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Carlo Noseda, presidente Iab Italia
Digital

Trump dice no alla digital Tax e minaccia dazi sui prodotti italiani. IAB Italia: “La tassa un’occasione per l’Italia di dimostrare visione europea e indipendenza di pensiero. Altrimenti le imprese italiane del digitale destinate a sparire"

In riferimento al monito del Presidente Donald Trump relativo alla possibilità che, nel caso di applicazione della Digital Tax, i prodotti italiani esportati negli Usa siano soggetti a dazi doganali, l’associazione che rappresenta oltre 180 operatori della pubblicità online sia a livello nazionale che mondiale ribadisce al Governo italiano l’importanza strategica di questa imposta che andrebbe definita e applicata al più presto.

I prodotti italiani esportati negli USA, secondo il monito del Presidente Donald Trump potrebbero essere soggetti a dazi doganali nel caso in cui il Governo decida di applicare la Digital Tax, ovvero la tassa che interesserà i big player del digitale. Una minaccia che colpisce anche la Francia che ha già una legge che fa pagare le tasse ai giganti del web  - da Google a Facebook ad Amazon.

IAB Italia – l’associazione presieduta da Carlo Noseda (nella foto), che rappresenta oltre 180 operatori della pubblicità online sia a livello nazionale che mondiale - ha diffuso oggi una nota nella quale ribadisce  al Governo italiano l’importanza strategica di questa imposta che andrebbe definita e applicata al più presto.

Come sottoliena la nota stampa, "la Digital Tax non è stata concepita per discriminare i colossi del web americani, ma per riequilibrare l’assetto concorrenziale del mercato. La Digital Tax ha inoltre un obiettivo di lungo periodo e come associazione di categoria spingiamo affinché sia realizzata per dare sviluppo a un settore chiave per il nostro paese".

"Il digitale vale infatti, più di 65 miliardi di euro e impiega oltre 280mila professionisti a tempo pieno - prosegue la nota  - . Il valore dell’industria digitale porta con sé rinnovamento e trasformazione in tantissimi altri settori adiacenti, come per esempio il digital advertising che nel 2019 vale oltre 3 miliardi di euro, ma che è per il 76% nelle mani degli OTT che possono contare su ingenti risorse finanziarie derivanti da un gettito fiscale pari a nulla. Risorse che questi colossi impiegano in sviluppo tecnologico e attività di M&A, togliendo evidentemente alle aziende domestiche ogni remota possibilità di poter competere sullo stesso piano, limitando le loro capacità di crescita o addirittura di sopravvivenza. La ‘discriminazione’ quindi semmai è verso le nostre aziende e non verso quelle americane!”