Digital
Osservatorio Iulm. Le aziende italiane sono sempre più 2.0
La percentuale delle aziende italiane che utilizza almeno un social network per attività di comunicazione e marketing passa dal 32,5% del 2010 al 49,9% del 2011. Facebook si conferma il canale più popolare, scelto nel 71,1% dei casi. Ma in crescita sono anche Twitter, LinkedIn e YouTube, utilizzati rispettivamente dal 39,8%, dal 35,7% e dal 32,0% delle imprese 2.0. A dircelo è una ricerca annuale condotta dall’Osservatorio Iulm sui social media.
Le imprese del Belpaese sono sempre più attive sui social network. Ad affermarlo è la seconda edizione della ricerca annuale dell’Osservatorio Iulm sui Social Media, promossa dall’executive Master in Social Media Marketing & Web Communication. L’indagine ha preso in esame, a un anno di distanza dalla precedente rilevazione, lo stesso panel di 720 aziende italiane (120 per settore, ulteriormente segmentate al loro interno per dimensioni: 40 grandi, 40 medie e 40 piccole), appartenenti a sei diversi settori: moda, alimentare, hospitality, pubblica amministrazione, banche e arredamento (quest’ultimo ha sostituito l’elettronica, presente invece nella precedente rilevazione).
Come illustrato questa mattina nel corso del convegno organizzato presso l’ateneo milanese, la percentuale delle aziende che utilizza almeno un social medium per attività di comunicazione e marketing passa dal 32,5% del 2010 al 49,9% del 2011. Tale incremento è soprattutto il risultato del notevole aumento di penetrazione dei canali 2.0 nelle piccole aziende: se infatti nella precedente rilevazione solo il 9,8% delle piccole imprese gestiva almeno un social medium, nel 2011 tale percentuale è salita al 43%.

Facebook si conferma il canale più popolare, scelto dal 71,1% delle aziende che hanno attivato almeno un social network (rispetto al 35,2% del 2010). Ma in grande crescita risultano anche l’uso di Twitter, LinkedIn e YouTube, utilizzati rispettivamente dal 39,8%, dal 35,7% e dal 32,0% delle aziende presenti sui social media (rispetto al 14,1%, al 15,5% e all'8,8% del 2010).
Tuttavia, resta ancora largamente ambivalente il rapporto che le aziende mostrano di avere con i canali 2.0, dato che solo il 24,5% del totale delle imprese esaminate rimanda ai propri ambienti social attraverso link presenti sul sito dell'azienda stessa.
Inoltre, la maggiore diffusione dei canali social a livello aziendale non risulta accompagnata da un altrettanto significativo aumento dell’indice medio di 'SocialMediAbility' che, sul totale dei 720 casi esaminati è passato, su una scala di valori da 0 a 10, dallo 0,79 registrato nel 2010 all’1,16 del 2011, con un incremento decisamente modesto. L’indice SocialMediAbility si propone di valutare sinteticamente aspetti, sia quantitativi che qualitativi, della presenza social dell’azienda/brand (come per esempio il numero dei canali attivati, il tempo da cui lo sono, le attività dell’azienda sull’unità di tempo, il numero degli iscritti, i contenuti generati dall’azienda e la capacità degli stessi di generare azioni da parte degli utenti, ecc.). Poi, ricomponendo tali variabili in tre diverse dimensioni: l’orientamento 2.0, la gestione/cura dei diversi canali social, e l’efficacia delle azioni adottate, l’indice risulta in grado di rappresentare in maniera sintetica le attività di social media marketing messe in atto dalla singola azienda, da un settore o dall’intero campione.
“In sintesi - dichiara il professore Guido Di Fraia, direttore scientifico del Master - la ricerca mostra come le aziende italiane, anche di piccole e medie dimensioni, utilizzino sempre più spesso i social media nelle loro attività di comunicazione e marketing, a testimonianza di un crescente riconoscimento dell’importanza strategica di tali canali. Ma i risultati ottenuti testimoniano anche come essi siano ancora molto spesso gestiti in maniera un po’ improvvisata e poco consapevole rispetto alle logiche comunicative proprie di ciascuno di tali canali”.
Le case history. Banche e social media, un connubio possibile
La presentazione dei risultati della ricerca realizzata dall’Osservatorio Iulm è stata anche l’occasione per illustrare alcune case history in riferimento al rapporto tra banche e social media. Il primo a prendere parola è stato Luca Schibuola di Banca Ifis, il quale si è soffermato sull’importanza di coinvolgere gli utenti attraverso i canali del web 2.0, per arrivare alla co-creazione di un prodotto bancario particolare, come un conto deposito. In particolare, il sito web della banca e i profili su Facebook e Twitter sono stati utilizzati per raccogliere le preferenze degli utenti in riferimento al loro conto deposito ‘ideale’. In totale, sono stati realizzati quattro sondaggi che hanno permesso di raccogliere ben 20mila preferenze. Inoltre, ha aggiunto Schibuola, un uso attento dei social network permette di monitorare il ‘discorso’ online sul brand e aiuta la comprensione delle tendenze in atto nel mercato.
Un’altra case history sul tema è quella illustrata da A. Di Leva di Bnl, il quale si è concentrato sulla parola chiave ‘fiducia’, in quanto asset fondamentale di qualsiasi forma di comunicazione costruita sul web tra banca e utente. È infatti solo conquistando la fiducia dell’utente, che diventa possibile costruire una relazione duratura fondata sul dialogo e sullo scambio reciproco. In particolare, nel sue attività 2.0, Bnl si è sia dedicata alla valorizzazione di community tematiche, fondate su specifi interessi, come il tennis, sia concetrata su servizi utili all’utenza, come il recruitment online, tramite la raccolta dei curricula degli utenti, soprattutto giovani, su Bnl Job. Da non trascurare anche un sempre aggiornato brand channel della banca presente su YouTube.
Infine, Carlo Panella, direttore commerciale banking e investimenti WeBank, si è dedicato al tema della customer care 2.0, evidenziandone il fondamentale valore bidirezionale che espone, ovviamente, anche a dei rischi, perché spesso, rivolgendosi a un servizio di customer care, l’utente si lamenta di qualcosa, e, facendolo su Facebook, si lascia una traccia che rimane sempre visibile, sempre online, seppur nella cronologia del profilo. In particolare, Panella ha sottolineato che WeBank non utilizza i social network come strumenti di advertising, ma come canali per parlare con gli utenti e costruire con essi dei dialoghi e delle relazioni durature.
Mario Garaffa
Come illustrato questa mattina nel corso del convegno organizzato presso l’ateneo milanese, la percentuale delle aziende che utilizza almeno un social medium per attività di comunicazione e marketing passa dal 32,5% del 2010 al 49,9% del 2011. Tale incremento è soprattutto il risultato del notevole aumento di penetrazione dei canali 2.0 nelle piccole aziende: se infatti nella precedente rilevazione solo il 9,8% delle piccole imprese gestiva almeno un social medium, nel 2011 tale percentuale è salita al 43%.
Facebook si conferma il canale più popolare, scelto dal 71,1% delle aziende che hanno attivato almeno un social network (rispetto al 35,2% del 2010). Ma in grande crescita risultano anche l’uso di Twitter, LinkedIn e YouTube, utilizzati rispettivamente dal 39,8%, dal 35,7% e dal 32,0% delle aziende presenti sui social media (rispetto al 14,1%, al 15,5% e all'8,8% del 2010).
Tuttavia, resta ancora largamente ambivalente il rapporto che le aziende mostrano di avere con i canali 2.0, dato che solo il 24,5% del totale delle imprese esaminate rimanda ai propri ambienti social attraverso link presenti sul sito dell'azienda stessa.
Inoltre, la maggiore diffusione dei canali social a livello aziendale non risulta accompagnata da un altrettanto significativo aumento dell’indice medio di 'SocialMediAbility' che, sul totale dei 720 casi esaminati è passato, su una scala di valori da 0 a 10, dallo 0,79 registrato nel 2010 all’1,16 del 2011, con un incremento decisamente modesto. L’indice SocialMediAbility si propone di valutare sinteticamente aspetti, sia quantitativi che qualitativi, della presenza social dell’azienda/brand (come per esempio il numero dei canali attivati, il tempo da cui lo sono, le attività dell’azienda sull’unità di tempo, il numero degli iscritti, i contenuti generati dall’azienda e la capacità degli stessi di generare azioni da parte degli utenti, ecc.). Poi, ricomponendo tali variabili in tre diverse dimensioni: l’orientamento 2.0, la gestione/cura dei diversi canali social, e l’efficacia delle azioni adottate, l’indice risulta in grado di rappresentare in maniera sintetica le attività di social media marketing messe in atto dalla singola azienda, da un settore o dall’intero campione.
“In sintesi - dichiara il professore Guido Di Fraia, direttore scientifico del Master - la ricerca mostra come le aziende italiane, anche di piccole e medie dimensioni, utilizzino sempre più spesso i social media nelle loro attività di comunicazione e marketing, a testimonianza di un crescente riconoscimento dell’importanza strategica di tali canali. Ma i risultati ottenuti testimoniano anche come essi siano ancora molto spesso gestiti in maniera un po’ improvvisata e poco consapevole rispetto alle logiche comunicative proprie di ciascuno di tali canali”.
Le case history. Banche e social media, un connubio possibile
La presentazione dei risultati della ricerca realizzata dall’Osservatorio Iulm è stata anche l’occasione per illustrare alcune case history in riferimento al rapporto tra banche e social media. Il primo a prendere parola è stato Luca Schibuola di Banca Ifis, il quale si è soffermato sull’importanza di coinvolgere gli utenti attraverso i canali del web 2.0, per arrivare alla co-creazione di un prodotto bancario particolare, come un conto deposito. In particolare, il sito web della banca e i profili su Facebook e Twitter sono stati utilizzati per raccogliere le preferenze degli utenti in riferimento al loro conto deposito ‘ideale’. In totale, sono stati realizzati quattro sondaggi che hanno permesso di raccogliere ben 20mila preferenze. Inoltre, ha aggiunto Schibuola, un uso attento dei social network permette di monitorare il ‘discorso’ online sul brand e aiuta la comprensione delle tendenze in atto nel mercato.
Un’altra case history sul tema è quella illustrata da A. Di Leva di Bnl, il quale si è concentrato sulla parola chiave ‘fiducia’, in quanto asset fondamentale di qualsiasi forma di comunicazione costruita sul web tra banca e utente. È infatti solo conquistando la fiducia dell’utente, che diventa possibile costruire una relazione duratura fondata sul dialogo e sullo scambio reciproco. In particolare, nel sue attività 2.0, Bnl si è sia dedicata alla valorizzazione di community tematiche, fondate su specifi interessi, come il tennis, sia concetrata su servizi utili all’utenza, come il recruitment online, tramite la raccolta dei curricula degli utenti, soprattutto giovani, su Bnl Job. Da non trascurare anche un sempre aggiornato brand channel della banca presente su YouTube.
Infine, Carlo Panella, direttore commerciale banking e investimenti WeBank, si è dedicato al tema della customer care 2.0, evidenziandone il fondamentale valore bidirezionale che espone, ovviamente, anche a dei rischi, perché spesso, rivolgendosi a un servizio di customer care, l’utente si lamenta di qualcosa, e, facendolo su Facebook, si lascia una traccia che rimane sempre visibile, sempre online, seppur nella cronologia del profilo. In particolare, Panella ha sottolineato che WeBank non utilizza i social network come strumenti di advertising, ma come canali per parlare con gli utenti e costruire con essi dei dialoghi e delle relazioni durature.
Mario Garaffa

