Media
Nord Africa e M.O: tv e quotidiani i media più forti
L'indagine condotta da Blei e da Rcs Pubblicità prende in esame 19 paesi dalle realtà molto diverse. Ne emerge un quadro dei media molto frammentato, accomunato però dal potere di tv e stampa quotidiana, da una forte presenza della censura e da una crescita importante del web.

Un mercato ancora poco monitorato, caratterizzato da una forte presenza della censura, ma che ha una
gran voglia di aprirsi all'esterno: è questo il quadro del mondo dei media in
Medio Oriente e Nord Africa che emerge dalla ricerca 'Middle east and North Africa
Media', svolta da Blei (nella foto a sx l'a.d Piero
Mezzanzanica )e Rcs Pubblicità.
"Dopo
avere analizzato nel 2004 i mercati dell'ex Unione Sovietica e, nel
2005, della Cina – ha spiegato Patrizia
Marcolli (nella foto a dx), responsabile del centro media - abbiamo
deciso quest'anno di concentrarci su un'area che è sempre più di attualità, e
che rappresenta un mercato di grande interesse per l'Occidente".
L'approfondita analisi prende in esame 18 paesi del medio
oriente, a cui si aggiunge la Turchia; si tratta quindi di un'ampia area
geografica, divisibile in due zone linguistiche: una bilingue arabo-francese
(magre) e una bilingue arabo-inglese (penisola arabica). Uno scenario
estremamente vario, dunque, che presenta realtà socio-demografiche molto diverse
fra loro, che si rispecchiano in modo molto chiaro anche sui media. "In generale, è un
mondo caratterizzato da un pubblico di fruitori dei media molto giovane, intorno
ai 24 anni, contro i 48 dell'Europa – ha
spiegato Marcolli -. Sul fronte economico, invece, si notano
profonde differenze, fra paesi, come il Qatar, in cui
il Pil è molto alto (pari a svariate decine di migliaia di dollari)
a paesi in cui le cifre sono sotto la soglia di
povertà".
Entrando nel merito dell'indagine, Marcolli ha sottolineato come il questo sia un mercato molto giovane in quest'area. "Il mondo dei media in Medio Oriente e Nord Africa è giovanissimo. Se sfrangiassimo stampa, tv, radio e web di tutto quanto è nato dopo il 2000 ci resterebbero qualche quotidiano, pochissime riviste, una manciata di tv e qualcosa in più di radio. Effettivamente in modo piuttosto uniforme, negli anni tra il 2000 e il 2006, tutti i governi dell'area hanno allentato le rigorose forme di censura vigenti e incentivato l'attività privata nell'intero segmento dei media. Sebbene molti governi mantengano comunque un controllo sui mezzi ed i suoi contenuti, alcune aree come Dubai, il Libano, il Qatar e il Bahrain godono di una certa libertà di espressione". Un fenomeno importante, poi, è dato dalla lingua in comune, l'arabo, che favorisce l'espansione dei media nazionali verso gli altri paesi.
I media nel dettaglio
Entrando nel dettaglio dei mezzi, l'indagine ha sottolineato come i media più utilizzati siano la stampa quotidiana e la televisione. Per quanto riguarda la stampa, essa si organizza per la distribuzione su tre linee: giornali nazionali distribuiti in più nazioni; giornali internazionali (Financial Times o International Herald Tribune) stampati in punti strategici della zona e poi distribuiti in tutti i paesi; giornali localizzati all'estero che impaginano e poi trasmettono via satellite a stampatori e distributori locali.
"Questi ultimi – ha commentato Marcolli - hanno una maggiore libertà di espressione nei contenuti data dall'estraneità territoriale". Agli albori invece risulta essere la stampa periodica, femminile e maschile, che tende a varcare i confini nazionali sia con titoli nazionali che con licenze internazionali. Per la tv il quadro è più complesso. Attualmente si contano nell'area 370 canali satellite free-on-air ma regina indiscussa resta Al Jazeerah di base in Qatar, che nel 1996 portò una rivoluzione nei contenuti proponendo news 24 ore su 24, favorendo così la nascita di numerose altre tv concorrenti (Al Arabiya in Egitto; Al Ekhbariya in Arabia Saudita e Al Alam in Iran). Ma nacquero anche diverse emittenti di intrattenimento la maggioranza delle quali trasmettono dalle 'Media Free Zones' di Dubai Media City, Jordan Media City e Egypt Media Free Zone.
"Si tratta di zone franche nate per iniziativa governativa per incentivare gli investimenti nel mondo dei media, favorire la tecnologia e la disponibilità di attrezzatura – ha spiegato Marcolli - vere e proprie 'piccole Hollywood' per la televisione, e centri di intensa produzione cartacea". Molto popolato è anche il segmento delle radio, con molte emittenti locali, ma con le tre maggiori che appartengono a network internazionali: la Bbc Arabic Service (Uk), Radio Sawa ( Usa) e Radio Montecarlo (Francia). Particolare attenzione, infine, merita il web, mezzo che sta registrando una crescita esponenziale nell'area (vedi slide).
"Dal 2000 a oggi abbiamo rilevato un incremento dell'uso del web in questi paesi (esclusa Turchia e Israele) del 2.500% - ha commentato Marcolli –. Si tratta però comunque di un dato ancora basso, considerato che la penetrazione è ancora solo del 16% (contro quella del 60-68% in Europa)". Inoltre, il vero problema del web è quello della censura: è infatti in quest'area il mezzo che i governi cercano maggiormente di tenere sotto controllo. "Il mondo del web medio-orientale è filtrato dai poteri governativi che per la maggioranza gestiscono server in condizioni di monopolio – ha spiegato Marcolli -. Viene bloccato tutto il materiale non coerente con la religione islamica, è vietato navigare in siti tecnici che possano dare spunto a scavalcare la censura, in siti di incontri e di agenzie matrimoniali, in siti per omosessuali e di fede Baha'i oltre che a tutti quelli originati in Israele. Se in Egitto l'autorità governativa può forzare i providers a bloccare i siti non graditi, negli Emirati il Governo due anni fa promulgò la 'Information and Privacy cyber crime law' che esplicitamente condanna l'uso di internt a fini criminali e istituisce multe, arresto e prigione per gli utenti di internet che vìolano le norme sociali e religiose del Paese".
Per quanto riguarda gli investimenti pubblicitari, è a oggi difficile fornire informazioni in merito per la scarsità di monitoraggio. Una stima 2008 è stata fatta dalla World Association Press nel World Press Trends 2007, da cui emergono alcuni aspetti interessanti. In primo luogo essa rivela che Kuwait, Emirati, Oman e Qatar preferiscono i quotidiani con investimenti pubblicitari dal 75 al 95% del totale. Inoltre, ne emerge che i Sauditi e i Turchi danno fiducia alla Tv entrambi con il 60% degli investimenti e il resto prevalentemente in quotidiani. Interessante poi è che la periodica, stando a questa ricerca, raccoglie investimenti al di sotto del 6/8% ovunque. Fa invece eccezione Israele, che distribusce con equilibrio gli investimenti tra tutti i mezzi.
Infine, un discorso a parte viene dedicato alla Turchia, paese a metà strada fra Europa e Medio Oriente. "Il mercato dei media è sostanzialmente libero- ha spiegato Marcolli - senza alcuna restrizione anche per gli investitori stranieri, salvo che per la radio e la Tv in termni di tetto alla partecipazione di capitale societario che non può superare il 25%. Il 60% degli investimenti pubblicitari è assorbito dalla Tv ed effettivamente lo scenario è molto ricco sia a livello nazionale che locale con diverse emittenti a copertura capillare del territorio. Il panorama stampa è molto variegato anche se solo sei Gruppi Editoriali governano tutta l'offerta e la distribuzione nel paese. Diversi i quotidiani d'informazione sia nazionali che regionali e coperti i segmenti dello sport e dell'economia. Diffusi e letti i newsmagazines mentre la periodica sta consolidando il suo recente ingresso sulla scena media. La Tv è stata monopolio di stato fino a 15 anni fa; oggi conta 24 emittenti nazionali, 16 regionali e 215 tv locali ed è già in essere un piano di passaggio dall'analogico al digitale in previsto completamento per il 2010. Il web cresce rapidamente; negli ultimi 8 anni l'incremento è del 1.225% portando la penetrazione al 13% della popolazione".
Ilaria Myr

