Editoriale

Space Available Here. “Marcello, Italia, Bella Vita: che Meraviglia…”

Torna su ADVexpress la rubrica di Pasquale Diaferia che dalla vittoria di Alice Rohrwacher del Grand Prix della critica al Festival di Cannes con “Le meraviglie” , trae spunto per una riflessione sul nostro Paese, su quel che non va ma anche sul suo valore, arrivando a concludere che " proprio l’impresa della Rohrwacher mi conferma che ancora vale la pena di crederci: non solo per la giornalista francese che adora Mastroianni, ma anche per me e per la giovane regista dal cognome impronunciabile, questo è il paese più bello, talentuoso e meraviglioso del mondo. Nonostante i suoi evidenti difetti e le sue clamorose lacune".
Torna su ADVexpress la rubrica di Pasquale Diaferia, chesi apre con una riflessione sul nostro Paese e sul significato della  vittoria del premio della critica al Festival di Cannes da parte dell'italiana e Alice Rohrwacher.

 “Marcello, Italia, Bella Vita: che Meraviglia…”
La giornalista francese si esprime proprio così, come nel virgolettato del titolo. Sembra uno spot, l’incontro con il collega italiano al Festival del Cinema di Cannes. che poi sarei io. Di sicuro un commercial di serieB, pieno di stereotipi sull’Italia che fu.

Chi è stato a Cannes con me, ha però trovato migliaia di bottigliette omaggio di San Pellegrino da 50 cc (clamoroso nel paese della Perrier), ornate da un’etichetta speciale: “Fornisseur oficial du Festival”. Pare che l’Italia abbia ancora una sua immagine di valore, almeno per lo stile di vita. La campagna mondiale della Ogilvy per Sampè, come la chiamano qui, parla solo di Italian Way of life. Eppure quell’acqua gasata non è più italiana, ma di proprietà della Nestlè: dimostrazione che siamo parecchio con le pezzo al culo. Eppure in tutto il mondo la nostra acqua minerale, come Marcello Mastroianni che campeggia su un’enorme poster al Palais, ancora rappresenta un sogno, un desiderio, un modo di vivere invidiabile e da seguire. E da domenica, anche Alice Rohrwacher simboleggia il bello del nostro paese. Prima italiana della storia, nonostante un cognome da olimpionica di slittino, il suo “Le meraviglie” ha vinto il Grand Prix della critica.

Potrebbe essere una vera consolazione. Ma, mentre bighelloni tra proiezioni e mini party in spiaggia, arrivano le notizie dall’Italia, quelle vere. A Milano bombe carta e taxisti inferociti bloccano l‘accesso al Wired Festival alla rappresentante italiana dell’App Uber.
I tassisti milanesi, se ricordo bene, sono quelli che hanno impedito di realizzare una linea del metrò tra l’aeroporto della citta ed il centro, normale in tutto il resto del mondo, per tutelare le proprie tariffe ed un mercato non libero. Sono una delle tante lobby che bloccano il paese, come i più pacifici ma altrettanto intoccabili farmacisti, i notai, per tacer dei professionisti della politica o del sindacato. Tutto questo avviene al Wired Festival, dove si voleva raccontare di quell’Italia che sta cercando di avanzare nel pantano: la parte digitale, prospettica del paese, che cerca di mettersi in mostra sotto l’ombrello della rivista simbolo della rivoluzione digitale nel mondo.

A questo aggiungete che il programma della tre giorni organizzata da CondèNast e dal comune di Milano prevedeva una lunga lista di eventi e di personaggi davvero molto interessanti, stimolanti e moderni, sotto i tendoni al parco ai Giardini Montanelli. Ma, neanche se cercavate col lanternino, trovavate rappresentanti del mondo della comunicazione commerciale. Non dico i vecchi della pubblicità. Ma nemmeno i giovani del digitale. Il Wired Festival era la tomba della comunicazione italiana. L’assenza istituzionale, il vuoto pneumatico della nostra categoria, certificato sul programma firmato dalla più rivoluzionaria testata al mondo.

Mentre mi avviavo verso Cannes, sorridevo. Pensavo proprio a quella riunione a Wired, quattro anni fa, a cento giorni dal lancio dell’edizione italiana. Riccardo Luna aveva chiesto a venti uomini e donne della comunicazione di discutere su dove andare con un giornale che avrebbe dovuto aprire un decennio nuovo per il paese. Anch’io facevo parte di quel gruppo, e mi ero sbilanciato a proporre Wired lo stesso spirito di “formazione di una generazione” che aveva avuto Panorama negli anni ’70.

Mentre a Ventimiglia il telepass emetteva il suo cicalino, riflettevo sul fatto che in quattro anni la rappresentanza della comunicazione sulla bibbia del digitale si era praticamente azzerata. Anche il direttore Luna era saltato, peraltro ulteriore conferma che mi stavo lasciando alla spalle una situazione davvero da basso impero, nel mio mestiere, come nel resto del paese.

Per la prima volta in tutti questi anni, l’idea di non tornare più faceva capolino. Le bombe carta dei taxisti, l’autodistruttivo bisogno di testimonial improbabili (Kevin Costner per il tonno, Cracco e Rocco Siffredi per le patatine, perfino la Brava Giovanna per l’anitruggine), il sistematico isolamento dei talenti a favore dei mediocri, tutto stava spingendo via il pubblicitario come il cittadino.

Eppure, proprio l’impresa della Rohrwacher mi conferma che ancora vale la pena di crederci: non solo per la giornalista francese che adora Mastroianni, ma anche per me e per la giovane regista dal cognome impronunciabile, questo è il paese più bello, talentuoso e meraviglioso del mondo. Nonostante i suoi evidenti difetti e le sue clamorose lacune

Vediamo allora se riusciamo a cambiarlo davvero. E molto in fretta. Magari proprio riprendendo la collaborazione con ADVexpress. Servono segni di discontinuità, per generare cambiamento. Io comincio con il mio ritorno a questa rubrica. Attendo i vostri segnali.

(pasquale.diaferia@gmail.com    twitter: @pipiccola)