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Ferruccio De Bortoli: “Più equilibrio, meno iper- comunicazione. Per essere utile e funzionale, l’informazione deve parlare anche di ripresa e di quel che verrà dopo l’emergenza”
Ospite del webinar “Buone informazioni e cattiva stampa. Il ruolo dei Media nella gestione delle crisi Paese”, organizzato da The European House–Ambrosetti, il Presidente di Longanesi ed editorialista del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, ha analizzato per gli oltre 300 partecipanti all’evento digitale il modo di comunicare, il linguaggio e il tono di voce di chi, nel corso
di questa emergenza, ha comunicato e spesso iper-comunicato sul tema: comunità medica e scientifica, forze politiche e istituzioni, mezzi di informazione.
“L’emergenza del Covid-19 ridimensiona tutto e fa sparire il resto – ha affermato De Bortoli –, ma se vogliamo mettere le basi per una ripresa del Paese occorre razionalità. E l’informazione, per essere utile e funzionale a questa ripresa, deve porsi il problema di discutere anche quello che verrà ‘dopo’, senza essere prigioniera dell’ansia continua creata dall’iper-comunicazione che non
aiuta a mantenere razionalità e disciplina”.
La ‘buona’ informazione, ricorda De Bortoli, deve indurre le parti sociali e le parti politiche a dire che di fronte alla grande emergenza non è il momento di litigare e discutere di errori e sottovalutazioni che pur ci sono state: “Ora serve una vera unità nazionale. Non abbiamo altra scelta se non la riscoperta delle virtù di una comunità civile in lotta con un nemico invisibile e subdolo. Questa è la priorità. Oggi, soprattutto la classe dirigente, deve prepararsi a condividere quello che ci resterà finita l’emergenza pensando fin da subito a una nuova ricostruzione e al sostegno dei redditi, dei consumi e degli investimenti. È, anche, una grande opportunità di rinascita”.
Secondo De Bortoli, al di là di molte narrazioni straniere, ma talvolta anche nostrane, il paese sta reagendo con un livello di compostezza e disciplina – a parte alcuni fenomeni legati ad errori nella comunicazione pubblica e incertezze e contraddittorietà nelle disposizioni governative– che fanno ben sperare. “Dobbiamo quindi aggrapparci ai pochi segnali positivi che abbiamo, e qui il mondo dei media e dell’informazione dovrebbe dare un contributo decisivo, perché parlandone facciamo in modo di moltiplicare il senso civico e premiamo lo spirito di sacrificio di molti – soprattutto gli operatori della sanità”.
Riferendosi all’atteggiamento delle classi dirigenti, dei politici e dei media di altri paesi, De Bortoli si è chiesto se stiano semplicemente sottovalutando il fenomeno o se abbiano piuttosto deciso di trattarlo diversamente da noi: al verificarsi dei primi casi i nostri mezzi sono stati infatti accusati di occuparsene troppo, mentre altrove non se n’è quasi parlato. Qualcuno sta recuperando il tempo perduto, ma anche in questo caso si osserva un establishment che, anche con una certa supponenza, si preoccupa prima di tutto di difendere la normalità.
1. CONOSCERE, 2.AGIRE, 3.COMUNICARE
“Davanti a una crisi così devastante – ha ricordato De Bortoli – bisogna per prima cosa conoscere il fenomeno, e questo è il compito degli scienziati, dei virologi e della comunità scientifica. Noto però che ci sono state diversità di approccio: alcuni personaggi, straordinariamente competenti, sono stati molto presenti sui social network e sugli altri mezzi di comunicazione, esprimendo però pareri e opinioni non solo diversi ma a volte addirittura opposti. Questo tema della comunicazione scientifica non è quindi da sottovalutare”.
Il secondo step dopo la conoscenza è l’azione, “Che spetta alla politica, al Governo e alle istituzioni, che hanno reagito con affanno, inseguendo gli avvenimenti. Nessuno, nella maggioranza, nell’opposizione e nella classe dirigente privata, aveva la benché minima preparazione su come affrontare una simile emergenza, quindi gli errori sono stati inevitabili. Se la comunicazione istituzionale fosse stata più attenta, si sarebbe infatti probabilmente evitata la ‘fuga dal Nord’ di sabato scorso. Dare alla stampa le bozze di un decreto del genere come se si trattasse di una qualsiasi legge di bilancio è stato un grave errore, una leggerezza che abbiamo pagato”.
Da un punto di vista etico, è stato giusto o sbagliato per i giornali pubblicare e diffondere quella bozza?
“Per quanto le anticipazioni fossero corrette – sostiene De Bortoli –, e la chiusura della Lombardia un’aspettativa diffusa, credo che una maggior responsabilità da parte della stampa sarebbe stata necessaria oltre che opportuna”.
Al tempo stesso, però, se il decreto della Presidenza del Consiglio fosse stato più preciso e avesse spiegato correttamente i provvedimenti e il funzionamento dei servizi essenziali, si sarebbero evitati effetti collaterali dannosi come l’assalto ai supermercati e la corsa all’accapparramento che del resto abbiamo visto accadere anche in altri paesi dove l’ansia è certamente inferiore.
“Molti hanno puntato il dito proprio verso i mezzi di informazione attribuendo loro la colpa di aver scatenato la psicosi da virus: io stesso – ammette De Bortoli – ho criticato molti colleghi per un uso troppo disinvolto del linguaggio e delle parole che in una situazione di emergenza come questa assumono un peso diverso, diventando molto più pesanti e capaci di indurre comportamenti irrazionali. Tutti i comunicatori e in generale chi ha un ruolo pubblico dovrebbe soppesare le parole con grandissima attenzione. Se in un primo tempo – lasciando perdere gli eccessi di alcuni titoli particolari di cui non starei nemmeno a discutere – i mezzi di informazione sono dunque stati accusati di generare un’ansia eccessiva, alla luce di quello che sta succedendo non so se davvero quell’allarmismo nei titoli dei primi giorni fosse davvero da criticare”.
Poi c’è stata una seconda fase, in cui il linguaggio si è fatto più rassicurante e meno ansiogeno, ma è stato proprio quello il momento in cui il virus accelerava la sua corsa. “Nel tentativo di emendare alcuni eccessi della prima fase, abbiamo forse dato troppi messaggi tranquillizzanti che non hanno indotto le persone ad avere un atteggiamento che oggi giudichiamo non solo responsabile ma addirittura vitale. Anch’io, come tanti altri, sono caduto nella trappola di difendere la normalità milanese non accettando una sua ‘chiusura’. È stato un errore, perché è stata paradossalmente la fase che ha ancor di più propagato il virus, e forse avremmo dovuto essere proprio in quei momenti ancora più ansiogeni!”.
“Oggi, e qui arriviamo a una terza fase, c’è un maggior equilibrio, un più diffuso senso di responsabilità, c’è la ricerca di esempi positivi di persone che a vari livelli stanno facendo il loro lavoro fino in fondo: sono tantissimi, e spero che l’informazione ne valorizzi i profili per far crescere il senso civico e la disciplina che ci servono per uscire dall’emergenza”.
I RISCHI DELL’IPER-COPERTURA
De Bortoli, tuttavia, è convinto che continui a esserci una iper-copertura del tema: “Avere la televisione totalmente dedicata nel suo palinsesto informativo alla copertura del virus, così come tutti gli altri mezzi di informazione, credo non faccia bene all’umore delle persone chiuse in casa quasi agli arresti domiciliari. Bisogna in qualche modo trovare un equilibrio, così come ognuno di noi cerca di trovarlo nei suoi comportamenti personali nel momento in cui si trova a dover scegliere se difendere la propria salute o il proprio lavoro… Un dilemma incredibilmente drammatico che richiede una prova di carattere e di coraggio straordinario. Per questo credo che un’informazione equilibrata anche dal punto di visto della quantità possa aiutare gli italiani a passare indenni questo periodo”.
De Bortoli riflette poi sui paragoni che sono stati fatti fra l’attuale emergenze e altri avvenimenti, come guerre o altri episodi drammatici che hanno cambiato il corso della storia –l’11 settembre, la crisi del 2008, ecc.. “Rispetto a questi c’è però una differenza drammatica, anche dal punto di vista dell’informazione: di fronte a quegli episodi e avvenimenti, un singolo individuo aveva la possibilità e la libertà di estraniarsi, di dire che quel fatto non lo toccava e non lo interessava. Di fronte a un’epidemia di questo genere, questa libertà non ce l’ha nessuno. Nonostante tutto – ha concluso De Bortoli –, stiamo dimostrando di essere una grande comunità civile e di essere in grado di riprenderci, ma dobbiamo tutti pensare fin da ora a come farlo, con quali mezzi e con quali forze. Quando ne usciremo saremo forse più poveri, ma saremo migliori”.
Tommaso Ridolfi

