi sgolata dalle ultime file per fare domande, non previste e quindi senza micorofono in sala, scopre che per la prima volta nella storia l’organizzazione ha lasciato andare oltre l’orario previsto. Non si era mai visto uno sforamento di quindici minuti nella rigida scaletta del festival. Per questo, a maggior ragione, tutti in piedi ad applaudire uno che ha talento, non se la tira, e fa cose meravigliose. Diamoci dei modelli così, cari creativi. Come diceva uno famoso, forse non raggiungeremo le stelle. Ma saremo sicuri che non finiremo nel fango

(Pasquale Diaferia twitter@pipiccola)