Media

Festival of Media 2011/1. Ai brand globali servono contenuti multiculturali

(Dal nostro inviato a Montreux, Tommaso Ridolfi) Nell’intervento che ha aperto stamattina la 5° edizione del Festival Of Media, l’artista e produttore coreano JY Park ha proposto una visione del mercato e dei brand globali sempre meno dominati dall’egemonia culturale statunitense, mentre Bob Mezrich ha svelato i retroscena dell’affaire Facebook.

(Dal nostro inviato a Montreux, Tommaso Ridolfi) Si è aperta stamattina la 5° edizione del Festival Of Media che per due giorni metterà a confronto circa 700 delegati provenienti da tutto il mondo in rappresentanza di editori, concessionarie e agenzie media su temi densi e importanti: mobile, social e video, tecnologie e finanza, contenuti e cultura. E proprio con quest’ultima si è aperto il programma del Festival, attraverso gli interventi di Ben Mezrich e JY Parks.

Mezrich è autore di bestseller trasformati in film di enorme successo come “Bringing down the House”, la storia degli studenti del MIT che hanno sbancato Las Vegas, o “The Accidental Billionaires”, da cui è stato tratto il blockbuster “The Social Network”.

Per chi non avesse il libro o visto il film, Mezrich ha spiegato come è nato e si è sviluppato il social network creato da Marc Zuckerberg, ammettendo di aver fornito una versione di parte (lo stesso Zuckerberg non ha mai accettato di incontrarlo o di parlargli), ma dicendosi convinto che alla fine Facebook è comunque una sua creatura e che gli altri protagonisti della sua fondazione sono stati adeguatamente ricompensati.

Ha inoltre indicato come la forza dei suoi racconti risieda proprio nelle testimonianze di prima mano che raccoglie sugli argomenti di cui si occupa prima di ‘romanzare’ le storie - vere - cercando sempre di mettere in evidenza lo spirito imprenditoriale che è alla base dei fatti e che spinge giovani studenti a costruire qualcosa di veramente grande e a crescere grazie a questa esperienza.

Park è invece un artista e produttore coreano che con la sua JYP Entertainment ha letteralmente costruito alcuni dei più grandi successi degli ultimi anni in Corea, Cina, Giappone ma anche negli Stati Uniti. Il meccanismo grazie al quale è riuscito assomiglia in partenza a quello di un talent show (con audizioni a tappeto fra centinaia di migliaia di teenager), ma il processo è stato per così dire industrializzato: i prescelti seguono infatti una scuola che non dura una stagione televisiva ma almeno 5 o 6 anni, imparano almeno due o tre lingue - inglese compreso - e sono poi lanciati come attori, musicisti o ballerini.

“L’idea è nata all’epoca di Napster - racconta JY Park - quando ho visto come, grazie alla banda larga che in Corea era già diffusa, il futuro delle case discografiche fosse segnato e ho deciso perciò di concentrami sulla ‘proprietà intellettuale’ delle persone anziché dei file digitali. A questo si è sommata la consapevolezza che in Asia il più grande fornitore mondiale dei contenuti, il mercato americano, stava anch’esso cedendo il passo alle produzioni locali: oggi meno del 10% della musica e dei film che arrivano nelle nostre classiche è americano di origine”.

Alla base, secondo Park, la ragione è nella localizzazione delle diverse culture e nelfatto che oggi gli strumenti tecnologici e i mezzi finanziari consentono di sviluppare contenuti ad hoc di qualità pari a quella americana: “La soluzione è nella creazione di contenuti multiculturali, capaci di raggiungere le nuove generazioni ovunque si trovino - ha proseguito - e che oltre ad avere successo possono funzionare quando si legano a brand globali”.

Non è un caso se JY Park e la sua scuderia sono diventati testimonial di marche come Samsung, HP, Coca-Cola, Nikon e molte altre: “Ma attenzione - avverte - il rapporto fra gli sponsor e i volti che li rappresentano è cambiato: se prima si assoldavano un nome o un volto, oggi le strategie nascono prima, insieme, e le due parti sono sempre più spesso co-creatrici dei contenuti. Solo così i testimonial possono diventare brand ambassador riconosciuti e credibili”.

Quanto sono importanti i social media nelle strategie di JYP? “Fondamentali - la risposta - perché ci hanno consentito di bypassare il filtro costituito dai media classici e costruire fin dall’inizio un rapporto con i fan”.

A proposito di fan, la sessione si è chiusa con un sondaggio in tempo reale fra i partecipanti in sala: quanto paghereste per un fan su Facebook?
 Il 59% ha risposto meno di 5 dollari. Il 20% fra 5 e 10 dollari. Il 9, 7 e 5% sborserebbe invece, rispettivamente, fra 10 e 20 dollari, fra 20 e 50, o addirittura più di 50 dollari.
“La cosa essenziale - ha chiosato però JY Park - non sono i fan, ma i fan fedeli, e questo vale sia per un gruppo musicale sia per una marca…”.