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RAI e Milano: accoppiata vincente in vista di Expo, ma il rapporto va sanato

Il valore del sistema culturale e creativo di Milano, in rapporto alla produzione audio televisiva e l’Expo 2015, durante il quale Milano sarà il centro di un dibattito globale di economia, scienze, società e sviluppo sono gli argomenti attorno ai quali hanno dibattuto rappresentanti politici, operatori del settore, intellettuali, membri del management Rai e del gotha creativo milanese al convegno che si è svolto il 6 giugno al Grattacielo Pirelli di Milano dalla Fondazione Paolo Grassi.
Qual è il rapporto tra la Rai e Milano? Un’annosa questione che riempie le pagine dell’agenda di Viale Mazzini dai tempi della riforma nel 1975, quando la parola “decentramento” era all’ordine del giorno, e che oggi ritorna d’attualità, in vista dell’imminente appuntamento internazionale di Expo 2015.

E’ la Fondazione Paolo Grassi di Milano con il Convegno nazionale “La Rai e Milano“ a rilanciare la discussione sui temi caldi legati all’autonomia e al coinvolgimento della città nelle produzioni della Tv di Stato.

Il valore del sistema culturale e creativo di Milano, in rapporto alla produzione audio televisiva e l’Expo 2015, durante il quale Milano sarà il centro di un dibattito globale di economia, scienze, società e sviluppo sono gli argomenti attorno ai quali hanno dibattuto  rappresentanti politici, operatori del settore, intellettuali, membri del management Rai e del gotha creativo milanese che hanno preso parte all'iniziativa.



25 relatori per una intensa giornata alla Sala Pirelli in Consiglio regionale della Lombardia, con la quale la Fondazione “Paolo Grassi” ha cercato di offrire un tavolo di proposta e mediazione al dialogo difficile tra la Rai e il sistema-Milano, approfittando della “bufera” che si è scatenata in Rai nei suoi rapporti con lo Stato (il taglio dei 150 milioni e le minacce di sciopero), ma soprattutto di due scadenze ineludibili che il calendario presenta: 2015, i sei mesi di Expo; 2016, il rinnovo (previo rinegoziato) della concessione dello Stato alla Rai per lo svolgimento delle funzioni di servizio pubblico (e, finora, lo “Stato” è connotazione da intendersi con la riforma del titolo V della Costituzione, come pari ordinamento con Regioni e Comuni).

E' stato l’ex-sindaco di Milano Carlo Tognoli a ricordare i nodi del “dossier Rai” che il Consiglio comunale della Città affidò a Paolo Grassi e a Pino Glisenti - due milanesi nominati presidente e direttore generale nella Rai del dopo riforma nel 1977 - con la speranza di portare a soluzione molte attese e molti profili di un rapporto che evidentemente non poteva - come non può - limitarsi agli equilibri del “decentramento” ma investire in modo più strategico le sinergie culturali e creative presenti nel territorio.

"Le vicende dei rapporti tra Milano e la RAI nella seconda metà degli anni ’70 hanno fatto scrivere agli storici che si è trattato di un incontro mancato" ha dichiarato Tognoli. "In effetti con la realizzazione del decentramento regionale veniva a cadere l’aspirazione milanese di diventare sede di una rete nazionale nell’ambito di un policentrismo nord, centro (Roma) e sud (Napoli). Va detto peraltro che questo obbiettivo era minoritario nell’ambito della RAI e tra le forze politiche prevalenti nel quadro dell’unità nazionale. Lo dimostra la decisione successiva di chiudere l’orchestra sinfonica nel capoluogo lombardo, malgrado l’acquisto per quello scopo (da parte della Provincia e del Comune di Milano) del Teatro Dal Verme."

E continua Luigi Mattucci (già dirigente Rai e presidente Raisat): "Tra il 1975 e il 1985 la Riforma della Rai ( pluralismo e decentramento ) e la sentenza n.202 della Corte Costituzionale (superamento del monopolio pubblico ) assieme alla impetuosa espansione del mercato pubblicitario sembrano offrire all'Italia ma sopratutto a Milano , capitale della cultura e della informazione , l'occasione per una modernizzazione strutturale delle sue istituzioni e delle sue imprese di comunicazione. Ma dopo un periodo di attenzione alle realtà produttive e alle personalità milanesi ( Grassi, Glisenti, Bertè ) , nella Rai , a partire dal 1980 , riemergono le vecchie spinte all'accentramento, che si assommano alle nostalgie di controllo DC e alle diffidenze anticonsumistiche del PCI. La discesa in campo di Silvio Berlusconi spinge Rusconi, Mondadori e Rizzoli a tentare l'avventura della televisione con esiti catastrofici, sopratutto per RCS travolta dallo scandalo P2. Mentre il PSI, abbandonate le spinte riformatrici e unitarie del periodo Mancinian-De Martino, sceglie con Craxi di appoggiare il nuovo imprenditore tv consolidando il duopolio e marginalizzando le novità programmatiche che sotto la spinta di Martelli ( Pellegrino, Rolando, Giacci ) indicano la via di un consolidamento del sistema in senso industriale e globale."

L'intervento di Peppino Ortoleva (Università degli Studi di Torino) ha esplorato le radici e tempi di una lunga crisi: "Nel sistema dei media italiano, la televisione prima pubblica poi duopolistica ha acquistato fin dagli anni Settanta un ruolo anomalo per la persistente fragilità dell'editoria giornalistica e libraria, e per l'indebolimento del cinema. Anche la geografia della comunicazione, un tempo sanamente policentrica, ha visto ridursi la sua articolazione. Sebbene Milano e la Lombardia abbiano così acquisito un ruolo in apparenza strategico, parallelo solo a quello di Roma, questo è avvenuto in un quadro sempre meno capace di rinnovarsi. Il "ventennio a colori", cominciato in realtà negli anni Settanta, ha lasciato il posto a un successivo periodo, altrettanto lungo, ma nel quale le implicazioni potenzialmente liberatorie della caduta del monopolio si sono adagiate in un ristagno complessivo. Negli anni Novanta, infatti, l'aggressività dell'alternativa privata emersa nel decennio precedente ha lasciato il posto a una definitiva identificazione del sistema televisivo con il sistema politico, che nella RAI ha dato vita a un "pluralismo" sempre più subalterno e sempre più lontano dallo spirito originario della riforma del 1975; e a un'istituzione che è venuto incarnando le anomalie del sistema-Italia, tra azienda e sottogoverno, tra servizio e mercato, limitato nella sua capacità critica come nella sua capacità di ricerca. Così mentre in altri paesi la televisione viveva una stagione esteticamente e culturalmente nuove, all'altezza almeno per una fase del complessivo cambiamento mediatico, la televisione italiana produceva poche novità di rilievo, spesso in soggetti marginali, sempre meno in quella Milano che nella fase iniziale della vita della televisione italiana ne era stata un centro propulsore decisivo."

Antonio Pilati (consigliere CDA RAI) puntualizza: "Siamo a un punto di svolta e se la Rai non cambia è destinata alla marginalità, all’irrilevanza. Il modello Rai va completamente ripensato perché l’azienda da almeno un decennio ha smesso di innovare, di puntare sulla tecnologia. Occorrono scelte radicali. L’investimento in tecnologia, soprattutto in relazione ai processi produttivi, è rimasto fermo per anni: solo con questo consiglio è partita la digitalizzazione dei Tg che i concorrenti avevano fatto già dieci anni fa. Occorre incidere in profondità su modelli produttivi che ormai hanno fatto il loro tempo.

Ad evidenziare la necessità di un cambiamento anche Giovanna Maggioni (direttore generale UPA): "Il sistema pubblicitario nel nostro paese muove almeno 300 miliardi di euro, circa il 20% del PIL. Non solo muove i consumi ma costituisce un finanziamento diretto del sistema dei media. La Rai è la nostra maggiore industria culturale, e vive anche di pubblicità. Ma va cambiata e Upa dal 2011 ha fatto una proposta che, svincolata dalla patologica ingerenza politica, la rendesse governabile secondo le logiche di un sistema che sta diventando sempre più complesso e sempre più tecnologico. Deve in una parola tornare ad essere la parte attiva di un cambiamento."

Di Giuliano Pisapia (sindaco di Milano) le conclusioni: "La Rai è di tutti, è la nostra televisione. La storia e l'attualità della televisione pubblica ci riguarda perché sentiamo che il suo legame con la nostra democrazia. Milano in questi decenni ha offerto alla Rai un contributo fondamentale di innovazione, di libertà, di qualità, di apertura internazionale. E anche Milano è a sua volta cresciuta grazie a questo rapporto. Questa storia di arricchimento reciproco deve continuare, Milano per la Rai è una opportunità, un’occasione da cogliere. L’Esposizione universale del 2015 porterà a Milano più di 140 Paesi espositori, milioni di persone. La città produrrà un valore aggiunto in termini di eventi e di cultura che non ha pari nella storia recente del Paese. Sono certo che la Rai ci aiuterà a portare Expo in Italia e nel mondo".

MF