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Approvata la web tax che obbliga i big del web ad avere partita Iva italiana e fatturare nel nostro Paese

Mentre la pubblicità sui media tradizionali (tv, radio, giornali, ecc) è in calo dal 2009, quella online è aumentata del 1.000%, con una raccolta che sfugge alla tassazione italiana quando è effettuata dai grandi gruppi del web stranieri come Google, Amazon, Facebook e Apple. E' uno dei risultati di uno studio redatto dagli uffici della Camera in vista della discussione della Web tax, approvata venerdì sera, in commissione Bilancio della Camera nel corso dell'esame della legge di stabilità, che prevede l'obbligo di acquisto dei servizi online, sia di e-commerce che di pubblicità, anche attraverso centri media o operatori terzi, solo da soggetti con partita Iva italiana.
Mentre la pubblicità sui media tradizionali (tv, radio, giornali, ecc) è in calo dal 2009, quella online è aumentata del 1.000%, con una raccolta che sfugge alla tassazione italiana quando è effettuata dai grandi gruppi del web stranieri.

E' uno dei risultati di uno studio redatto dagli uffici della Camera in vista della discussione della Web tax. 

La proposta - approvata venerdì sera in commissione Bilancio della Camera nel corso dell'esame della legge di stabilità - che ha come primo firmatario Edoardo Fanucci (Pd) ed è sostenuta dal presidente stesso della commissione, Francesco Boccia (Pd), prevede l'obbligo di acquisto dei servizi online, sia di e-commerce che di pubblicità, anche attraverso centri media o operatori terzi, solo da soggetti con partita Iva italiana.

In questo modo i volumi di vendita realizzati in Italia dai giganti del web come Google, Amazon, Facebook e Apple, spesso accusati dai governi europei di elusione, sarebbero anche fatturati nel nostro Paese e non solo in Paesi dai regimi fiscali agevolati, portando nuove risorse nelle casse dello Stato.

L'obbligo riguarderebbe anche l'acquisto di link sponsorizzati nelle pagine dei risultat dei motori di ricerca visualizzabili in Italia.

Una soluzione per arginare il fatto che il traffico pubblicitario italiano viene sempre più acquistato all'estero da operatori stranieri.
Google, d'altra parte, mantiene la sua posizione dominante nella pubblicità online, controllando un terzo del mercato globale. Fatto che già l'anno scorso è stato denunciato dal presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella che ha ipotizzato il rischio di monopolio da parte dI Google, e  anche dall'Agcom.
 
In Italia, il gruppo americano detiene il 40% nella raccolta di pubblicità online. La quota è stata accertata dall'Antitrust che ha aperto un'indagine alla quale s'è adesso affiancata l'Agcom.
 
Tornando all'indagine della Camera, sono quattro i settori economici sui quali si registra uno spostamento dal mercato tradizionale a quello online: pubblicità, editoria, giochi e l’e-commerce, nel quale è ricompresa sia la vendita online di beni che quella di servizi (soprattutto turistici). In tutti i quattro i settori le aziende italiane avevano lamentato una concorrenza sleale da parte dei gruppi stranieri, che, essendo domiciliati in Paesi con regimi fiscale agevolati (es. Irlanda ) anche sui volumi realizzati in Italia pagano molte meno tasse nello Stato in cui hanno sede.

Riguardo ad esempio al commercio elettronico di beni e servizi, in crescita rispetto a quello tradizionale: il valore delle vendite da siti italiani nel 2012 è stato pari a quasi 9 miliardi di euro, mentre il valore acquistato complessivamente dagli italiani sfiora gli 11 miliardi di euro nel 2012.

E' soprattutto nella pubblicità che si registra il maggior spostamento dal mercato tradizionale al Web. Lo studio della Camera cita i dati dell’Osservatorio sulla pubblicità dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, secondo il quale “dal 2005 la pubblicità sui mezzi classici si è ridotta a favore di quella online, cresciuta di oltre il 1000%, e gli investimenti in web marketing superano i 3 miliardi di euro”.

Per quanto riguarda la pubblicità in senso tradizionale ( televisione, periodici, cinema, radio, annuari, internet, quotidiani e affissioni), mentre la raccolta della tv ha retto abbastanza, ed è scesa quella della radio e dell’editoria su carta, “la pubblicità online è in crescita: Internet è il secondo mezzo pubblicitario in Italia dopo la televisione”.

Riguardo alla pubblicità “below the line” (direct marketing, sponsorizzazioni, web marketing, eventi, promozioni), nel 2011 gli investimenti in web marketing sono cresciuti del 47%. Nel 2011, le imprese italiane hanno investito circa 3 miliardi in comunicazione online tra above the line (pubblicità online 52,1%) e below the line (web marketing 47,9%). Le aziende che investono nel Web sono il 22%, una quota superiore a quelle che investono nella televisione (3,5%) e nella radio (5,1%).


EC