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Social Media Revolution, i nuovi mezzi tra informazione e pubblicità

All’incontro organizzato da movi&co.,il punto degli esperti sulle nuove frontiere del messaggio online. Tra brand reputation, customer care ed esperimenti locali, l'incontro ha proposto una panoramica sui social network e sull'utilizzo più ottimale degli stessi da parte delle aziende
 

“Non cerchiamo più le notizie, sono loro che vengono a cercare noi”: questa e altre provocazioni sono state oggi protagoniste dell’incontro Social Media Revolution organizzato da movi&co. in Sala Buzzati in collaborazione con ViviMilano -Corriere della Sera, che ha visto la partecipazione di esperti ed esponenti di aziende che si sono misurati con le nuove realtà del social network e le tante possibilità (anche commerciali) offerte dai nuovi mezzi di comunicazione.

Se è vero che, come ha ricordato Marco Massarotto (nella foto a destra), esperto di social media, negli Stati Uniti una coppia su otto si sposa dopo essersi conosciuta in rete attraverso i social network e l’80% delle imprese statunitensi li consulta per trovare figure professionali da assumere, allora né la comunicazione aziendale, né l’informazione giornalistica possono più prescindere dal potere di questi nuovi media, più di altri capaci di veicolare opinioni, creare miti o esempi negativi per gli utenti.

In particolare, l’informazione giornalistica, come ha ricordato Daniele Manca (nella foto a sinistra), vicedirettore Corriere della Sera, si confronta con la libertà di scelta dell’utente. Una realtà come Facebook non può essere usata dalle imprese, e nemmeno dagli operatori dell’informazione, per imporre un punto di vista a tutti, ma solo per proporre un’opinione a ciascuno. La diversità tra mass media e social media, ha aggiunto Manca, è quella che intercorre tra la piazza affollata, a cui si rivolge un messaggio indistinto, e un caffè con tanti avventori differenti, cui il messaggio deve essere rivolto personalmente, in base ai loro interessi. Il rischio per Manca resta tuttavia quello che gradualmente le varie community di utenti si isolino e la molteplicità possibile in rete finisca con il creare nuove forme di frammentazione dovuta all’esagerata selettività degli utenti e dei messaggi che ricevono. In questo senso, i media tradizionali offrono ancora una più semplice possibilità di confronto, nel tempo, tra idee differenti.

Per le aziende, la maggior possibilità offerta dai social network è quella della spontaneità di chi prova un prodotto e lo consiglia alle altre persone. Su questo semplice passaggio si fonda la brand reputation, l’immagine buona che la marca deve saper proiettare su di sé, pur senza controllo diretto sui contenuti veicolati dai social media.
In rete, infatti, maggiore è il controllo assunto sui contenuti, minore diventa la partecipazione degli utenti, che invece devono sempre avere l’ultima parola per rendere veramente popolare un brand.



Secondo Massarotto, le aziende che propongono agli utenti di partecipare a un’attività (il giudizio su un prodotto, il confronto su una tematica sociale o altro) devono tener conto di tre imperativi: intercettare le opinioni e non crearle, presidiare e dunque essere sempre presenti sulla piattaforma dove avviene il confronto che le riguarda e ascoltare, non vendere prodotti.
In questo senso, i social media diventano una grande occasione di customer care, cioè di attenzione al cliente, che diventa il primo testimonial per i prodotti e i servizi offerti.
Al workshop sono stati proposti casi significativi, come l’iniziativa a favore dell’educazione stradale promossa da GoodYear che, con il cartoon Goodhero (nella foto sotto) investe la propria immagine in un messaggio sociale ai giovani, o come Ikea, che si è messa in gioco nella community Hemma, dedicata alla dimensione dell’arredamento ispirata dalla celebre catena di store e ha reso creatori di nuove idee di arredo con i suoi prodotti tutti gli utenti che li hanno acquistati.



Accanto a questi esempi positivi, ce ne sono altri in cui le aziende hanno investito male sui social network, come il caso di immagini di sfilate postate su facebook da un’azienda per mostrare una collezione di abiti, diventate suo malgrado fonte di critica alla magrezza eccessiva delle modelle da parte degli utenti. La risposta piccata, sempre via social network, da parte dell’azienda sembra aver offeso molti degli utenti che avevano partecipato alla discussione, decretando il fallimento della campagna. Ma è davvero così? Anche in questo caso gli esperti discutono: persino una provocazione “cattiva”, infatti, può non essere una cattiva provocazione, se il fine è 'basta che se ne parli' e sul web parte il passaparola.

Il social network rimane così territorio di grandi contraddizioni nei suoi contenuti e nelle sue dimensioni. Così, alla grande rete globale (facebook, twitter…) si contrappongono micro reti locali, alcune veramente particolari, come l’esempio - portato da Giampaolo Colletti di Altra TV - di Teletorre19 (www.teletorre19.com) la prima televisione sul web creata all’interno di un condominio bolognese (Torre 19, appunto) e gestita interamente dai condomini. Sono loro che creano contenuti (attualità, rubriche di cucina o cultura) fruibili prima dalle sole 70 famiglie presenti nel condominio e ora anche sul web.



movi&co., associazione che ha organizzato il workshop, da 8 anni organizza il concorso omonimo dedicato a videomaker under 35 e ha anticipato la tendenza della comunicazione di oggi, che vede nel linguaggio dell’audiovisivo un nuovo ed efficace strumento universale. Oggi il concorso incoraggia gli stessi ragazzi che comunicano attraverso canali innovativi come i siti di videosharing a proporsi come artisti del visivo e a superare la concezione tradizionale di spot o di filmato istituzionale. Le aziende partner che partecipano a movi&co. scoprono nei giovani professionisti con cui collaborare anche dopo il concorso.

C.P.