

Magazine e20
Filmmaster: quando la bellezza sorprende e trasforma
‘Beauty in Action’, concept della Cerimonia di Chiusura Olimpica non è uno slogan, è un punto di vista. L’Italia è spesso raccontata come un museo a cielo aperto, ma Filmmaster voleva ribaltare questa immagine: la bellezza qui non è statica, è energia, è gesto, è trasformazione continua.
La cerimonia è stata costruita come un flusso, non come una sequenza di quadri celebrativi. L’azienda ha lavorato su contrasti dinamici: artigianato e tecnologia, lirica e cultura urban, paesaggio e innovazione industriale. In questo processo, un ruolo centrale hanno avuto la produzione esecutiva, guidata da Fabrizio Audagnotto, e i registi Stefania Opipari, per la chiusura Olimpica, e Marco Boarino per l’apertura Paralimpica.
La narrazione si è sviluppata attraverso corpi, suoni e immagini che ‘agiscono’ la bellezza, non la descrivevano. Performer, atleti e artisti sono diventati portatori di un’Italia che fa, che crea, che evolve. Anche la musica e il linguaggio visivo hanno seguito questa logica: contaminazioni, accelerazioni, rotture.
“Non volevamo rassicurare, ma sorprendere. In questo senso, ‘Beauty in Action’ è diventato un racconto contemporaneo e identitario insieme: riconoscibile, ma mai nostalgico”. Con queste parole ha esordito Alfredo Accatino, presidente Filmmaster, intervistato insieme a Adriano Martella, head of creative, rispettivamente direttore artistico e direttore creativo Cerimonie di Chiusura Olimpica e Apertura Paralimpica Milano Cortina 2026.
Una macchina organizzativa con migliaia di persone coinvolte e una progettazione di almeno due anni: quali sono stati gli aspetti più complessi?
(Accatino) La complessità vera non è la scala, è l’allineamento. Quando hai creatività, sicurezza, produzione, broadcast e budget che convivono, il rischio è che ognuno lavori per obiettivi diversi. Il nostro lavoro è stato costruire una visione unica che tutti potessero riconoscere come propria.
La creatività, per esempio, non può essere un esercizio libero: deve essere pensata già in funzione delle telecamere, dei tempi televisivi, delle normative di sicurezza. Il broadcast internazionale impone precisione assoluta: ogni secondo è coreografato anche per chi guarda da casa. Allo stesso tempo, la sicurezza non è un vincolo finale, ma un elemento progettuale fin dall’inizio. E poi c’è il tema economico: fare scelte. Non si può avere tutto, quindi bisogna capire cosa è davvero essenziale per il racconto. In questo senso, la produzione diventa un atto creativo.
La parte più complessa? Tenere insieme tutto senza perdere l’anima del progetto. Perché alla fine, se lo spettatore non si emoziona, tutta questa macchina perfetta non serve a nulla. Ed è lì che si misura davvero il successo di un lavoro come questo, ed è lì che, si gioca la partita più importante.
Per l’apertura delle Paralimpiadi avete evidenziato il forte potenziale narrativo legato a inclusione, diritti e diversità: in che modo questo ha influenzato il linguaggio creativo?
(Martella) Non volevamo raccontare l’inclusione come se si trattasse di un tema, ma praticarla come linguaggio e come principio intorno al quale costruire un cast coeso, messo al servizio dei segmenti artistici della Cerimonia. Questo ha cambiato sostanzialmente il nostro approccio. Nella Cerimonia Olimpica il riferimento è stato quello della dimensione culturale, locale e sportiva, con la celebrazione della bellezza come elemento universale e un omaggio alla natura nella sua meravigliosa fragilità; qui, invece, il racconto si è fatto più diretto, più umano, per certi versi più provocatorio ma allo stesso tempo costruttivo.
L’inclusione, quindi, non è stata un messaggio da comunicare, ma una struttura su cui costruire tutto lo spettacolo. Abbiamo scelto di evitare qualsiasi retorica o narrazione compiaciuta della diversità. Il linguaggio creativo si è articolato intorno all’autenticità di corpi, storie ed esperienze. Non c’erano performer che ‘interpretavano’ un’idea, ma persone con e senza disabilità che esprimevano, insieme, una relazione dinamica tra gli individui e l’ambiente che li circonda. Una relazione, quella tra la persona e lo spazio (fisico, geografico, sociale) che è stata la chiave per noi per raccontare la disabilità in modo radicalmente diverso, e creare le condizioni per il cambiamento. Questo ha influenzato anche le scelte registiche, coreografiche e musicali: meno costruzione estetica fine a sé stessa e più ricerca del significato profondo.
Il concept ‘Life in Motion’ è stato un omaggio alla vita intesa come cambiamento e trasformazione. Ce ne parla?
(Martella) ‘Life in Motion’ nasce da un’idea molto semplice: la vita non è mai una linea retta. È fatta di deviazioni, cadute, accelerazioni improvvise. E in questo senso, il movimento non è solo fisico, ma esistenziale. Esprime in modo perfetto anche il ruolo dello sport nella vita delle persone, con la capacità di dare avvio a un cambiamento in grado di migliorare l’esistenza di tutti, senza distinzione tra persone con e senza disabilità.
Abbiamo scelto l’arte contemporanea come chiave di lettura e come trattamento distintivo per ciascuno dei segmenti principali della Cerimonia, perché l’arte è da sempre il linguaggio che meglio riesce a raccontare la complessità del presente e la sua evoluzione. Grandi artisti italiani hanno creduto in questa nostra sfida e ci hanno concesso le loro opere, donando in questo modo alla cerimonia la loro prospettiva unica sul mondo, la loro cifra stilistica, lasciando la loro impronta su uno dei segmenti in modo assolutamente inedito.
Dalla performance di danza al contenuto video, dalla musica agli elementi scenici, ogni aspetto della cerimonia è stato pensato per amplificare il senso di una trasformazione continua. Anche la drammaturgia ha sposato questa logica: non una narrazione lineare, ma una serie di metamorfosi. Il corpo interagisce con lo spazio, lo spazio diventa immagine, l’immagine diventa emozione. È un racconto fluido, che riflette una realtà in cui identità, limiti e possibilità sono in costante ridefinizione. In questo senso, ‘Life in Motion’ è anche un invito: guardare al cambiamento come alla vera essenza della vita.
Marina Bellantoni

