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C-Zone: l’innovazione diventa linguaggio esperienziale
L’approccio distintivo di C-Zone alla progettazione di esperienze si basa sulla volontà di esplorare nuove frontiere creative e tecnologiche, nella convinzione che l’innovazione nasca anche dall’apprendimento continuo e dalla ricerca costante. Ogni evento rappresenta per l’agenzia un’opportunità di crescita, un momento per affinare il proprio approccio creativo e una stimolante occasione attraverso cui sfidare il tempo: cercando sempre di anticipare le tendenze e prevedere così la novità di domani. Con questa mentalità, C-Zone non si limita a seguire il progresso, ma contribuisce attivamente a costruirlo. Come spiega in questa intervista il founder e ad Margherita Sigillò.
Qual è stata l’intuizione creativa che vi ha permesso di trasformare il ‘Digital Garden’ in un progetto capace di vincere l’Oro nella categoria ‘Utilizzo dell’Intelligenza Artificiale’?
È stata quella di cogliere l’opportunità di un palcoscenico importante, come quello del Fuorisalone, per comunicare un messaggio profondo e identitario. Abbiamo costruito un’esperienza capace di veicolare contenuti significativi attraverso una narrazione coerente ed emozionale e strumenti altamente tecnologici, capaci di trasmettere messaggi semplici, ma intensi, pensati per arrivare a chiunque in modo diretto, coinvolgente e autentico. L’AI diventa linguaggio artistico e strumento di riflessione sulla relazione tra uomo e natura: non una tecnologia che sostituisce, ma che amplifica e custodisce la memoria del vivente.
In che modo l’AI è stata integrata nell’esperienza dell’evento, e quali elementi secondo voi hanno fatto la differenza nella valutazione della giuria?
L’intelligenza artificiale è utilizzata nell’opera di Debora Hirsch, che attraverso dataset proprietari, post-produzione e animazione digitale genera forme ispirate alla biodiversità globale. Le sue ‘piante digitali’, presentate su sette schermi, si evolvono in modo continuo e sono registrate su blockchain, dando vita a ‘Plant’, un archivio permanente dedicato alle specie a rischio di estinzione. L’interazione luminosa e sensoriale dell’opera di Manuel Riva completa il dialogo, rendendo percepibile la rete invisibile che unisce tutte le forme di vita. È per questo che gli elementi che hanno fatto la differenza sono stati molteplici.
Innanzitutto la potenza del messaggio, ovvero la riflessione sulla relazione tra uomo e natura, in cui la tecnologia non sostituisce, ma amplifica e custodisce la memoria del vivente, ponendo l’accento sull’importanza della salvaguardia di molte specie. Successivamente l’accessibilità dell’esperienza nonostante la grande complessità tecnologica, che ha permesso la comprensione e una fruizione semplice dell’installazione, attirando un pubblico eterogeneo: appassionati di design, arte, tecnologia, ma anche cittadini e turisti. Infine, la natura immersiva dell’installazione, concepita per coinvolgere il pubblico in modo attivo e sensoriale: attraverso il tocco, i visitatori potevano innescare pulsazioni luminose che si propagavano tra le piante, diventando parte del sistema vitale dell’opera.
Qual è il modo più equilibrato e responsabile per utilizzare l’AI negli eventi?
La tecnologia è uno strumento che amplifica e arricchisce la nostra creatività: ogni progetto che realizziamo è pensato per essere un incrocio tra innovazione tecnologica e visione artistica, dove l’ingegno umano resta sempre al centro della narrazione. La tecnologia ci consente di realizzare idee ambiziose e di raggiungere nuove forme di interazione, ma è la creatività, l’intuizione e l’emozione umana a guidare ogni scelta progettuale. La tecnologia potenzia il nostro messaggio, ma non ne definisce il significato: siamo noi, con la nostra visione, a darle direzione.
Francesca Fiorentino

