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Mercato

Ultimatum alle piattaforme social. Servono più controlli per garantire contenuti di qualità, altrimenti Unilever toglierà la pubblicità

Il gruppo anglo-olandese, secondo investitore pubblicitario al mondo dopo Procter & Gamble, chiede rigore e controlli contro il dilagare di notizie false, eversive o pornografiche.

Nel corso del summit annuale sulla pubblicità digitale "Interactive advertising bureau" in questi giorni in California, Unilever ha lanciato un avvertimento alle piattaforme social "non investirà più in piattaforme o in ambienti che non proteggono i bambini o che creano divisioni nella società e che promuovono rabbia e odio". Queste le parole del direttore marketing Keith Weed (in foto), che ha aggiunto, si legge nell'intervista rilasciata al Wall Street Journal,: "Unilever darà priorità a investimenti solo sulle piattaforme responsabili che sono impegnate nel creare un impatto positivo sulla società. Non possiamo continuare a puntellare una catena di comunicazione digitale che a volte è una palude in termini di trasparenza". Weed ha fatto sapere che l'azienda intende lavorare con ogni colosso tecnologico per trovare soluzioni. 

L'avvertimento di Unilever è significativo dal momento che il gruppo è il secondo investitore pubblicitario al mondo, dopo Procter & Gamble, e che lo scorso anno ha speso 9 miliardi di dollari in attività di marketing.

I colossi tecnologici hanno iniziato ad adottare iniziative per risolvere il problema. Facebook per esempio ha annunciato cambiamenti nel suo algoritmo per migliorare la qualità dei contenuti che appaiono sulla piattaforma. Anche Youtube ha fatto migliorie alla sua tecnologia dando agli inserzionisti più controllo su dove i loro messaggi promozionali appaiono.

Per il direttore marketing di Unilver, il sito di video parte di google (controllata di Alphabet) "non ha ancora fatto abbastanza per proteggere i bambini". Quanto a Facebook, "c'è ancora lavoro da fare".

Già un anno fa il leader del mercato pubblicitario, Procter & Gamble, indirizzò un avvertimento simile alle reti social. Quella lamentela non ebbe seguito, ma allora la multinazionale americana si mosse sollevando il problema del danno che le veniva causato da messaggi di organizzazioni terroriste come l’Isis finiti sui social e che comparivano vicino alla promozione dei suoi prodotti. Stavolta quella del capo del marketing di Unilever è una mossa di portata più ampia. Potrebbe essere solo l’inizio di un’offensiva destinata a coinvolgere altri gruppi.