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NC Awards Festival. Gender Gap, in quale genere di comunicazione viviamo?

La ricerca di una società più equa e più giusta, oggi più che mai, deve tornare a essere un ideale umano e un valore morale condivisi per una causa culturale, politica e sociale. Oltre alla pubblicità, anche gli altri media, on e offline, dal web alla live communication, hanno un ruolo particolarmente importante nello sviluppo di una cultura più attenta all’uguaglianza di genere. Protagonisti del talk moderato da Salvatore Sagone, presidente ADC Group, Simona Maggini, Country Manager WPP Italy e Stefania Siani, Ceo e Cco Serviceplan Italia e Luana Rossolini, Marketing Manager Dove.

Si parte proprio da Dove, azienda ‘pioniera’ di tematiche ora attualissime che, fin dai primi anni del 2000 ha scelto di impegnarsi nel mettere in atto campagne e azioni che avessero un impatto positivo sia sulla società che sul pianeta. “Una challenge che dura da 20 anni - spiega Rossolini – e che, oggi più che mai si rende necessaria. Noi l’abbiamo fatta diventare la nostra mission: parliamo da anni di ‘bellezza autentica’, perché crediamo fortemente che la bellezza debba essere fonte di sicurezza e non di ansia per tutte le donne e le ragazze del mondo. Dove vuole supportare le donne aiutandole a coltivare la propria autostima e realizzare il proprio potenziale. Promuoviamo l’autenticità, senza mai dare giudizi, semplicemente valorizzando la diversità”.

Sono tantissime le campagne che si sono susseguite negli anni. “Nel 2004 abbiamo sgretolato gli standard della comunicazione portando una visione autentica della bellezza, esaltando le differenze naturali del corpo femminile. Oggi c’è ancora tanto da fare: pensate che, secondo una fatta ricerca in tandem con Edelman, dall’età di 13 anni il 76% delle ragazze modifica la propria immagine on line e il 50% dichiara di non piacersi. Passando molto tempo davanti ai social media, cambiano l’impatto sulla percezione del corpo e immagine di se stessa. In tempi
come questi, un brand non può esserci ‘a intermittenza’, ma deve dimostrare un impegno attivo, visibile e concreto”.

Uno degli ultimi progetti è Dove Progetto Autostima nelle Scuole, per educare i ragazzi alla consapevolezza di sé. Oppure, è stato creato un ‘kit di supporto dell’autostima’ legato a un filmato che mostra i danni che le app di fotoritocco possono generare nell’autostima delle giovanissime.

Simona Maggini con WPP ha intrapreso la sfida di istituire il WPP Diversity & Inclusion Board, che ha proprio l’obiettivo di riconoscere le diversità e differenze stimolando la creatività. “Abbiamo deciso di dedicarci in prima persona a iniziative che veicolassero certi tipi di messaggi. Si tratta di un board che si rivolge prima di tutto all’interno, a chi lavora con noi o collabora con noi. Ci siamo dati l’obiettivo di lavorare sul linguaggio. Spesso, infatti, non ci si rende conto di quanto si usino parole sbagliate, che generano stereotipi sbagliati.
Abbiamo investito in una writer esterna che redigerà un White Paper, un manifesto sul tema della diversity inclusion. Bisogna prendere una posizione. Le quote rosa? Sì, aiutano, perché quando un atteggiamento è radicato da anni serve qualche ‘forzatura’, ma bisogna arrivare al punto di coinvolgere le donne non perché necessario e per fare numero, ma per il valore.
Sapete che nella pandemia il 98% dei posti di lavoro persi erano ricoperti da donne? La situazione deve cambiare”.

Stefania Siani

 Anche Stefania Siani (foto sopra), - che, tra l’altro, ha fondato il premio Equal – si sofferma sul tema lavoro e pari opportunità. “Il settore dei media è popolato da donne, il 65% della forza lavoro nella comunicazione è donna, è una percentuale alta. Ovviamente, a ciò non corrisponde una proporzionalità dei ruoli di potere. Più si sale, più la percentuale scende vertiginosamente.

Il punto da mettere in luce è, quindi, la possibilità per le donne di avere pari opportunità di accesso alle posizioni apicali, che devono essere fondate sul merito. Come agire? Io propongo una narrazione diversa sugli stakeholder: da una parte, dobbiamo mappare e far emergere talenti e poi ci deve essere una narrazione verso il pubblico che non le connota più come donne che hanno raggiunto un risultato. Dobbiamo creare role model per le nuove generazioni. Anche nel giornalismo… Solo il 20% delle redazioni è costituita da donne, sono pochissime. Ciò significa che i contenuti valoriali sono trasmessi all’80% da uomini. Senza dimenticare la questione ‘famiglia’: vita familiare e lavorativa devono diventare compatibili e ciò sarà possibile solo quando si capirà che la famiglia è un progetto genitoriale, non a carico della donna che, secondo gli stereotipi, abbandona lavoro e carriera. Si può vivere in modo più armonico tutte le dimensioni della vita. La diversità in tutte le sue forme è una ricchezza. Bisogna ‘riempire il gap’”.

Serena Roberti