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Cassone (Alphaomega): “Ogni evento è un atto di responsabilità”

Il riconoscimento alla carriera conferito al presidente dell'agenzia durante il Bea 2025 celebra un ventennio di eccellenza nella live communication. Alberto descrive questo traguardo come il frutto di un lavoro collettivo, fondato su una narrazione d'impatto e su una gestione operativa impeccabile. Dalle sfide globali ai grandi eventi nazionali, il premio mette in luce un modello d'impresa che unisce coraggio creativo e responsabilità, ispirando l'intero settore verso nuovi standard di qualità e visione strategica.

Il Premio alla Carriera assegnato ad Alberto Cassone, presidente di Alphaomega, al Bea 2025 non è solo un tributo a un percorso professionale lungo quasi 25 anni, ma il riconoscimento di un successo corale. Un premio che Cassone attribuisce a tutta la squadra che ha reso possibile la crescita e l’affermazione dell’agenzia in Italia e all’estero: dall’amministratore delegato Enrico Conforti al cfo Giovanni Cassone, fino alle centinaia di professionisti che hanno contribuito a trasformare visioni ambiziose in eventi capaci di lasciare un segno nel settore e nel Paese. 

Ricevere il ‘Premio alla Carriera’ è un traguardo simbolico e personale: cosa ha provato nel momento in cui ha saputo di essere stato scelto?

Quando l’ho saputo ho provato una gratitudine profonda, accompagnata da un senso di compimento difficile da tradurre in parole. Non è stato solo ricevere la notizia di un premio, è stato come se qualcuno, dopo quasi 25 anni di attività, avesse fermato il tempo per dirmi “tutto questo lavoro ha avuto un senso”. 

Nella mia storia professionale, il Bea alla Carriera rappresenta un riconoscimento che va oltre i risultati: celebra la visione, la determinazione e il coraggio di fare scelte non convenzionali, dimostrando che quando si crede davvero in un’idea questa può lasciare un segno duraturo.

Quali ritiene siano stati i passaggi chiave del suo percorso che hanno portato a questo riconoscimento? 

Ripensando al nostro percorso, i passaggi decisivi sono stati quelli in cui abbiamo scelto consapevolmente di andare al di là del già visto, di proporre linguaggi nuovi, approcci diversi. Fin dalla nascita abbiamo seguito un ‘modo di fare’ che tenesse insieme creatività e cura maniacale per ogni dettaglio, e la capacità di affrontare eventi ad altissima complessità senza mai tradire l’anima del racconto: credo sia stato un modo che ha contribuito a ridefinire un modo nuovo di intendere la live communication. Credo che questo riconoscimento premi soprattutto la coerenza nel difendere e portare avanti una visione, anche quando questo richiedeva di reinventarsi continuamente.

In 25 anni Alphaomega è diventata un riferimento in Italia e all’estero, con eventi che hanno segnato il Paese. Quale approccio e quale visione hanno reso possibile risultati di tale livello?

I risultati raggiunti, nel G7, nel viaggio della Fiamma Olimpica, così come in centinaia di altri eventi, nascono da un principio semplice: ogni evento è un atto di responsabilità. Responsabilità creativa, perché devi emozionare. Responsabilità organizzativa, perché tutto deve funzionare alla perfezione. Responsabilità culturale, perché in molti casi rappresenti l’immagine del Paese. La nostra forza è stata unire visione e disciplina: mettere lo storytelling al centro, sostenuto però da una macchina operativa impeccabile. È questo equilibrio che ci ha permesso di crescere in Italia e di essere riconosciuti anche all’estero. 

La motivazione cita il suo ruolo di stimolo per l’intera industry. Cosa significa, per lei, essere riconosciuto come figura che ha contribuito all’evoluzione della cultura degli eventi in Italia? 

Questa parte della motivazione è quella che più mi rende orgoglioso. Significa che nel nostro lavoro non ci siamo limitati a ‘fare degli eventi’, ma abbiamo contribuito a qualcosa di più grande, a generare un cambiamento, a spingere l’intero settore verso standard più alti di qualità, consapevolezza e ambizione progettuale. Per noi è un incoraggiamento a continuare su questa strada: condividere sapere, valorizzare le competenze, promuovere un modello in cui innovazione e responsabilità procedono insieme

Con oltre 90 elefantini vinti tra Bea Italia e Bea World e centinaia di professionisti coinvolti, questo premio riconosce anche un modello di lavoro e di squadra. Quanto conta per lei questo aspetto? 

Questo premio, più che personale, è un premio alla nostra comunità professionale. Abbiamo sempre considerato Alphaomega una grande famiglia, un luogo in cui le persone non sono numeri, ma compagni di viaggio. Gli elefantini raccontano una storia di lavoro di gruppo, di fiducia reciproca, di persone che hanno creduto in un progetto e hanno tirato sempre nella stessa direzione. 

Per me questo aspetto è fondamentale: nulla di ciò che abbiamo costruito sarebbe stato possibile senza una squadra capace di trasformare visioni in realtà, spesso superando limiti che all’inizio sembravano invaricabili. Una carriera, in fondo, è sempre un viaggio condiviso.

Quale consiglio darebbe oggi a un giovane che desidera intraprendere una carriera nel mondo degli eventi seguendo una traiettoria simile alla sua? 

Direi di non inseguire il risultato, ma la visione. Nel mondo degli eventi servono talento e creatività, certo, ma ancora di più ascolto, curiosità, capacità di osservare la realtà e trasformarla in esperienza. Serve coraggio nel rompere gli schemi, ma anche rigore assoluto nella realizzazione. E serve dedizione: ogni minuto in più passato sul campo non è tempo perso, ma competenza acquisita, quella che un giorno farà la differenza. Il mio consiglio è: coltivate la passione, proteggete l’integrità creativa, cercate maestri e, quando sarà il vostro momento, diventate punti di riferimento per altri. Ogni percorso nasce da un’intuizione, ma cresce grazie al coraggio di crederci davvero.

C’è un evento che ha segnato la sua carriera più di altri? 

È difficile scegliere, perché ogni evento porta con sé una parte di vita. Se penso però a un momento simbolico, mi vengono in mente le sfide che sembravano impossibili — per scala, complessità o responsabilità — e che abbiamo imparato ad affrontare insieme. Tra queste, non posso non ricordare il party Jeep del 2003 a Castel Sant’Angelo: la ‘pazza idea’ di utilizzare una location mai sperimentata prima per un evento privato. Il risultato fu straordinario, ma la complessità fu tale che ancora oggi, quando ci ripensiamo, ci vengono i brividi. E poi ci sono stati tanti altri progetti che ci hanno messo alla prova e hanno segnato la nostra identità professionale: gli eventi che ti cambiano lo sguardo e ti confermano che sei esattamente nel posto giusto. 

Marina Bellantoni