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Cagnetta: Rai senza spot, in Italia un'utopia

Il parere di Valentino Cagnetta, amministratore delegato Media Italia, in merito a una possibile attuazione nel nostro Paese della riforma, voluta da Nicolas Sarkozy , che abolisce la pubblicità dalla tv pubblica.

In merito a una possibile attuazione in Italia della riforma francese che abolisce la pubblicità sulla tv pubblica, già in vigore oltralpe in via sperimentale dallo scorso 5 gennaio, Advexpress ha chiesto il parere di Valentino Cagnetta (nella foto), amministratore delegato Media Italia: "Il mercato degli investimenti pubblicitari sul mezzo televisivo in Francia è molto diverso da quello italiano in cui la tv risulta essere ancora il mezzo principe nei media mix delle aziende. La popolazione francese ha un rapporto diverso con la televisione rispetto alla familiarità con cui la stessa è accolta nelle case degli italiani. Il sistema misto, introiti da canone e pubblicità, con cui viene gestita la Rai non potrebbe essere rivoluzionato come è successo oltralpe perchè romperebbe l'equilibrio esistente portando al collasso l'intero comparto, oltre che per un'ovvia situazione conflittuale con l'attuale classe politica dirigente".

"La tv pubblica in Italia - continua Cagnetta 'ha da sempre avuto un sistema competitivo con quella commerciale che l'ha spinta oltre la funzione di 'pubblica utilità' per cui era stata concepita, da qui la necessità di beneficiare di ingenti finanziamenti che solo il mercato pubblicitario poteva portare, per offrire una programmazione in grado di competere in termini di audience con le reti private".

L'ad ha infine prospettato lo scenario disastroso che un tale provvedimento andrebbe a generare a livello sistemico: "Togliendo la pubblicità in tutto o in parte (e il prime time costituisce la massima parte della raccolta) dalle tre reti nazionali, si innescherebbe automaticamente un meccanismo pericoloso per l'intero sistema economico italiano perchè, diminuendo gli spazi, s'innalzerebbe il prezzo degli stessi e di conseguenza gli elevati costi di accesso agli investimenti in televisione andrebbero ad escludere molte aziende che, nel nostro sistema, non necessariamente dirigerebbero il proprio interesse verso gli altri media".

Maria Ferrucci