Digital
Silva Coronel su Web Tax: -"no alla legge che danneggia le imprese. Meglio un copyright sulle parole italiane usate su Google"
Il ceo di Digital Events e Presidente di Performedia critica la legge che prevede un divieto per gli investitori, ovvero le imprese italiane, di usare i servizi di Google e Facebook se non possiedono una partita iva italiana e lancia una proposta: "Lo stato a mio parere dovrebbe tutelare una delle sue più importanti proprietà, il vocabolario italiano. E invece della web tax, potrebbe imporre a google e ai big player esteri della rete un diritto d'autore per l'utilizzo delle parole italiane, come avviene con la musica. Indipendentemente dai Paesi nelle quali vengono lette e fruite ma in percentuale sul volume di fatturato generato".
Ieri abbiamo dato notizia dell'approvazione in via definitiva da parte del Senato, il 23 dicembre 2013, della 'web tax', la legge che obbliga le grandi corporation di internet (Google, Facebook, Amazon) a pagare le tasse nel nostro Paese e non in quelli con regimi fiscali agevolati. La norma infatti prevede che chi intende acquistare servizi di pubblicità e link sponsorizzati online, anche attraverso centri media e operatori terzi, è obbligato ad acquistarli da soggetti titolari di una partita IVA rilasciata dall’amministrazione finanziaria italiana. La presente disposizione si applica anche nel caso in cui l’operazione di compravendita sia stata effettuata mediante centri media, operatori terzi e soggetti inserzionisti (leggi news).Questa norma ha suscitato diverse reazioni critiche, anche da parte di alcuni esponenti del governo e dall'Unione Europea, tanto che la sua entrata in vigore è stata spostata dal 1 gennaio 2014 al 1 luglio 2014.
Per conoscere i pro e i contro di questa legge e per meglio fare chiarezza sulle conseguenze che potrebbe avere sulle imprese italiane e sugli investitori online, abbiamo chiesto il parere di alcuni professionisti del digitale.
Cominciando da Roberto Silva Coronel, ceo di Digital Events e Presidente di Performedia.
"La norma prevede un divieto per gli investitori, ovvero le imprese italiane, di usare i servizi di Google e Facebook se non possiedono una partita iva italiana. Un grosso danno per i nostri imprenditori e le aziende che dovranno rinunciare a efficaci strumenti pubblicitari e di promozione anche per la promozione all'estero dei propri prodotti" afferma il manager. " La norma rappresenta un limite e un freno alla competitività per le realtà del made in Italy, quelle ad esempio del food & beverage che commerciano a livello internazionale, che non potranno farsi pubblicità su google, dove invece sono presenti gli altri marchi globali o comunque pagandola di più per effetto di questa tassazione! Inoltre non mi sembra abbia senso parlare di 'pubblicità visibile dal territorio italiano' poiché la rete è un ambiente globale e in Italia si fruisce online l'advertising di tutto il mondo".
"Se poi l'interpretazione dell'emendamento si estendesse a tutta la pubblicità online visibile dall'Italia, come parrebbe da una prima lettura della norma, e non ai soli motori di ricerca, si arriverebbe ad una disastrosa limitazione della promozione del Made in Italy. Un esempio: “Un portale universitario americano non aprirà mai una partita IVA italiana per i clienti che acquistano da esso pubblicità per un'ateneo del nostro Paese. E neppure la promozione Turistica sarebbe più possibile su portali stranieri, insomma una forte penalizzazione che distruggerebbe per altro una industry in forte espansione".
"In sintesi -sottolinea Silva Coronel - mi sembra di capire che secondo la web tax non sarebbe più possibile acquistare pubblicità da concessionarie o editori esteri. Questo a scapito delle società e dei clienti che comprano spazi pubblicitari su siti stranieri”.
“Certo, non posso essere felice di sapere che le nostre aziende pagano in Italia più tasse di giganti quali Apple, Google e Amazon- aggiunge Silva Coronel - ma credo che per risolvere il problema l'Italia dovrebbe allineare la tassazione con le aliquote fiscali europee. Solo in questo modo si eviterebbero fughe di grosse società e di capitali, fenomeno che peraltro da decenni sta avvenendo anche in altri settori più maturi".
A questo punto il ceo di Digital Events e Presidente di Performedia lancia un proposta. "Lo stato italiano a mio parere dovrebbe tutelare una delle sue più importanti proprietà, il vocabolario italiano. E invece della web tax, potrebbe imporre a google e ai big player esteri della rete un diritto d'autore per l'utilizzo delle parole italiane, come avviene con la musica. Indipendentemente dai Paesi nelle quali vengono lette e fruite ma in percentuale sul volume di fatturato generato. La parola 'pizza', ad esempio, pensiamo a quanto fatturato genera su Google .... sarebbe giusto che qualcosa fosse riconosciuto agli Italiani, che l'hanno inventata! Il tentativo maldestro del nostro stato di imporre nuove tasse, senza valutarne le dirette conseguenze ha già generato in passato gravi danni. Pensate solo a cosa é successo nella Nautica con l'introduzione delle tasse di stazionamento. Il gettito generato é stata poca cosa rispetto al quanto perso dalla contrazione dell'intero settore e dal fallimento di aziende storiche della nautica del bel paese".
EC

