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Google e Procura smentiscono accordo con il fisco italiano da 320 milioni

"La notizia non è vera, non c'è l'accordo di cui si è scritto. Continuiamo a cooperare con le autorità fiscali". Così un portavoce di Google Italia smentisce la notizia, apparsa questa mattina sul Corriere, di un accordo tra il colosso del web, il Fisco, la Guardia di Finanza e la Procura di Milano in base al quale la company si preparerebbe a versare 320 milioni di euro di tasse su 800 milioni di imponibile emerso dalle indagini della Guardia di Finanza e della Procura milanese. La contestazione nasceva dal fatto che “i profitti della raccolta pubblicitaria nel nostro Paese venivano registrati in Irlanda e a Bermuda”.
"La notizia non è vera, non c'è l'accordo di cui si è scritto. Continuiamo a cooperare con le autorità fiscali". Così un portavoce di Google Italia (in foto il presidente Eric Schmidt) smentisce  quanto scritto questa mattina dal Corriere della Sera e ripreso dalle agenzie di stampa. Ovvero, la notizia di un accordo tra Google, il Fisco, la Guardia di Finanza e la Procura di Milano in base al quale il colosso di internet si preparerebbe a versare 320 milioni di euro di tasse su 800 milioni di imponibile emerso dalle indagini della Guardia di Finanza e della Procura milanese. 

La contestazione nasceva dal fatto che “i profitti della raccolta pubblicitaria nel nostro Paese venivano registrati in Irlanda e a Bermuda”.

Come si legge sul sito de Il Sole 24 Ore, smentisce la notizia anche il procuratore della Repubblica di Milano, Bruti Liberati, che in una nota dichiara “Allo stato delle attività di controllo non sono state perfezionate intese con la società”. Liberati conferma che sono in corso indagini fiscali nei confronti del gruppo, all'esito delle quali “saranno tratte le valutazioni conclusive”.

Resta ancora 'congelata', in attesa che se ne discuta in Europa, dopo l'indirizzo contrario esprsso dal governo Renzi, l'ipotesi web tax, ovvero la proposta di una stretta fiscale sui giganti d'Oltreoceano del web, Google compreso, che vendono prodotti e servizi digitali anche nei nostri confini dalle loro sedi europee.
La normativa, che sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° marzo 2014, imponeva a chi vuole acquistare "servizi di pubblicità e link sponsorizzati online" di rivolgersi obbligatoriamente a "soggetti titolari di partita Iva rilasciata dall'amministrazione finanziaria italiana" ed era finalizzata ad evitare che le multinazionali della rete (Google, Amazon, Facebook), potessero eludere le tasse in Italia (leggi news).

EC