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Balich Wonder Studio: armonia, tecnologia invisibile e talenti per emozionare il mondo
Simone Ferrari, chief creative officer di Balich Wonder Studio, svela ai microfoni di e20, il dietro le quinte e le emozioni di un evento che ha saputo incantare il mondo. Nel ruolo di deputy creative lead e creative director della Cerimonia di Apertura di Milano Cortina 2026 ha affiancato Marco Balich alla guida di un team d’eccellenza, capace di affascinare 61.000 spettatori a San Siro e oltre 9 milioni di telespettatori italiani su Rai1 (46,2 % di share); la cerimonia ha mostrato inoltre la sua portata globale, con 21,4 milioni di spettatori negli Usa tra Nbc e Peacock, 6–7,6 milioni in Francia su France Télévisions e decine di milioni in altri paesi, confermando il potere unificante e internazionale dell’evento.
Dal metodo corale dei creativi alla sfida di un evento ‘diffuso’ sul territorio, emerge il ritratto di un’industria italiana degli eventi che non è seconda a nessuno per competenza e ricerca, capace di parlare al mondo intero con un linguaggio universale.
La cerimonia di apertura è stata tra le più viste di sempre: cosa ha fatto davvero la differenza?
Abbiamo colto nel segno creando una cerimonia ‘universale’ e accogliente, capace di portare sul palcoscenico l’Italia di oggi: la sua eleganza, la sua ironia e la sua epicità. Il segreto è stato dosare gli ingredienti, sapendo quando ‘urlare’ e quando ‘sussurrare’. È stata una cerimonia pensata per vivere su tanti media, con momenti iconici come la sfilata della bandiera con gli abiti di Armani.
Anche il tema scelto, ‘Armonia’, è stato rappresentato come capacità di unire elementi diversi in un unico racconto condiviso. L’obiettivo era creare uno spettacolo che mettesse al centro valori umani e un messaggio di pace rivolto soprattutto ai giovani.
La stampa internazionale ha apprezzato l’approccio inclusivo, l’eleganza e la sobrietà con cui avete raccontato lo stile italiano. Una promozione senza precedenti per il Paese e l’event industry italiana…
Di questo sono contento, anche perché non siamo secondi a nessuno: da un punto di vista di capacità, professionalità, competenze e ricerca, ci puoi mettere in qualsiasi contesto e non sfiguriamo. Sicuramente, in... Italia, non siamo abituati a una macchina mediatica e produttiva così grande, e quindi il nostro può sembrare un ‘muscolo un po’ poco allenato’. Abbiamo scelto dunque un approccio collettivo coinvolgendo un team eterogeneo che ha portato grande ricchezza.
È come se avessimo ricreato la ‘Compagnia dell’Anello’ (sorride, ndr), unendo talenti come Marco Balich, Damiano Michieletto, Lulu Helbek, Lida Castelli, Paolo Fantin, Massimo Cantini Parrini, Andrea Farri e Bruno Poet.
Raccontaci dunque come si costruisce e si guida un team capace di lavorare con un obiettivo, una visione così…
C’è un momento iniziale alla ‘Ocean’s Eleven’, quando Marco Balich alza il telefono per coinvolgere i migliori ‘specialisti’. È una chiamata che ti investe di una grande responsabilità: sai che ti aspetta un lavoro di due anni e mezzo, mosso non dal business, ma dalla gioia di creare. Marco mi ha chiesto di affiancarlo come creative lead per guidare il gruppo. Gestire un collettivo di questo genere significa coordinare dei ‘fenomeni’ che spesso si guidano da soli grazie a esperienze straordinarie: Lulu Helbek ed io veniamo dal ‘Cirque du Soleil’ e da ‘X Factor’, Damiano Michieletto è una superstar dell’opera e Lida Castelli vanta un immenso know-how nel settore.
So che può sembrare un concetto quasi idealistico, ma sono davvero soddisfatto di come ho affrontato questi due anni, nonostante le enormi difficoltà. Il vero valore del progetto è stato il ‘lavorare bene’, in armonia appunto, un concetto che è stato sia il nostro scopo sia il nostro processo. Nonostante criticità enormi e cambiamenti last minute, abbiamo applicato il concetto dello storico lead animator della Disney negli anni d’oro David Zabowski del ‘plussing’: l’idea che ogni componente del tavolo debba aggiungere valore a ciò che è stato fatto da chi lo ha preceduto.
Insomma… un buon viatico per Roma 2040. Cosa ti aspetti?
Lo spero, ma come dicevo, fare cose così ambiziose è un muscolo da allenare. Non bisogna aver paura di salire sul palco e dire: ‘questa cosa la sappiamo e la vogliamo fare’. Roma 2040 sarà una grande sfida.
Il budget stimato per tutte le cerimonie era intorno ai 46 milioni di euro. Rispetto alla cifra che avevate a disposizione, siete consapevoli di aver realizzato ciò che di meglio potevate fare o avreste potuto fare di più?
Beh sai, lo dicevo scherzando l’altro giorno, ma è una grande verità: il budget non è mai abbastanza. Il budget ci ha permesso sicuramente di essere all’altezza di quel palcoscenico. La vera sfida è stata la complessità: una cerimonia diffusa su più location, in diverse regioni, con troupe, show calling e logistica da coordinare in simultanea. A San Siro, ad esempio, abbiamo avuto accesso solo una settimana prima, dovendo lavorare tra vincoli tecnici e calendari sportivi molto rigidi. Più che avere più budget, sarebbe stato fondamentale avere più tempo (lo stadio di San Siro è stato disponibile per le prove solo sei solo giorni, ndr): è questo il vero moltiplicatore della qualità in progetti di questa scala.
Torniamo alla parola chiave della cerimonia, ‘armonia’: cosa significa davvero questo concetto per voi e come si l’avete tradotto in uno spettacolo globale?
Armonia è stato un titolo e un principio all’interno della creazione di questa cerimonia. Volevamo presentare un’Italia fiera delle sue individualità, capaci però di prendersi per mano. Il nostro obiettivo era trasformare la cacofonia in armonia, come un direttore d’orchestra che armonizza strumenti diversi.
Il fatto di far vivere la Cerimonia di Milano Cortina come un evento diffuso, ha cambiato il modo di pensare lo spettacolo…
Certamente. È un punto di non ritorno che abbiamo visto anche a Parigi. Ogni scelta è stata fatta attraverso la lente della telecamera, senza però perdere il rapporto emotivo col pubblico dal vivo. Televisivamente, vedere la parata degli atleti tra Livigno, Predazzo e Cortina è stata una ricchezza incredibile.
Avete detto che, pur con grande tecnologia, avete voluto mettere al centro le persone: perché era così importante questa scelta?
Volevamo che la tecnologia fosse al servizio dell’essere umano e non lo sovrastasse. Abbiamo rinunciato a proiezioni video e realtà aumentata per puntare su una forte teatralità e sulle capacità performative del cast. Abbiamo però inserito molta ‘tecnologia invisibile’, come uno dei sistemi di volo più belli mai realizzati per far fluttuare i cerchi olimpici. Il lavoro coreografico è stato altissimo dal punto di vista qualitativo: è stato fantastico vedere 200 persone sul palco sotto gli anelli che si muovevano all’unisono, e Sabrina Impacciatore che correva da sola e andava a ballare in mezzo al palco come se fosse a casa sua.
A proposito di video… ce n’è uno che ha conquistato la simpatia di tutti. Quello con Sergio Mattarella e Valentino Rossi…
Sono molto contento di quel video. Volevamo un racconto di umanità, con il Presidente che sale su un tram come tutti per partecipare alla cerimonia. Avere il pilota più veloce del mondo alla guida del mezzo più lento, con un Mattarella divertito, ha creato un’emozione di puro calore. Il lavoro, anche in questo caso, è stato collettivo, ma da figlio di autista Atm (Azienda Trasporti Milanesi, ndr) ho dato una bella spinta (sorride, ndr).
In un momento geopolitico così complesso, parlare di gioia, pace, inclusione, è stata una scelta coraggiosa. È stato difficile prendere una posizione così importante?
Le Olimpiadi hanno come parte del loro protocollo e statuto il parlare di ‘pace’, perché comunque stai veramente portando nello stesso contesto Paesi in guerra tra di loro, alcuni esclusi, altri no. Parlare di pace non è neutro. Non è parlare di assenza di conflitto, ma di un’azione concreta per evitarlo o farlo smettere. Per non risultare retorici, siamo tornati ‘alla base’ con la poesia ‘Promemoria’ di Gianni Rodari. La pace si insegna, e abbiamo scelto figure come Nicolò Govoni e il sindaco di Hiroshima per rappresentare questo concetto.
Se dovessi scegliere una sola immagine o scena della cerimonia, un elemento che secondo te ne racchiude l’essenza, quale sarebbe?
Sceglierei i due grandi anelli, rappresentanti la montagna e la città, che si incontrano e si fondono nei 5 anelli olimpici, simboleggiando l’unione tra Milano e Cortina, tra natura e modernità. Ma porto nel cuore anche i tubetti di colore che rappresentavano la fantasia italiana, Sabrina Impacciatore che balla da sola sul palco e la sfilata della bandiera.Insomma, credo che abbiamo trovato tante chiavi iconiche.
Come è stato il rapporto con la committenza, cioè il CIO (Comitato Olimpico Internazionale, ndr) e la Fondazione Milano Cortina? È stato molto collaborativo, anche se il sistema Italia è complesso, e abbiamo vissuto il bello e il brutto del giocare in casa. Poi c’è il C.I.O. che è sopra a tutti e che è più un garante anche di un certo tipo di messaggio. Quando hai firmato 16 Cerimonie come Balich Wonder Studio sai come interagire con macchine enormi come l’Obs -Olympic Broadcast Service, parte del C.I.O, perché se loro non sanno cosa riprendere e quali sono i messaggi, si perdono tantissime opportunità.
Quanto la ‘sfortunata’ telecronaca Rai vi ha lasciato dispiaciuti?
Io non l’ho sentita e non la voglio sentire. La stessa sera c’era il racconto su Hbo Max Discovery fatto da David Livermore. Ecco, vorrei che ci fosse questa competenza dietro a un lavoro di questo tipo. E poi che si parlasse meno… siamo noi a suggerire ai media e ai broadcaster quando intervenire e su questo non sono affatto diplomatico: serve silenzio per dare parola alle immagini. Quello che è successo con la telecronaca italiana è stata mancanza di respeito per un bene comune.
Quando le luci si spengono e tutto finisce, cosa resta davvero a lei, personalmente, di un’esperienza come questa?
Nei giorni seguenti resta un grande vuoto, è un processo lento. È un’esperienza rara, vissuta tra persone fantastiche accomunate da una grande sfida più ampia, se vuoi idealista, rispetto al lavoro professionale e basta. Rimangono una grande gioia, un grande orgoglio e la voglia di farne tante altre.
Salvatore Sagone e Marina Bellantoni

